Il New York Times ha usato una formula brutale: l’America di Trump starebbe diventando uno “STATO PSICOTICO”. A scriverlo non sono due agitatori da talk show, ma Jonathan Rauch, studioso della Brookings Institution, e Peter Wehner, ex speechwriter di George W. Bush e tra i più autorevoli critici conservatori del trumpismo. Proprio questo conta: non parlano dalla periferia ideologica, ma dall’interno di due tradizioni americane — quella liberal-istituzionale e quella conservatrice classica — che vedono nella seconda presidenza
Trump non solo un problema politico, ma un cedimento del funzionamento stesso dello Stato. La loro espressione è volutamente estrema, e va letta come metafora politica, non come diagnosi clinica. Ma il punto che colgono è vero. Il problema di Trump non è più soltanto il carattere del leader, la sua impulsività, il suo narcisismo, il suo rapporto instabile con la realtà. Il problema è che quel disordine si è trasferito nell’apparato pubblico, è diventato stile di governo, ha colonizzato il processo decisionale. Non è più soltanto il presidente a essere caotico: è lo Stato che comincia a ragionare per impulsi.
È questo il salto di qualità. Nel primo mandato Trump era già un fattore di scompaginamento, ma trovava ancora attorno a sé filtri, competenze, resistenze. Nel secondo mandato, secondo Rauch e Wehner, il disordine si è istituzionalizzato. Le contraddizioni non vengono corrette: vengono prodotte in serie. Gli obiettivi cambiano, le linee strategiche oscillano, le minacce si annunciano e si ritirano, il linguaggio pubblico segue l’umore del capo. Non siamo più davanti a una politica aggressiva ma comprensibile. Siamo davanti a una de-istituzionalizzazione del comando.
Si può obiettare che il New York Times esageri nel lessico. Ed è vero, in parte. “Stato psicotico” è una formula ad altissimo tasso polemico, che rischia di psicologizzare troppo un fenomeno che è anche storico, culturale e di partito. Trump non cade dal cielo: è il prodotto di una lunga mutazione americana, di un partito repubblicano che ha sostituito la dottrina con la fedeltà personale, di un ecosistema mediatico che premia la menzogna se serve alla mobilitazione, di un elettorato che ha finito per scambiare l’incoerenza per autenticità. Però il bersaglio resta giusto: gli Stati Uniti stanno sperimentando una forma di governo in cui il potere non organizza la realtà, la destabilizza.
Ed è qui che il confronto con l’Italia diventa inevitabile, anche l’Italia non è certo l’America. Non ha la stessa concentrazione di potere esecutivo, non ha la stessa proiezione globale, non può trasformare un capriccio di governo in una crisi mondiale. Ma sarebbe consolatorio fermarsi a questa differenza.
Perché, prese le debite proporzioni, anche nel nostro Paese si sono diffusi alcuni ingredienti della stessa malattia politica: la personalizzazione del potere, il discredito dei corpi tecnici, la riduzione della competenza a fastidio, l’idea che i contrappesi siano intralci e non garanzie. Da anni in Italia si coltiva una retorica povera e pericolosa: quella per cui decidere rapidamente è di per sé governare bene. L’istruttoria diventa burocrazia, il parere tecnico diventa freno, la mediazione diventa debolezza, il dubbio diventa slealtà. Non abbiamo il Trumpismo in scala uno a uno, ma abbiamo spesso un suo parente meno spettacolare e più ipocrita: il decisionismo approssimativo. Da noi il caos produce meno esplosioni e più pasticci; meno shock globali e più mediocrità amministrativa. Ma il principio di fondo non è così lontano.
Una parte della destra italiana ha flirtato a lungo con Trump, o almeno con ciò che egli rappresentava: il capo che travolge le liturgie istituzionali, che umilia gli avversari, che disprezza tecnici, giornalisti e mediatori, che trasforma la brutalità in prova di autenticità. Oggi però quella fascinazione si sta facendo più prudente. Le cronache recenti mostrano una Giorgia Meloni costretta a prendere le distanze da Trump su questioni concrete, pur senza rompere il rapporto con Washington. Reuters ha raccontato bene questa ambivalenza: ciò che fino a ieri era un capitale politico, oggi rischia di diventare un costo.
L’aspetto più interessante è che l’opinione pubblica italiana appare più lucida della politica. I sondaggi recenti mostrano un netto raffreddamento nei confronti di Trump: secondo Demopolis i giudizi positivi in Italia sono scesi al 22%, mentre altre rilevazioni confermano una percezione molto più negativa che positiva del presidente americano e una crescente diffidenza verso l’affidabilità degli Stati Uniti nell’era del trumpismo. Questo dato va letto senza forzature.
Non significa che gli italiani siano diventati antiamericani. Significa piuttosto che distinguono sempre di più fra America e trumpismo. Hanno capito che criticare Trump non vuol dire rompere con l’Occidente; vuol dire prendere atto che una superpotenza imprevedibile è un problema anche per i suoi alleati. E qui, paradossalmente, la società si mostra più seria dei suoi rappresentanti.
Il giudizio finale, dunque, deve essere netto. La politica italiana ha reagito alla crisi americana con opportunismo, ritardo e scarsa profondità. La destra ha civettato con Trump finché conveniva. La sinistra lo ha demonizzato senza capirlo davvero. Quasi nessuno ha tratto una lezione strategica all’altezza del problema. L’opinione pubblica, invece, si è mostrata più sobria e più sensata: meno sedotta dal mito dell’uomo forte, più attenta al costo dell’instabilità, più capace di cogliere che il problema americano non è folkloristico ma strutturale.
Il vero errore italiano, oggi, non è imitare Trump. È pensare che il trumpismo riguardi solo l’America. Non è così. Riguarda ogni democrazia che cominci a considerare le proprie procedure di razionalità come un impaccio. Riguarda ogni sistema in cui il capo pretende di sostituire il metodo. Riguarda anche noi, ogni volta che scambiamo l’improvvisazione per decisione e la forza per governo.
Rauch e Wehner hanno scelto parole forti, forse eccessive. Ma talvolta le parole eccessive servono proprio a rompere il sonnambulismo. E in Italia, più che di antiamericanismo, avremmo bisogno di una cosa molto più semplice: smettere di guardare gli Stati Uniti come uno spettacolo e cominciare a leggerli come un avvertimento.

ANTONIO CRAXI'
Già Professore ordinario di Gastroenterologia dell'Università di Palermo e Direttore dell'UOC di Gastroenterologia dell'AOUP Paolo Giaccone. Responsabile Sanità di Italia Viva Sicilia.


