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CUFFARO E DON STURZO: COME TRADIRE STORIA E NOME DELLA DC

Non so e poco mi interessa della dimensione giudiziaria di quanto contestato a Salvatore Cuffaro, perché credo che la correttezza del costume politico sia almeno altrettanto rilevante dell’eventuale responsabilità che un giudice, se mai vi sarà un giudizio, vorrà ritenere corretto constatare su quanto oggi si contesta.

Lo dico perché in questo Paese sta accadendo qualcosa di nuovo e di molto grave e cioè l’affermarsi dell’idea che ogni comportamento giuridicamente lecito, anche se discutibile sul piano del costume civico e politico, debba ritenersi politicamente ed eticamente corretto. Così passano per accettabili casi che un tempo, non lontano, sarebbero stati inaccettabili: Ministri a giudizio, Deputati condannati per truffa e altro, Presidenti di Parlamento che usano in modo improprio gli organi e gli strumenti affidati a loro dalla Costituzione o dalla legge; condannati per reati gravi, come Cuffaro, che tornano a essere capi politici influenti. 

Tutti accettabili in attesa del giudizio della Cassazione, come se la dimensione etica, sociale, di normale rispetto del decoro delle istituzioni non valesse un accidente. Ho avuto il privilegio di far parte della Corte di Disciplina del Consiglio Universitario Nazionale e di quella del mio Ateneo. Ebbene, a noi è stato sempre chiaro che il giudizio della corte riguardasse non necessariamente l’illecito civile, ma tutti quei comportamenti e i fatti che violano le norme di correttezza, decoro o la dignità accademica dell’intero corpus accademico e lo stesso prestigio dell’Università.        

Un codice di condotta, una “Declaration of loyalty” impegna anche chi lavora per organismi sovranazionali, come le Nazioni Unite e diversi altri corpi dello Stato. 

Ebbene, quello che appare, in politica, è, al contrario, che tutto è lecito finché non interviene un giudizio di un tribunale, anzi l’ultimo grado di Giudizio.

Insomma, se si è innocenti di fronte alla legge, ogni comportamento politico è ammesso.        Altro che Cesare e la moglie di Cesare. In quel caso l’idea era che chi è vicino all’autorità politica non solo deve essere onesto, ma ha il dovere di apparire tale. Cioè non deve dare adito ad alcun dubbio con il suo comportamento, partendo dall’assunto che Cesare fosse lui il primo ad essere sopra ogni dubbio.        

Tutto questo che c’entra con Cuffaro? C’entra eccome, perché quello che è più triste e vergognoso in questa vicenda, quello che è e sarà storicamente e politicamente irrimediabilmente condannabile è l’aver utilizzato la storia di un Partito, la Democrazia Cristiana, i suoi ideali, i suoi simboli, i suoi massimi rappresentanti, Don Sturzo addirittura, con impudente volgarità. Quel partito, la cui storia è finita con la fine della dimensione storica che l’ha determinata, avrà avuto mille difetti, ma ha costruito la democrazia repubblicana di questo Paese. Non è mai stato, né poteva mai essere, un partito personale, riconducibile a un solo leader che tutto decide e tutto cuce e ricuce. Tutto il contrario.

Quella di Cuffaro, in tutta evidenza, è la sublimazione del potere per il potere, del “comandare è meglio che fottere”, di una logica della funzione politica e amministrativa come merce di scambio. Dove non sai se è più colpevole lui, il puparo, o i burattini, che poi sono deputati, consiglieri comunali, amministratori e dirigenti pubblici e para-pubblici pagatissimi, capi e vice capi di gabinetto di assessori comunali, regionali, di presidenti, etc.

Un intero corpo amministrativo fatto da sudditi, non da cittadini, capaci solo di amministrare le loro carriere, consapevoli, forse e cinicamente, che tanto, “si fa così” e tanto vale non solo assoggettarsi a questa logica, ma contribuire a costruirla. Anche loro, come lui, oggi dovrebbero avvertire la dignità di dimettersi dai loro incarichi. Per non parlare di quel mondo dell’impresa privata che vede nell’accaparramento della risorsa pubblica regionale la sua ragione esistenziale e nel politico che ne consente l’accesso, il suo vero amministratore delegato.

Un’isola, una regione (con la r minuscolissima) disgraziatissima, dove vale il privilegio di casta, il posizionamento sociale e chi se ne fotte se abbiamo il più alto tasso di emigrazione dei nostri giovani che siano o meno laureati. L’importante è “favorire “gli amici, costruire una comunità autoreferenziale chiusa oppure aperta solo a chi vuole giocare quel gioco lì. 

Neanche una multa in sosta vietata”, questo Luigi Sturzo disse a Giuseppe Alessi nel momento in cui a questi toccò di dirigere il primo governo regionale. Nessun cedimento all’ubriacatura del potere inteso come servizio alle istituzioni e, soprattutto, al corpus della comunità sociale.

Cuffaro, che pretende di ricondurre la sua azione a quella di Luigi Sturzo, ha la responsabilità politica di una visione dello Stato ostaggio della mediazione e delle carriere di singoli, nel quale la dimensione del progetto sociale e di attività della funzione politica e amministrativa altro non è che il perpetuare sé stessa.

Avere millantato il legame con una storia, pur ricca di miserie, ma piena di nobiltà, come quella democristiana ha recato ad essa un altro, speriamo l’ultimo, irreparabile danno. Utilizzare ideali, sogni, addirittura dimensioni religiose, in questo caso cristiane, per coprire una realtà fatta del continuo esercizio di spartizione di cariche e di risorse economiche e sociali è la massima colpa di chi sa solo utilizzare la povertà sociale, l’emergenza in qualsiasi campo della vita sociale, dalla sanità alla sua beneamata agricoltura, come elementi essenziali del proprio potere, il cui scopo ultimo non può e non deve essere lo sviluppo, ma, piuttosto, il mantenimento della povertà, della difficoltà di impresa e, in ultima analisi, del bisogno  come premessa della necessità di una appartenenza politica, la sua.

Il dominus e la comunità civile intesa come oggetto, non soggetto, politico. Altro che la regalità del servizio politico di Alcide De Gasperi, qui siamo nel campo del fallimento di ogni presupposto di cultura politica.

La mafia fa schifo, gridava Totò, ma il cuffarismo manco babbia.

Paolo Inglese
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Professore ordinario di Coltivazioni Arboree. Delegato per le attività di valorizzazione dei beni culturali, storici, monumentali e del brand dell'Università di Palermo. Per anni, Direttore del Sistema Museale di Ateneo.

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1 commento

  1. Commento ineccepibile. Cuffaro e il cuffarismo sono irredimibili , sono la malattia cronica della politica regionale e dell’autonomia. Una tradizione politica sporcata per brama di potere e manipolazione del consenso. Ma era già tutto chiaro fin dall’inizio, mai e poi mai dopo la condanna gravissima riportata Cuffaro avrebbe dovuto tornare a fare politica : e invece è accaduto senza che l’opinione pubblica si opponesse, e anzi con il viatico di un sostegno sempre più ampio e scoperto. C’è solo da vergognarsi. Se anche solo la metà di quello che stiamo leggendo in questi giorni dovesse resistere al vaglio giudiziario, bisognerebbe augurarsi in un viaggio solo andata in Burundi.

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