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MA CONVIENE DAVVERO ANDARE A STUDIARE LONTANO DALLA SICILIA?

Ci sono famiglie siciliane che, per mandare un figlio a studiare a Milano, Bologna, Padova o Torino, spendono nell’arco di cinque anni una cifra che può tranquillamente superare i 70 mila euro. Affitto, bollette, trasporti, libri, vitto, viaggi di rientro. Un investimento enorme, affrontato con una convinzione che ormai è diventata quasi un fatto acquisito: se vuoi dare a tuo figlio una possibilità in più, deve lasciare la Sicilia. L’università è soltanto il primo passo. Il resto verrà da sé. Più prestigio, più occasioni, più lavoro, stipendi più alti. Ma siamo sicuri che sia ancora così?

Lo *University Report 2026* di JobPricing, che analizza le retribuzioni dei laureati italiani e il ritorno economico dell’investimento universitario, racconta una storia molto meno scontata. Non dice che le università del Nord abbiano perso il loro vantaggio. Dice qualcosa di molto più interessante: che quel vantaggio non è affatto generalizzato e che, in molti casi, la geografia pesa meno di quanto continuiamo a credere.

Il primo dato è sufficiente a demolire uno dei luoghi comuni più radicati. L’Università di Palermo è decima in Italia per retribuzione media dei laureati tra i 25 e i 34 anni. La RAL media è di 35.769 euro, superiore non solo alla media nazionale (34.767 euro), ma anche a quella di atenei che, nell’immaginario collettivo, rappresentano da sempre una destinazione “migliore”. Bologna si ferma a 35.168 euro, Genova a 35.011, Pavia a 34.957, Verona a 34.933, Milano Statale a 34.895 e Torino a 34.717 euro. Palermo è davanti a tutte. Restano irraggiungibili Bocconi (42.522 euro), Politecnico di Milano (39.355), Politecnico di Torino (38.977), Parma (38.348), L’Aquila (36.128), Milano Bicocca (35.975), Ca’ Foscari (35.946), Pisa (35.891) e Cattolica (35.800), ma la domanda è inevitabile: ha davvero senso sostenere il costo di cinque anni fuori sede per iscriversi in un’università che, almeno sul piano retributivo, produce risultati inferiori a quelli di Palermo?

Anche Catania offre un risultato tutt’altro che trascurabile. La retribuzione media dei suoi laureati nella stessa fascia d’età è di 34.411 euro, appena l’1% sotto la media nazionale. Significa che il differenziale con molte università del Centro-Nord è ormai minimo. Messina, con 33.183 euro, parte più indietro, ma proprio l’ateneo peloritano offre uno dei dati più sorprendenti dell’intero rapporto. Tra i 25 e i 34 anni e la fascia compresa tra 45 e 54 anni, la crescita della retribuzione raggiunge l’89%, seconda soltanto a quella registrata dall’Università di Pavia (91%) e nettamente superiore a quella di Palermo (19%) e Catania (14,7%). Il dato non significa che un laureato messinese guadagnerà sicuramente più degli altri. Significa però che fotografare un’università soltanto attraverso il primo stipendio rischia di essere profondamente fuorviante.

Il confronto con il Nord, naturalmente, non può fermarsi alle classifiche. Bocconi continua a rappresentare il riferimento nazionale nelle discipline economiche e manageriali. Il Politecnico di Milano e quello di Torino dominano il panorama dell’ingegneria italiana, sostenuti da un rapporto strettissimo con il sistema produttivo del Paese. Trento, Padova, Parma e Pisa continuano a garantire eccellenti prospettive occupazionali. Nessuno dei dati disponibili autorizza a mettere in discussione questo primato. Ma il punto è un altro. Il confronto reale non è fra Palermo e Bocconi. Il confronto è fra Palermo e quelle università verso cui ogni anno si trasferiscono migliaia di studenti siciliani convinti che QUALUNQUE destinazione al Nord rappresenti automaticamente un salto di qualità.

I numeri raccontano che non è così. Se il termine di paragone è Bologna, Palermo presenta una retribuzione iniziale superiore di circa 600 euro. Se il confronto è con Torino, il vantaggio supera i mille euro. Se si guarda a Milano Statale, Genova, Verona o Pavia, l’ateneo siciliano continua a mantenere un margine positivo. Non enorme, certo, ma sufficiente a smontare l’idea secondo cui il semplice trasferimento geografico produca automaticamente un miglior rendimento economico della laurea.

