Il centrosinistra italiano, che affonda le sue radici nella felice e ormai trentennale intuizione dell’Ulivo, sta attraversando una fase di riorganizzazione di un’oggettiva, profonda complessità. Per decifrare l’attuale stallo in cui versa l’intera area progressista, occorre abbandonare la lente della polemica quotidiana e analizzare con freddezza e onestà intellettuale gli effetti che il populismo post-grillino ha prodotto sull’intera macchina organizzativa, politica e identitaria della coalizione.
L’irruzione del Movimento 5 Stelle, e la sua successiva trasformazione istituzionale sotto la guida di Giuseppe Conte, hanno mutato strutturalmente le regole d’ingaggio. Il M5S ha progressivamente dismesso i panni della forza esclusivamente anti-sistema, intestandosi battaglie sociali di forte impatto e intercettando un reale malessere economico che i partiti tradizionali faticavano a leggere con prontezza. Questa spinta ha oggettivamente costretto il Partito Democratico e i suoi alleati a un continuo sforzo di adattamento. L’assorbimento da parte del PD di alcune istanze (come una difesa più marcata di un certo welfare assistenziale o una radicalizzazione su temi ecologici e del lavoro) non va letto unicamente come un cedimento tattico, ma anche come un tentativo inevitabile di metabolizzare nuove domande sociali, mantenendo aperto un canale di dialogo con un elettorato disilluso.
In questa delicata transizione, trova una sua spiegazione logica e oggettiva anche il ritorno di figure storiche e rassicuranti come Pier Luigi Bersani. La ricucitura con l’anima più ortodossa e profonda della sinistra serve, di fatto, a stabilizzare la barca, ad ancorare la base storica e a rassicurare i militanti in una fase in cui le continue contaminazioni programmatiche rischiano di creare disorientamento.
In politica, si sa, i percorsi non sono mai lineari. È del tutto fisiologico, e persino utile, attraversare fasi di trattative aspre, di distinguo tattici e di aperta propaganda muscolare. Questi momenti servono ai vari partiti per misurare la propria forza, per chiarire i propri perimetri valoriali e per comunicare in modo inequivocabile agli elettori quali siano le reali intenzioni di ciascun attore in campo. Il tavolo delle alleanze non è un pranzo di gala, ed è giusto che le differenze vengano esplicitate prima di stringere patti di governo.
Tuttavia, al termine di questa fisiologica dialettica, la politica impone il dovere inderogabile della sintesi. E su questo punto, l’analisi non può che farsi spietata.
È storicamente, politicamente e intellettualmente inammissibile che un’area che si definisce “di centrosinistra” permetta, o avalli passivamente, la sistematica criminalizzazione del proprio centro. L’idea di poter purificare la coalizione erigendo veti insormontabili contro la componente moderata, liberale e riformista non è una dimostrazione di forza o di coerenza etica: è una macroscopica miopia strategica.
Chiunque, all’interno del campo progressista, teorizzi o accetti supinamente l’esclusione delle forze riformiste ha il dovere di spiegare al Paese con quale logica aritmetica e politica intenda vincere le elezioni. È semplicemente folle decidere di lasciare deliberatamente fuori dalla porta un bacino elettorale, una cultura di governo e una classe dirigente che valgono potenzialmente un decisivo 5% dei consensi. Stiamo parlando di partiti, dirigenti — tra cui certamente anche l’Italia Viva di Matteo Renzi, che piaccia o meno ai puristi — e soprattutto di cittadini che, per natura, cultura e storia, non sbarrerebbero mai la casella di Giorgia Meloni o della destra sovranista nell’urna elettorale.
Rinunciare a priori a questo patrimonio, in un sistema bipolare dove ogni punto percentuale decide le sorti del Paese, non è un nobile sacrificio sull’altare dell’intransigenza morale. È, al contrario, un cinico calcolo suicida. Significa abdicare in modo definitivo alla propria vocazione di governo, accontentandosi di una minoranza chiassosa ma sterile. E certifica, in ultima analisi, l’imperdonabile volontà di preferire una sconfitta con la presunta “coscienza pulita”, piuttosto che assumersi la fatica, la responsabilità e il compromesso necessari per guidare l’Italia.
Francesco Rizzo (1995) è docente di materie umanistiche, saggista promotore culturale. Presidente del centro "Hosàytos" e Direttore Editoriale di "Sorsi e morsi d'arte", ed editorialista per “TotaPulchraNews” collabora attivamente con atenei, riviste scientifiche e prestigiose istituzioni del territorio agrigentino (come la Valle dei Templi, la Lucchesiana e il MUDIA). È autore di numerose pubblicazioni storiche e filosofiche, tra cui la “Summa Sicana” e il saggio “Francesco Magno. Un pontificato sine glossa (2026)”



