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MENO SOLDI REALI ALLA SANITA’. PROTESTA SI’, MA LA REGIONE COSA FA?

Il governo nazionale può esibire gli aumenti nominali del Fondo sanitario, ma la riduzione del suo peso rispetto alla ricchezza del Paese e la distanza dai bisogni dell’assistenza rendono legittima la protesta delle Regioni, alle quali viene chiesto di garantire servizi che le risorse disponibili faticano a sostenere. Questa protesta, tuttavia, diventa assai meno convincente quando chi la esercita considera il denaro ricevuto come una dotazione sulla quale nessuno possa chiedere conto, mentre ogni insufficienza viene addebitata a Roma e ogni scelta locale rimane prudentemente fuori dalla discussione.

In Sicilia la richiesta di maggiori finanziamenti dovrebbe quindi accompagnarsi a una revisione seria della spesa sanitaria e delle priorità dell’intero bilancio regionale, perché l’autonomia comporta anche l’obbligo di decidere quali impegni vengano prima e quali possano aspettare, soprattutto quando in gioco c’è la possibilità di curarsi. Spendere meglio significa controllare gli acquisti, utilizzare pienamente ambulatori e attrezzature, verificare le prestazioni effettivamente ottenute con le somme erogate e pretendere dai dirigenti risultati documentabili, facendo dell’efficienza un dovere quotidiano di amministrazione. Anche il rapporto con la sanità privata convenzionata va governato sulla base di ciò che serve ai siciliani e dei risultati ottenuti, verificando dove il servizio pubblico possa offrire direttamente la stessa assistenza.

Il passaggio che continua a mancare nel dibattito politico è un’analisi leggibile dei costi effettivi, costruita per confrontare la Sicilia con le altre Regioni a parità di prestazioni, di pazienti assistiti e di servizi acquistati, senza confondere la dimensione complessiva del bilancio con la qualità della spesa. Le rilevazioni nazionali e le contabilità aziendali esistono, ma il governo regionale dovrebbe spiegare pubblicamente gli scostamenti, indicare quali dipendano dai bisogni sanitari e quali dalle condizioni contrattuali, mettendo i cittadini nelle condizioni di seguire dove vanno a finire i soldi, oltre che di sapere quanti ne arrivano.

La difficoltà di leggere i conti emerge anche dal resoconto del referto definitivo della Corte dei conti sulle liste d’attesa, depositato nell’agosto 2026, che segnala discordanze fra i dati economici trasmessi dall’assessorato e quelli delle aziende sanitarie e l’inadeguatezza del sistema informativo e contabile che dovrebbe collegarli, pur riconoscendo i correttivi introdotti dalla Regione. È su questo terreno che andrebbe misurata la capacità di governo, mettendo a disposizione confronti fra costi, prestazioni e risultati che consentano di capire quali interventi abbiano funzionato.

Il caso dei gas medicali, che meriterebbe di essere ripreso prima di archiviare ogni richiesta di risparmio come un’aggressione ai malati, offre un esempio concreto, perché nel rapporto AIFA relativo al 2022 il costo medio per litro dell’ossigeno di classe H in contenitori fissi era di 0,76 euro in Sicilia, contro 0,48 della media nazionale, 0,26 in Lombardia e 0,30 in Veneto. La differenza siciliana rispetto alla media italiana era dunque di circa il 58 per cento, un dato che richiede un confronto dettagliato delle condizioni di acquisto.

Il consuntivo AIFA per il 2025, aggiornato il 28 ottobre 2026, mostra che il problema resta attuale, con 30,8 milioni di acquisti diretti per gas medicinali di classe A e H in Sicilia, circa 9,1 milioni oltre il tetto assegnato, e una spesa per abitante, calcolata sulla popolazione pesata, di 6,6 euro contro 4,3 della media italiana e 2,1 del Veneto. Sono differenze abbastanza consistenti da richiedere un esame delle quantità utilizzate, dei prezzi e dei servizi compresi nei contratti, distinguendo il costo del prodotto da quello della distribuzione, della manutenzione e dell’assistenza.

Un confronto serio deve tenere conto della composizione dell’assistenza, delle caratteristiche dei pazienti e della logistica, ma proprio questa necessità rende poco accettabile limitarsi alle cifre complessive senza spiegare le differenze, perché il maggiore costo va giustificato con servizi e bisogni riconoscibili, e il risparmio possibile va tradotto in risorse per chi aspetta una visita o per un posto da coprire.

Anche il Forum Act Tank Sicilia del 29 ottobre, organizzato da The European House–Ambrosetti a Castello Utveggio, offre un esempio di quanto il discorso politico possa restare lontano dai problemi dell’assistenza, perché Schifani ha illustrato la crescita del Pil e gli investimenti, mentre nel resoconto ufficiale del suo intervento non compare un confronto sui costi sanitari. Su questo terreno, la celebrazione del buon governo rischia di risolversi in un discorso a vuoto, finché alla sicurezza delle dichiarazioni non si accompagnino spiegazioni verificabili su ciò che viene comprato, su quanto viene pagato e sull’assistenza che ne ricavano i siciliani.

Sarebbe magari un bel gesto, con un significato politico persino superiore alla sua consistenza contabile, recuperare i soldi distribuiti nella finanziaria regionale per quelle operazioni che il linguaggio parlamentare chiama interventi sul territorio e che i cittadini riconoscono più sbrigativamente come marchette elettorali, destinandoli al riassetto della sanità. Quelle somme non basterebbero a riequilibrare il sistema, ma contribuirebbero a sostenerlo e renderebbero credibile una gerarchia delle priorità che nelle dichiarazioni ufficiali sembra già chiarissima, salvo diventare assai più confusa quando si passa alla distribuzione dei contributi.

La destinazione di queste risorse dovrebbe riguardare certamente le liste d’attesa, sulle quali si misura ogni giorno la differenza fra chi può pagarsi subito una visita e chi deve aspettare il proprio turno, evitando però che tutto si risolva nell’acquisto occasionale di prestazioni aggiuntive, destinato a esaurire il proprio effetto insieme allo stanziamento. Accorciare le attese richiede una capacità assistenziale che duri, con servizi organizzati in funzione dei pazienti e strutture messe nelle condizioni di lavorare con continuità.

Per questo la copertura dei posti del personale deve entrare nella stessa scelta politica, attraverso concorsi tempestivi, procedure di reclutamento efficienti e una programmazione che preveda risorse stabili per medici, infermieri e operatori, nel rispetto dei vincoli sulle assunzioni dei quali va chiesta allo Stato la revisione. Il recupero delle somme disperse nei contributi particolari può concorrere a questo percorso, purché la Regione dia continuità negli anni alla scelta e indichi quali spese intenda sacrificare per sostenerla.

Una Regione che chiede al governo nazionale di considerare prioritaria la sanità dovrebbe dimostrare, nel proprio bilancio, di pensarla allo stesso modo, accettando anche di scontentare qualche beneficiario abituale della generosità parlamentare, perché il consenso procurato da un contributo discrezionale ha un valore assai discutibile quando viene confrontato con un reparto che riesce finalmente a coprire i turni.

ANTONIO CRAXI'
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Già Professore ordinario di Gastroenterologia dell'Università di Palermo e Direttore dell'UOC di Gastroenterologia dell'AOUP Paolo Giaccone. Responsabile Sanità di Italia Viva Sicilia.

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