Sono stati pubblicati i nuovi dati dell’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), organismo internazionale che monitora periodicamente gli indicatori chiave in materia di economia, istruzione, ricerca e benessere. Tra i vari rapporti, Education at a Glance rappresenta un punto di riferimento globale per valutare il livello di istruzione e la capacità dei sistemi educativi di preparare i cittadini alle sfide future. I dati 2025 mettono l’Italia di fronte a una verità scomoda: il nostro Paese è in forte ritardo sulla formazione del capitale umano.
Solo il 22% degli adulti italiani tra i 25 e i 64 anni ha un titolo universitario, contro una media OCSE del 42%. Tra i giovani 25-34enni la quota di laureati sale al 32%, ma resta lontana dal 48% registrato negli altri Paesi membri. La spesa pubblica per l’istruzione è pari al 3,9% del PIL, ben al di sotto della media OCSE (4,7%), e ogni studente universitario costa allo Stato 8.992 euro, contro i 15.102 euro della media OCSE.
A questi numeri si aggiunge un altro dato significativo: il vantaggio salariale dei laureati italiani rispetto ai diplomati è solo del 33%, mentre negli altri Paesi OCSE arriva al 54%. Non perché la laurea “valga meno”, ma perché il mercato del lavoro non valorizza adeguatamente le competenze.
Se la situazione nazionale appare critica, in Sicilia i dati delineano un quadro ancora più preoccupante: appena il 54,9% della popolazione adulta (25-64 anni) possiede almeno un diploma, contro il 65,5% nazionale e il 79,8% europeo. Solo il 20% dei siciliani tra 25 e 34 anni ha conseguito una laurea, con grandi divari territoriali (dal 30,8% della provincia di Enna al 19,1% di Trapani). Partecipa ad attività di aggiornamento appena il 7% degli adulti, quasi la metà della media europea (12,8%). Tra i 30-34enni siciliani il tasso di occupazione è circa il 70%, venti punti in meno rispetto al Nord Italia.
Su questi temi è intervenuta anche Linda Laura Sabbadini, in un editoriale pubblicato su Repubblica il 10 settembre 2025, sottolineando come l’Italia si stia “riposando sugli allori” mentre altri Paesi investono con decisione in istruzione e ricerca. Sabbadini ha ricordato che la laurea non è un titolo astratto, ma una leva fondamentale per l’occupazione, soprattutto femminile, e per la possibilità di scegliere con maggiore libertà e dignità. Un messaggio che in Sicilia assume un valore ancora più forte, visto che le donne con solo la licenza media hanno un tasso di occupazione sotto il 30%, mentre le laureate superano il 70%.
I rischi per il futuro sono evidenti: meno laureati significa meno competenze per innovazione, ricerca e imprenditoria qualificata. I giovani più preparati continuano a lasciare l’isola, impoverendo ulteriormente il tessuto produttivo. Chi proviene da famiglie meno istruite ha molte meno probabilità di accedere all’università, perpetuando divari generazionali. Per le donne la laurea è spesso la chiave per una maggiore indipendenza economica. La carenza di opportunità in Sicilia amplifica precarietà e dipendenza.
Per invertire la rotta occorrono misure mirate: riportare la spesa per istruzione e ricerca almeno alla media OCSE, evitando che università e scuole siciliane restino indietro; garantire accesso equo con borse di studio, alloggi e trasporti; potenziare orientamento e sostegno nelle scuole superiori e negli atenei; creare centri territoriali per la riqualificazione professionale e incentivare le imprese che investono nei propri lavoratori; valorizzare il merito con politiche industriali che favoriscano settori ad alta intensità di conoscenza (energie rinnovabili, agroalimentare, turismo sostenibile, digitale) e garantiscano migliori sbocchi occupazionali ai laureati.
I dati OCSE ci ricordano che investire nella conoscenza non è un lusso, ma una scelta di sopravvivenza e di sviluppo. In Sicilia, più che altrove, valorizzare la formazione significa combattere disoccupazione, precarietà, disuguaglianze e fuga dei cervelli. Come scrive Sabbadini, “un’Italia che non valorizza il sapere e la cultura è un’Italia che rinuncia al suo futuro”. La stessa affermazione vale, con ancora più forza, per la Sicilia. È tempo che la politica regionale e nazionale assumano questa priorità come impegno concreto: riconoscere valore a chi studia, insegna e ricerca significa riconoscere valore al futuro della Sicilia stessa.
Già professore ordinario di Gastroenterologia dell’Università di Palermo e Direttore dell’UOC di Gastroenterologia del’AOUP “P. Giaccone”



