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SICILIA, VANDEA DI VOTI SICURI. E QUINDI DI DIRITTI SEMPRE RINVIATI.

Il disegno di legge di bilancio nazionale 2027–2029 restituisce l’immagine di una Sicilia elettoralmente preziosa, alla quale il governo Meloni continua a chiedere fiducia senza riservare un impegno proporzionato alle sue criticità. La lettura politica è che, in vista delle prossime elezioni nazionali, le risorse disponibili vengano orientate anche verso i ceti e i territori nei quali il consenso deve essere consolidato o conquistato, mentre l’Isola viene trattata come un bacino già affidabile. Si tratta di un’interpretazione delle priorità, distinta dalle intenzioni personali dei governanti, le cui scelte distributive permettono di valutare quanto pesino davvero i bisogni siciliani.

Alle europee del 2024 Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega raccolsero insieme il 51,4% dei voti validi siciliani, con un’affluenza ferma al 38%: una maggioranza larga fra i votanti, che può alimentare l’idea di una riserva di consenso, ma che non autorizza a considerare acquisita la fiducia dell’intera società. La “Vandea” del centrodestra va intesa in questo senso, come la tentazione di dare per scontata la fedeltà di un territorio e di investire altrove per allargare il proprio seguito, lasciando ai suoi amministratori il compito di giustificare l’attesa.

I bisogni dai quali partire sono tutt’altro che sconosciuti, se il rischio di povertà raggiunge in Sicilia il 38,4%, contro il 18,6% nazionale, nell’indagine Istat 2025 sui redditi 2024. Eppure, l’intervento IRPEF della manovra estende per il solo 2027 lo scaglione al 33% da 50.000 a 55.000 euro, riconoscendo un vantaggio che comincia sopra i 50.000 euro imponibili e arriva a 500 euro annui: da questa specifica misura non riceve nulla chi si trova al di sotto della soglia, compresa la parte più fragile della popolazione siciliana. La geografia dei redditi chiarisce l’effetto territoriale di questa scelta: nelle dichiarazioni 2025, i contribuenti con reddito complessivo superiore a 50.000 euro sono circa il 10,4% in Lombardia e il 4,9% in Sicilia. Il reddito complessivo non coincide con l’imponibile e questi dati non rappresentano il riparto dello sconto, ma indicano dove si concentrano i contribuenti economicamente più forti. Una norma formalmente nazionale favorisce così soprattutto le aree più ricche, rendendo plausibile la lettura di una finanziaria al risparmio che cerca consensi nel Centro-Nord senza assumere come priorità la riduzione della distanza dal Mezzogiorno.

Gli interventi utili al Sud esistono, a cominciare dal credito d’imposta della ZES unica, portato complessivamente a 2,4 miliardi nel 2027 e a 1,25 miliardi nel 2028 per tutta l’area agevolata, e dai 140 milioni per il raddoppio Giampilieri–Fiumefreddo nel biennio 2027–2028, cui si affiancano 40 milioni nel 2029 sul contratto di programma ferroviario. Sono opportunità concrete, il cui limite tuttavia emerge quando si guarda alla capacità di modificare le condizioni di partenza: l’incentivo fiscale presuppone imprese in grado di finanziare un investimento, mentre il beneficio ferroviario maturerà con l’effettiva disponibilità dell’opera.

È soprattutto nella salute che la distanza fra sostegno occasionale e recupero strutturale diventa evidente. Nel monitoraggio dei livelli essenziali di assistenza relativo al 2024, la Sicilia ottiene nella prevenzione 49 punti su 100, sotto la soglia di sufficienza di 60, mentre l’Emilia-Romagna arriva a 97 e Veneto e Lombardia a 96. Il punteggio riguarda un insieme di indicatori e non la percentuale di cure garantite, ma descrive uno squilibrio rilevante in attività, come vaccinazioni e screening, dalle quali dipendono diagnosi tempestive e possibilità di evitare malattie e complicanze. Anche la disponibilità di personale mostra quanto siano diverse le condizioni nelle quali operano i sistemi regionali: il BES 2026 dell’Istat registra, sui dati confrontabili del 2023, 5,6 infermieri e ostetriche attivi ogni mille residenti in Sicilia, contro 7,2 in Italia e 8,7 in Emilia-Romagna. È una misura che comprende i professionisti attivi nei diversi settori, non soltanto i dipendenti del servizio pubblico, e proprio per questo documenta una minore dotazione professionale rispetto agli altri territori. Dove il personale è meno disponibile, finanziare nuove attività non basta se mancano le équipe che devono svolgerle. 

