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SBATTI IL MOSTRO IN PRIMA PAGINA. LA STRATEGIA DI SCHIFANI.

In queste ore il Presidente Schifani sta cercando di ridurre tutto quello che è successo al “caso Cuffaro”: la via più comoda — quella del volto noto, del simbolo già codificato — e rinunciare a comprendere il sistema che si muove dietro le persone.

La recente inchiesta della DDA di Palermo non ruota intorno a un solo nome: coinvolge diciotto persone, e tocca reti di influenza che si intrecciano con nomine, appalti e rapporti di potere nel settore sanitario. Eppure si cerca di concentrare lo spazio mediatico solo su Totò Cuffaro, trasformando un’inchiesta complessa in un racconto morale, un dramma individuale buono per titoli e prime pagine. È il copione che conosciamo da tempo: quello del “mostro in prima pagina”, funzionale a liberare tutti gli altri dal peso di un sistema di relazioni che continua a operare sotto traccia.

In questa costruzione narrativa il simbolo sostituisce la sostanza. Cuffaro, con la sua biografia già segnata, è il volto perfetto per una storia di colpa e redenzione. L’altro grande nome, Saverio Romano, resta invece sullo sfondo, pur comparendo nelle stesse carte giudiziarie. È la dinamica che consente di rendere più semplice ciò che è complesso: un ex presidente riconoscibile e “spendibile” è più utile al racconto di un ex ministro tuttora nel circuito politico nazionale, rispetto al quale il clamore mediatico sarebbe più scomodo.

Ma la rete che emerge non si regge soltanto sui protagonisti visibili. Accanto alla politica agiscono i manager di nomina fiduciaria, spesso intercambiabili a ogni stagione di governo, e quella schiera di burocrati “immortali” che attraversano le amministrazioni senza mai mutare collocazione o influenza. Sono loro, insieme ai faccendieri di lungo corso come Raso, a rappresentare il braccio operativo della corruzione sistemica: interpreti silenziosi delle regole non scritte, intermediari di ogni passaggio di favore, garanti della continuità tra i diversi livelli del potere. La loro presenza stabile, più ancora dei nomi eccellenti, misura la profondità del problema e spiega perché nulla, alla fine, cambi davvero.

Ma così si perde la prospettiva. Se l’indagine svela un intreccio di ruoli e di scambi, la sua lettura pubblica rischia di ridurla a un personaggio. E il personaggio, in quanto tale, funziona da parafulmine: concentra su di sé ogni attenzione e libera il sistema dal necessario esame collettivo. È un meccanismo antico, che trasforma il singolo in archetipo e il potere in sfondo indistinto. Dietro quel volto si muovono ancora dirigenti, professionisti, mediatori e politici di oggi, non di ieri; ma finché la narrazione resta inchiodata al simbolo, l’attualità resta salva e intatta.

La domanda, allora, resta quella del titolo: sbatti il mostro in prima pagina… e poi? Se non si rompe questo schema, la rappresentazione continuerà a sostituirsi alla realtà. Il rischio è che il dibattito pubblico si esaurisca nell’emozione, nel moralismo o nel sollievo di avere trovato ancora una volta un colpevole “utile”. Ma chi vuole davvero capire cosa si muove oggi nella sanità siciliana, e più in generale nella gestione del potere regionale, dovrebbe guardare altrove: non alla sagoma del mostro, ma al teatro in cui quella sagoma è stata costruita e continua a essere usata.

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Già professore ordinario di Gastroenterologia dell’Università di Palermo e Direttore dell’UOC di Gastroenterologia del’AOUP “P. Giaccone”

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1 commento

  1. È vero sbattendo il mostro in prima pagina il resto rimane sfocato e l’intera montagna di una gestione del potere. “Malata” continuerà a produrre danni alla Sicilia e ai Siciliani.

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