Ogni inverno, puntuale come l’abbassarsi delle temperature, arriva il picco influenzale. E ogni inverno, altrettanto puntuale, la sanità siciliana si scopre impreparata. I pronto soccorso sovraffollati, le barelle nei corridoi, le attese che superano le 24 o 48 ore non sono il frutto di un evento eccezionale o imprevedibile, ma il segnale ricorrente di un sistema che continua a trattare come emergenza ciò che, da almeno trent’anni, è una regolarità epidemiologica. Le notizie riportate in questi giorni dalla stampa locale fotografano una situazione grave, ma non nuova: reparti in sofferenza, indici di sovraffollamento nelle aree di emergenza che superano il 300% con empi di attesa biblici, manager convocati d’urgenza e con clamore mediatico dal Presidente della Regione, task force istituite quando il problema è già esploso. È su questo scarto tra prevedibilità del fenomeno e reazione tardiva delle istituzioni che occorre concentrare una riflessione critica, severa, ma equa.
Il primo nodo riguarda la programmazione regionale dei fabbisogni sanitari. Il picco influenzale invernale non è una calamità naturale improvvisa, ma una ricorrenza annuale con caratteristiche ormai ben conosciute: aumento degli accessi per sindromi respiratorie, incremento dei ricoveri di pazienti fragili, allungamento delle degenze, riduzione del turnover dei posti letto. A ciò si aggiunge l’inadeguatezza dei servizi territoriali e dell’assistenza domiciliare. In una regione con una popolazione sempre più anziana e con un’elevata prevalenza di malattie croniche, la gestione a domicilio delle forme influenzali non complicate dovrebbe rappresentare la prima linea di risposta. Invece, l’assistenza domiciliare integrata resta tragicamente sotto-dimensionata o del tutto assente.
Il secondo fattore critico riguarda il ruolo dei medici di medicina generale. La medicina di famiglia è, o dovrebbe essere, il cardine del sistema sanitario pubblico, soprattutto nella gestione delle patologie acute a bassa complessità e delle riacutizzazioni delle malattie croniche. La loro disponibilità, spesso modesta e discontinua, a effettuare prestazioni domiciliari e la mancanza di incentivi alla deospedalizzazione delle patolologie ignori, è un elemento importante nella decisione dei cittadini di afferire alle aree di emergenza anche per una sindrome influenzale.
Il terzo elemento è l’adesione incompleta dei cittadini alle campagne di vaccinazione contro le infezioni respiratorie. I dati nazionali mostrano come la copertura vaccinale antinfluenzale resti al di sotto degli obiettivi raccomandati. Questo genera un aumento del numero dei casi, e a cascata della affluenza alle strutture ospedaliere.
Mettendo insieme questi tre fattori emerge un quadro coerente: il sovraffollamento dei pronto soccorso non è il problema in sé, ma il sintomo più evidente di una catena di criticità strutturali. Se la il sistema salute in Sicilia, giá in gravissima sofferenza per le sue patologie e disfunzione croniche mai curate, deve affrontare anche questi sovraccarichi evitabili, la prognosi diventa infausta.

ANTONIO CRAXI'
Già Professore ordinario di Gastroenterologia dell'Università di Palermo e Direttore dell'UOC di Gastroenterologia dell'AOUP Paolo Giaccone. Responsabile Sanità di Italia Viva Sicilia.



Come si pensa di poter scrivere che parte del problema sono i medici di famiglia.
Vi lascio io un post, con la preghiera di girarlo al professore.
“Gli studi di medicina generale in tilt per il sovraffollamento causato dall’influenza.”
Avete mai letto un titolo del genere? No.
E non perché non sia vero, ma perché nessuno viene a vedere cosa accade realmente negli studi di medicina generale durante il picco influenzale.
Nessuno racconta quanti dei nostri 1.500 assistiti si rivolgano quotidianamente ai nostri ambulatori, quante telefonate arrivino senza sosta, quante mail, quanti messaggi. Nessuno descrive cosa significhi garantire continuità assistenziale mentre si gestiscono vaccinazioni, cronicità, domiciliarità, burocrazia e l’inevitabile ansia dei pazienti.
Persino al supermercato mentre ripassiamo la lista della spesa ci capita di essere intercettati per consigli e terapie(le consideriamo domiciliari?).Non è folklore: è la fotografia di una professione che non ha confini temporali né spaziali.
È chiaro che 1.500 assistiti non possano essere confrontati, in termini numerici, con i volumi di un ospedale. Ma chi intercetta quei pazienti prima? Chi prova a evitare accessi impropri al pronto soccorso? Chi gestisce l’incertezza quando una TAC o un’ecografia da noi richiesta dopo una visita non è prenotabile in tempi adeguati e il paziente si spaventa e si rivolge al PS?
Per un medico di famiglia o di continuità assistenziale, ogni paziente che finisce in pronto soccorso non è una liberazione, non pensiamo mai “meno lavoro per me”, ma è un colpo al cuore pensando “avrei voluto fare di più”.
Forse allora i titoli dovrebbero essere diversi.
Ad esempio:
“I medici di famiglia affrontano da soli l’epidemia influenzale, senza supporto strutturale, senza infermieri, tra carichi crescenti e risorse insufficienti.”
Ma titoli così difficilmente li leggeremo.
E allora lo diciamo noi.
Perché quando i medici vanno in burnout, quando abbandonano la professione, quando diventano sempre meno a reggere un carico sempre più pesante, la domanda è una sola:
che cosa resterà davvero del Servizio Sanitario Nazionale pubblico, gratuito e universale?
Buon anno nuovo.
Che sia almeno l’anno della verità.