Nella vicenda dell’ospedale Ingrassia ci sono due esigenze perfettamente ragionevoli. La prima è ristrutturare una struttura vecchia, bisognosa di interventi profondi, alla quale restituire sicurezza, funzionalità e dignità. Esistono un progetto definitivo approvato e un finanziamento di circa ventisei milioni di euro: adeguamento strutturale, impianti, miglioramento antisismico, riorganizzazione degli spazi. Un intervento importante, che merita di essere realizzato e che ha già attraversato un percorso amministrativo documentato.[1]
La seconda esigenza è quella rappresentata dai sindaci del circondario: garantire alle comunità che amministrano un accesso adeguato ai ricoveri, alla diagnostica e all’emergenza durante i lavori. Hanno ragione a pretendere spiegazioni precise prima che i servizi vengano trasferiti. La lettera a Schifani, per quanto riportato dalla stampa, richiama il rischio di maggiori attese e di un peggioramento dell’assistenza. È una preoccupazione seria, alla quale si deve rispondere indicando strutture, capacità disponibili, personale e percorsi di accesso.
Su queste due esigenze si posa adesso, con la delicatezza di un elicottero militare sopra una sala d’attesa, l’ipotesi raccontata da Repubblica: un ospedale da campo da quindici milioni di euro per il triennio. Una soluzione sostenuta, secondo il giornale, da Asp, sindacati e amministratori locali. La Regione valuta anche il trasferimento delle attività negli altri ospedali cittadini o la possibilità di mantenere aperta una parte dell’Ingrassia durante il cantiere. Il repertorio delle alternative è ampio; la descrizione del loro funzionamento rimane assai più contenuta.[2]
Dell’ospedale da campo, nel resoconto pubblicato, conosciamo infatti la cifra, mentre non vengono illustrati il progetto sanitario, la dotazione dei reparti, il quadro autorizzativo, il dettaglio dei costi e l’organizzazione necessaria a sostituire le attività dell’Ingrassia. Non sappiamo neppure quale forma materiale dare all’immagine: tende, baracche, prefabbricati, moduli ospedalieri attrezzati. La parola suggerisce l’accampamento, il preventivo pretende il rispetto dovuto a una grande opera. Nell’intervallo dovrebbe trovare posto un ospedale.
Quindici milioni sono una cifra troppo seria per accontentarsi della scenografia. Sulla durata triennale citata dal giornale fanno cinque milioni l’anno, che esigono una spiegazione altrettanto consistente. Un vero ospedale modulare va descritto nelle sue funzioni e nella sua organizzazione; chiamarlo «da campo» aggiunge una certa suggestione bellica, ma contribuisce pochissimo a chiarire dove si farà una diagnosi e dove verrà ricoverato un paziente.
Presentata in questi termini, l’idea ha qualcosa di francamente ridicolo: il conto ha già raggiunto una ragguardevole maturità, mentre l’ospedale resta affidato all’immaginazione.
Quei quindici milioni potrebbero essere spesi meglio, e con efficacia assai più immediata, potenziando gli ospedali di Corleone e Partinico ed eventualmente anche quello di Termini Imerese. Prima di costruire un accampamento sanitario, sarebbe ragionevole verificare quanto si possa ottenere aumentando la capacità di ricovero e di diagnostica di strutture già esistenti, dotandole del personale e delle attrezzature necessari. Occorre accertare gli spazi disponibili, i fabbisogni e i tempi di attivazione: se il confronto confermasse questa possibilità, l’investimento contribuirebbe a garantire l’assistenza durante i lavori dell’Ingrassia e potrebbe lasciare una rete pubblica più forte anche dopo la sua riapertura.
Sarebbe un impiego del denaro abbastanza rivoluzionario: curare i cittadini e conservare qualcosa quando vengono smontate le scenografie.

ANTONIO CRAXI'
Già Professore ordinario di Gastroenterologia dell'Università di Palermo e Direttore dell'UOC di Gastroenterologia dell'AOUP Paolo Giaccone. Responsabile Sanità di Italia Viva Sicilia.



Nell’articolo come sempre un pensiero lucido che suggerisce soluzioni ragionevoli. Ma purtroppo questa storiella dell’ospedale da campo purtroppo e’ l’ennesima conferma che il buon senso non e’ un bagaglio di chi amministra la Sanita’ Siciliana. Sono incapaci di pianificare, progettare e realizzare nell’interesse dei cittadini. I concetti di efficienza ed efficacia nom appartengono al loro lessico.