La diseguaglianza sanitaria diventa inoltre una diseguaglianza economica, perché chi dispone di risorse può cercare una prestazione a pagamento o affrontare uno spostamento, mentre chi non può sostenere questi costi dipende maggiormente dalla tempestività del servizio pubblico. In una regione con redditi più bassi, lasciare irrisolto il divario nell’offerta significa rendere il diritto alla salute ancora più dipendente dalle condizioni familiari; per questo un governo che voglia riequilibrare il Paese deve accompagnare i finanziamenti con un programma esplicito di recupero della prevenzione e dell’assistenza territoriale. La manovra aumenta il finanziamento sanitario nazionale di 2,365 miliardi nel 2027 rispetto alla legislazione vigente, comprendendo nell’incremento diverse destinazioni già annunciate, che non vanno sommate una seconda volta. Per la Sicilia è individuato un limite di 24,27 milioni lordi per prestazioni aggiuntive nel solo 2027, utile a recuperare visite ed esami ma destinato al lavoro aggiuntivo degli stessi dipendenti, senza creare con questa misura nuovi organici. Le indennità dei pronto soccorso, finanziate strutturalmente a livello nazionale, possono migliorare l’attrattività di quei servizi, ma il recupero del divario richiede anche personale e capacità organizzativa stabili. La carta sanitaria da 300 euro per gli anziani aventi i requisiti può alleviare una spesa familiare, ma il finanziamento limitato al 2027 lascia aperta la questione della continuità delle cure. Nel 2028–2029 occorrerà soprattutto garantire il funzionamento delle strutture realizzate con il PNRR, sostenendone personale, manutenzione e integrazione con i servizi territoriali, mentre la dotazione ZES si ridurrà rispetto al 2027 e diverse misure annuali richiederanno nuove decisioni. Il rischio per la Sicilia è ricevere un sollievo immediato senza acquisire una capacità durevole di offrire servizi e lavoro.

Anche la prevenzione sismica subisce un rinvio significativo: il fondo nazionale per ridurre la vulnerabilità degli edifici pubblici scende da 60 a 30 milioni annui nel 2027 e nel 2028, distribuendo le somme rinviate nel 2029 e nel 2030. Il totale del quadriennio rimane invariato, ma per i territori esposti al rischio il tempo è parte della sicurezza, e una diversa distribuzione contabile delle risorse può tradursi in una protezione che arriva più tardi.

In questo quadro il presidente della regione, Renato Schifani, deve rispondere del peso politico che la vicinanza al governo nazionale produce per l’Isola. Il 18 settembre auspicava interventi per sanità, sociale e ceto medio, descrivendo precedenti finanziamenti contro le liste d’attesa come una «sutura di una ferita che esiste nel sistema sanitario»: una metafora che riconosce il problema e obbliga a spiegare come si intenda affrontarne le cause. Gli auspici, come le proteste sui fondi insufficienti, diventano politicamente rilevanti quando si traducono in richieste quantificate e in risultati che i cittadini possono verificare. La Conferenza delle Regioni ha già indicato richieste concrete sul finanziamento sanitario, sui vincoli al personale e sugli investimenti successivi al PNRR, offrendo una base dalla quale anche il governo siciliano può muovere. Schifani e i suoi alleati devono renderla una piattaforma negoziale per l’Isola, indicando somme richieste, servizi da garantire e scadenze, mentre i parlamentari siciliani della maggioranza devono assumersi la responsabilità di emendamenti finanziati. Palermo deve contemporaneamente rispondere della qualità della propria spesa, perché la denuncia delle insufficienze nazionali non assolve chi amministra le risorse regionali.

Il coro delle rivendicazioni resta una protesta innocua quando consente a Palermo di dichiararsi scontenta e a Roma di mantenere le proprie priorità senza alcun costo politico. È questa subordinazione che una Sicilia governata dal centrodestra dovrebbe rifiutare, se vuole che la propria forza elettorale si trasformi in capacità contrattuale. Finché il consenso dell’Isola sarà considerato disponibile senza condizioni, Meloni avrà pochi incentivi a cambiare il proprio calcolo e Schifani continuerà a dover spiegare perché la fedeltà al governo nazionale non produca un corrispondente avanzamento dei diritti dei siciliani.

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Ingegnere, professore universitario, già rettore dell'Università di Palermo, nonno. E' stato candidato alla carica di governatore della Regione siciliana nel 2017 con la coalizione di centrosinistra.

ANTONIO CRAXI'

Già Professore ordinario di Gastroenterologia dell'Università di Palermo e Direttore dell'UOC di Gastroenterologia dell'AOUP Paolo Giaccone. Responsabile Sanità di Italia Viva Sicilia.

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