La riforma dell’accesso a Medicina aveva promesso di abolire il numero chiuso, restituire centralità all’università e liberare gli studenti dalla costosa industria dei corsi di preparazione. Dopo il primo anno di applicazione si è scoperto che il numero chiuso era ancora lì, l’università era stata trasformata in un centro di preparazione a un concorso nazionale e i corsi privati godevano di ottima salute. Si è quindi deciso di intervenire. Non sul sistema, naturalmente. Sui minuti, sulle pause e sul numero delle domande.
Per l’anno accademico 2026-2027 resta libero l’accesso al cosiddetto semestre filtro di Medicina, Odontoiatria e Veterinaria nelle università statali. Libero significa che tutti possono iscriversi, pagando un contributo forfettario di 250 euro, e frequentare dal primo settembre tre insegnamenti obbligatori: Chimica e propedeutica biochimica, Fisica e Biologia, ciascuno da sei crediti. L’accesso al secondo semestre resta invece subordinato ai posti disponibili e a una graduatoria nazionale. Il numero chiuso, dato per abolito, è stato dunque spostato di qualche mese. È il numero chiuso con ingresso libero nella sala d’attesa.
All’atto dell’iscrizione lo studente deve indicare almeno dieci sedi nelle quali sarebbe disposto a proseguire Medicina e scegliere contemporaneamente un corso affine, con almeno cinque relative sedi. La sede nella quale frequenta il semestre può non coincidere con quelle indicate per la prosecuzione. È un sistema molto semplice: a diciotto o diciannove anni basta sapere in anticipo dove si vorrà vivere, quale corso si accetterà di frequentare non entrando a Medicina e in quale ordine si preferiscono numerose università sparse nel Paese.
Le prove restano nazionali, identiche e contemporanee in tutti gli atenei. Gli appelli sono due, il 10 dicembre e l’11 gennaio. Ogni esame comprende 31 domande: 21 a risposta multipla e 10 a completamento. Le risposte esatte valgono un punto, quelle sbagliate meno 0,1, quelle non date zero. Il tempo passa da 45 a 50 minuti e le pause tra le prove da 15 a 30 minuti. Una procedura che seleziona decine di migliaia di ragazzi diventa così più equa grazie a cinque minuti aggiuntivi e a un quarto d’ora in più per il caffè.
C’è qualche correzione ragionevole. Le lezioni durano più a lungo, le domande a completamento diminuiscono, tra i risultati dei due appelli viene considerato automaticamente il voto migliore, purché superiore a 18. La graduatoria, lo scorso anno suddivisa in una complicata serie di fasce, viene ricondotta a tre sezioni: chi ha superato tutti e tre gli esami, chi ne ha superati due, chi ne ha superato uno. Le regole vengono fissate prima dell’inizio della procedura, anziché essere modificate strada facendo fino a dicembre. Non è poco, considerato il precedente, ma non è certo una riforma: è solo manutenzione dopo un cattivo rodaggio.
Il problema rimane intatto. Il primo semestre universitario non è costruito per formare lo studente, ma per classificarlo. Chimica, Fisica e Biologia rischiano di essere studiate non come basi della futura preparazione medica, ma come repertori di risposte utili a guadagnare qualche posizione. Il docente diventa, suo malgrado, il preparatore di una prova standardizzata. L’università assume la funzione del concorsificio, con frequenza obbligatoria.
Chi non raggiunge una posizione utile scoprirà l’esito a gennaio, dopo avere investito mesi, denaro e aspettative. Chi ha superato uno o due esami potrà essere ammesso con l’obbligo di recuperare i crediti mancanti presso l’ateneo di assegnazione. Le modalità del recupero sono però affidate alle università. La selezione è nazionale, il rimedio diventa locale. L’uniformità vale per escludere; l’autonomia ricompare quando bisogna riparare.
Agli altri resta il corso affine scelto in estate. Si sostiene che in questo modo nessuno perderà l’anno. Non è esattamente così. Il riconoscimento dei crediti dipende dagli esami superati, dalla compatibilità dei programmi e dalle decisioni dell’ateneo. Alcuni studenti entreranno in un altro corso quando lezioni e attività saranno già iniziate da mesi. L’anno non viene necessariamente salvato: viene ricomposto con quello che resta, fino alle assegnazioni che possono protrarsi a febbraio e, per i corsi affini, a marzo.
La riforma doveva anche riportare la preparazione dentro le università e ridurre la dipendenza dai corsi privati. Il risultato era prevedibile. Quando una prova nazionale decide il futuro dello studente, nasce un mercato che insegna a superarla. Il web continua a pullulare di lezioni, simulatori, pacchetti e preparazioni a pagamento. Aver trasferito il test da settembre a dicembre non elimina quel mercato: gli offre un semestre intero.
Rimane la questione più seria, quasi assente dal dibattito. Il decreto apre il semestre a una platea potenzialmente molto ampia, ma non aggiunge automaticamente aule, laboratori, docenti, tutor e strutture. Non stabilisce una relazione credibile tra numero degli iscritti, capacità formativa degli atenei e qualità dell’insegnamento. Al secondo semestre continuerà soltanto chi rientra nei posti programmati; chi entrerà potrà trovarsi dentro coorti più numerose, senza che le risorse crescano nella stessa misura. Il decreto disciplina accuratamente autenticazioni, preferenze, scadenze, graduatorie e decadenze. Sulla capacità reale di formare bene i futuri medici è molto più sobrio.
La legge di Murphy dice che, se qualcosa può andare storto, lo farà. La variante Murphy-Bernini è più raffinata: se una riforma è fatta male, la si può correggere senza correggerla, aggiungendo cinque minuti, una pausa più lunga e qualche pagina di istruzioni. Il difetto diventa procedura. Il fallimento, finalmente, è meglio organizzato.

ANTONIO CRAXI'
Già Professore ordinario di Gastroenterologia dell'Università di Palermo e Direttore dell'UOC di Gastroenterologia dell'AOUP Paolo Giaccone. Responsabile Sanità di Italia Viva Sicilia.