È probabilmente questo il dato che dovrebbe interessare maggiormente una famiglia siciliana. Spendere 60 o 70 mila euro in più per ottenere, alla fine del percorso, una differenza retributiva iniziale di poche centinaia di euro non rappresenta necessariamente un investimento razionale. Diverso è il caso di chi sceglie un’università capace di offrire qualcosa che in Sicilia non esiste: un ecosistema industriale, una rete consolidata di rapporti con grandi aziende, laboratori di ricerca di eccellenza, programmi internazionali e un placement particolarmente efficace. In questi casi il valore aggiunto non è rappresentato soltanto dal nome dell’ateneo, ma dall’intero ambiente nel quale lo studente costruisce la propria carriera.

Il punto, infatti, non è stabilire se sia meglio Palermo o Milano, Catania o Bologna. Il punto è capire per quale laureavalga la pena sostenere un investimento così importante. Lo stesso University Report mostra con chiarezza che le retribuzioni non dipendono soltanto dall’università, ma soprattutto dal tipo di percorso scelto. In cima alla classifica compaiono ingegneria chimica e dei materiali, ingegneria meccanica, aerospaziale, gestionale, informatica, economia quantitativa, statistica e matematica. Sono lauree che trovano il loro sbocco naturale nei grandi distretti produttivi del Paese, dove imprese manifatturiere, multinazionali, società di consulenza e aziende tecnologiche assumono con continuità. È qui che il Politecnico di Milano, il Politecnico di Torino, la Bocconi o alcuni atenei come Trento e Padova costruiscono il proprio vantaggio competitivo. Non perché insegnino necessariamente meglio, ma perché operano all’interno di un ecosistema economico infinitamente più ricco di opportunità.

La vera domanda che le famiglie dovrebbero porsi non è se il figlio debba andare al Nord. Dovrebbero chiedersi per fare cosa. Se l’obiettivo è entrare in una multinazionale dell’automotive, lavorare nell’aerospazio, nella consulenza internazionale o nella finanza, scegliere un politecnico o un’università fortemente integrata con quei settori continua ad avere una logica evidente. Se invece il corso di laurea è disponibile con un’elevata qualità anche in Sicilia, se le differenze retributive sono nell’ordine di poche centinaia di euro e se il costo della vita fuori sede assorbe buona parte del vantaggio economico, allora la risposta cambia radicalmente. 

Per molti studenti potrebbe essere più conveniente conseguire la laurea a Palermo o a Catania, risparmiando decine di migliaia di euro, e investire quelle stesse risorse in un master internazionale, in un periodo Erasmus, in una specializzazione o in un dottorato presso uno dei grandi atenei europei. Sarebbe un investimento molto più mirato e, probabilmente, molto più redditizio. Lo stesso vale per chi intende trasferirsi dopo la laurea. Nulla impedisce di costruire una solida formazione in Sicilia e poi entrare nel mercato del lavoro del Centro-Nord o dell’estero, evitando cinque anni di costi che potrebbero non produrre un vantaggio proporzionato.

Forse è proprio questo il messaggio più importante che emerge dallo University Report 2026. Per anni il dibattito sull’università italiana è stato raccontato come una contrapposizione geografica: Sud contro Nord, periferia contro eccellenza, fuga contro permanenza. I dati suggeriscono invece che il vero discrimine è un altro. Non è la latitudine dell’ateneo, ma la qualità del corso di studi, il settore professionale scelto e il contesto economico nel quale quella laurea verrà utilizzata.

Continuare a pensare che basti attraversare lo Stretto per assicurarsi automaticamente uno stipendio migliore significa ignorare una realtà che ormai le statistiche descrivono con precisione. Al tempo stesso, sarebbe altrettanto illusorio sostenere che tutte le università si equivalgano o che trasferirsi non abbia alcun senso. La conclusione è meno rassicurante, ma molto più utile: partire conviene quando esiste un progetto preciso, un ateneo realmente migliore per quella disciplina e un vantaggio professionale misurabile. Partire soltanto perché “al Nord è meglio” rischia invece di trasformare uno dei più grandi investimenti di una famiglia in una scelta dettata più dai luoghi comuni che dai numeri.

E forse la domanda che dovremmo iniziare a porci non è perché tanti ragazzi continuino a lasciare la Sicilia per studiare. La domanda è un’altra: quanti di loro, leggendo questi dati prima di fare la domanda di iscrizione, prenderebbero la stessa decisione?

ANTONIO CRAXI'
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Già Professore ordinario di Gastroenterologia dell'Università di Palermo e Direttore dell'UOC di Gastroenterologia dell'AOUP Paolo Giaccone. Responsabile Sanità di Italia Viva Sicilia.

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