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L’ARIA E’ CAMBIATA E IL CSX DEVE CAPIRLO. PARLIAMO DI PROGRAMMI!

C’è un momento nel quale perfino l’opposizione dovrebbe capire che l’aria è cambiata. La destra continua a occupare la scena con la solita miscela di propaganda, muscolarità verbale e governo a colpi di slogan, ma qualche crepa si vede. Non abbastanza da pensare che il lavoro sia fatto da solo, abbastanza però da rendere incomprensibile la lentezza con cui il campo alternativo continua a girare attorno a sé stesso come un gruppo dirigente riunito in perpetuo preavviso di decisione.

Il punto, ormai, andrebbe detto senza troppe cerimonie. Se davvero si vuole offrire al Paese una possibilità di governo, bisogna smettere di discutere prima di tutto su chi debba guidare la coalizione. Elly Schlein ha il dovere di chiarire se il Pd intenda essere il perno di un’alleanza o soltanto il custode della propria autosufficienza. Giuseppe Conte deve decidere se il Movimento voglia partecipare a un progetto di governo o continuare a considerarsi il tribunale morale degli altri. E intorno, compresa la novità mediatica rappresentata da figure come Silvia Salis, sarebbe utile distinguere una volta per tutte tra l’interesse che suscita un nome e la sostanza politica che quel nome dovrebbe incarnare.

Del resto, la discussione ossessiva su chi debba fare il leader, su come sceglierlo, su quale meccanismo sia più legittimo o più conveniente, comincia ad assomigliare a un brutto spin-off dell’Isola dei Famosi. C’è lo stesso compiacimento un po’ infantile per la gerarchia del gruppo, la stessa inclinazione a scambiare la tattica per intelligenza, la stessa fatica a distinguere il protagonismo dalla funzione. Cambiano l’abbigliamento e il fondale: invece della spiaggia ci sono gli studi televisivi, invece del costume da bagno il doppiopetto o la camicia ben stirata. Ma l’impressione, a tratti, è identica: piccoli capi tribù che discutono di nomination mentre fuori dal set c’è un Paese intero che aspetta risposte.

Il guaio è che nei reality almeno l’insensatezza è dichiarata, e nessuno pretende di confonderla con un progetto per l’Italia. In politica, invece, questo eterno dibattere su chi comanda e con quali riti di investitura viene spesso venduto come profondità strategica, quando assomiglia piuttosto all’esibizione abbastanza penosa di personaggi convinti che il centro della scena coincida con il centro del mondo. È precisamente questo scarto che andrebbe colmato: sottrarre il centrosinistra alla psicologia da naufraghi e restituirlo, prima che sia tardi, alla grammatica più sobria e più adulta di una coalizione che vuole governare.

Perché il problema del leader viene dopo. Dopo il programma, non prima. Prima bisogna scrivere poche cose chiare: che idea si ha della sanità pubblica, della scuola, del lavoro povero, dei salari, del fisco, dell’ambiente, della politica industriale, dei servizi locali, del rapporto tra Stato e cittadini. Prima bisogna dire se si vuole davvero combattere l’evasione fiscale o continuare a citarla con la prudenza con cui si nomina un parente molesto ai pranzi di famiglia. Prima bisogna spiegare come si intende rimettere in piedi un welfare che perde pezzi ogni anno mentre la politica discute di leadership come se il Paese fosse una dependance dei talk show.

Non si dica che le differenze sono troppe. Le differenze ci sono sempre state, e in politica servono a costruire una mediazione, non a giustificare la paralisi. La cornice è già scritta nella Costituzione: diritti sociali, dignità del lavoro, giustizia fiscale, tutela dell’ambiente, equilibrio dei poteri, centralità delle istituzioni democratiche. Dentro quel perimetro, quasi tutto il resto è trattabile. Il compromesso non è una vergogna. La vergogna è usare il dissenso come copertura delle proprie rendite di posizione.

Servirebbe allora una cosa quasi esotica per la politica italiana: un metodo. Un piccolo gruppo di lavoro, autorevole e operativo, con il compito di mettere insieme in poche settimane una piattaforma comune. Non l’ennesimo tavolo infinito, che da noi è il modo elegante di rinviare all’eternità, ma una sede vera di decisione. Poche priorità, gerarchizzate; alcune misure immediatamente riconoscibili; una linea netta sui grandi nodi sociali ed economici. Un programma leggibile, sottoscrivibile, verificabile in cui gli elettori di area progressista possano riconoscersi.

Solo a quel punto viene il resto. Primarie sì, primarie no; Schlein o Conte; un profilo esterno; una figura nuova capace di parlare oltre i confini tradizionali; magari perfino una candidatura che oggi appare laterale e domani no. Tutto legittimo. Ma tutto successivo.

Perché se si parte dal capo, ogni discussione si avvelena: ogni proposta diventa una mossa di corrente, ogni parola un segnale interno, ogni confronto un piccolo psicodramma. Se invece si parte dal programma, chiunque emerga sarà comunque vincolato a un patto di coalizione e non alle oscillazioni del proprio ego o del proprio apparato. E a quel punto anche il modo con cui la figura del candidato leader per il centrosinistra viene identificato diventa di scarso rilievo. 

La questione, in fondo, è semplice. Gli elettori non aspettano un torneo tra personalità concorrenti. Non sono interessati al romanzo dei veti incrociati, delle simpatie forzate, delle gelosie travestite da strategia. Vogliono sapere quale Italia abbia in mente l’opposizione. Se Schlein, Conte, Salis e gli altri intendono davvero costruire un’alternativa, comincino da lì: mettano mano subito a un programma comune e subordinino a quel patto la scelta del leader. Il contrario lo abbiamo già visto troppe volte. E non è andata benissimo.

ANTONIO CRAXI'
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Già Professore ordinario di Gastroenterologia dell'Università di Palermo e Direttore dell'UOC di Gastroenterologia dell'AOUP Paolo Giaccone. Responsabile Sanità di Italia Viva Sicilia.

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1 commento

  1. Ottimo intervento, Antonio, cui aggiungo due considerazioni. La prima. Nell’agenda delle priorità inseriamo beni culturali e turismo, due diversi settori che vivono di integrazione ( non omologazione) e che stanno affondando sotto i colpi dell’incompetenza diffusa, del sensazionalismo mediatico fine a se stesso, dell’overtourism becero e pecoreccio che distrugge le nostre città d’arte.
    Seconda osservazione. Attenzioni ai prodotti in vitro da laboratorio, o sala di regia, come la Salis. Certo è efficace, nuova e “giusta” sotto vari punti di vista. Ma è il messaggio che è totalmente sbagliato, con lei passa l’idea che non siano necessarie né peculiari competenze né l’esperienza della gavetta per arrivare a ruoli chiave della rappresentanza politica. Siamo sicuri di volere questo? È la stessa strada di Conte, incoronato dal nulla e ancora oggi il campione dell’ambiguità tattica e dell’interesse personale.

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