I dati del nuovo monitoraggio AGENAS sull’assistenza domiciliare integrata inducono a qualche riflessione. A livello nazionale il target PNRR risulta raggiunto e superato: nel 2025 sono stati presi in carico oltre 1,6 milioni di assistiti over 65, con una percentuale di raggiungimento del 115,2% rispetto al valore atteso e una quota di popolazione anziana presa in carico pari all’11,3%. Ma la domanda vera è: che cosa c’è dentro quei numeri? Perché se l’Assistenza Domiciliare Integrata diventa solo una casella da riempire nel cruscotto del PNRR, allora abbiamo già perso la sfida. L’ADI non è una sigla, non è un flusso informativo, non è una prestazione registrata per fare statistica. L’ADI dovrebbe essere la risposta concreta al bisogno di una persona fragile che, dopo un ricovero, una caduta, una frattura, uno scompenso, un ictus o una riacutizzazione di una patologia cronica, non può essere semplicemente dimessa (o dismessa…) da strutture di ricovero del SSN, siano esse ospedali pubblici o cliniche private convenzionate, e affidata alla famiglia, quando essa esista, come un problema da gestire.
Il tema delle dimissioni protette è decisivo nella società attuale. La dimissione protetta non è l’uscita dall’ospedale con una lettera in mano e qualche numero di telefono da chiamare se necessario. Non è un passaggio burocratico dal letto di una clinica al letto di casa, e non può essere, come troppo spesso accade, una formula elegante per dire ai familiari: “Da domani arrangiatevi”. Una dimissione protetta funziona solo se prima della dimissione è già stato definito chi prende in carico il paziente, con quale piano assistenziale, con quali tempi, con quale medico responsabile, con quali infermieri, con quali fisioterapisti, con quali ausili, con quale collegamento con il medico di medicina generale, con quale eventuale supporto sociale del Comune. Se tutto questo non è pronto, quella non è una dimissione protetta. È una dismissione frettolosa.
La Sicilia, nel monitoraggio AGENAS sul DM 77, presenta dati apparentemente confortanti sull’ADI: 113.721 utenti over 65 nel 2024 e una stima di 123.014 nel 2025. Inoltre viene dichiarata una copertura del servizio ADI pari al 100% dei distretti, con copertura al 100% anche per assistenza infermieristica, medica, specialistica, riabilitativa, socioassistenziale e fornitura di farmaci e dispositivi. Numeri che, letti al valore facciale, consentono alla Regione di dire: “Siamo a posto”. Ma siamo davvero a posto? No, se accanto alla quantità non misuriamo intensità, tempestività e continuità. Il monitoraggio AGENAS dell’assistenza domiciliare usa l’indicatore SIAD 05 BIS, cioè gli assistiti over 65 trattati nel sistema informativo dell’assistenza domiciliare in rapporto alla popolazione anziana. E AGENAS specifica che nel conteggio rientrano gli assistiti presi in carico con una o più prestazioni nell’anno di riferimento. Una o più. Ecco il punto politico e sanitario: una prestazione all’anno può bastare per raggiungere un target, ma non basta per curare una persona fragile.
La vera domanda, quindi, non è soltanto “quanti anziani risultano presi in carico?” ma piuttosto: Quante ore di assistenza ricevono? Dopo quanti giorni dalla dimissione ospedaliera arriva il primo accesso domiciliare? Quanti pazienti hanno un Piano Assistenziale Individuale effettivamente attuato? Quanti ricevono fisioterapia dopo una frattura? Quanti vengono rivalutati? Quanti rientrano in pronto soccorso entro trenta giorni perché la presa in carico territoriale è stata insufficiente? Senza questi dati, non è possibile capire se la presa in carico sia effettiva o solo rendicontata. Senza verifiche, il rischio è trasformare il PNRR in una grande operazione di contabilità sanitaria. Si contano gli assistiti, si contano le strutture, si contano le centrali, si contano gli adempimenti. Ma il cittadino non vive di conteggi. Vive di servizi. E quando torna a casa dopo un ricovero, non gli interessa sapere se il target nazionale è al 115%. Gli interessa sapere se qualcuno verrà davvero a medicarlo, riabilitarlo, monitorarlo, aiutarlo a non ricadere.
C’è poi un altro dato che dovrebbe far riflettere. Sempre secondo il monitoraggio AGENAS sul DM 77, la Sicilia ha 50 Centrali Operative Territoriali programmate e 50 pienamente funzionanti. Ottimo risultato, almeno sulla carta. Le COT dovrebbero essere il cervello organizzativo della presa in carico territoriale: coordinare ospedale, territorio, ADI, medici di famiglia, servizi sociali, cure palliative, strutture intermedie. Ma una centrale operativa funziona se intorno ha una rete. Altrimenti rischia di diventare una centrale telefonica ben rendicontata e poco risolutiva. Ed infatti, nello stesso report AGENAS, la Sicilia ha 154 Case della Comunità programmate, ma solo 12 strutture assimilabili con almeno un servizio attivo; appena 4 con tutti i servizi obbligatori dichiarati attivi esclusa la presenza medica e infermieristica, e soltanto 2 con tutti i servizi obbligatori inclusa la presenza medica e infermieristica. Gli Ospedali di Comunità previsti sono 46, quelli dichiarati attivi appena 4.
Bisogna dirlo con chiarezza: le COT da sole non bastano. L’ADI da sola non basta. Le dimissioni protette non si fanno con un modulo. Serve una filiera. Ospedale, COT, Distretto, medico di famiglia, infermieri di famiglia e comunità, fisioterapisti, assistenti sociali, farmacie, cure palliative, Ospedali di Comunità e Case della Comunità devono funzionare come pezzi dello stesso sistema. In Sicilia, invece, troppo spesso funzionano come reparti separati di una burocrazia che comunica male e tardi.
Il punto critico è che la sanità Siciliana è stata mantenuta ancora troppo ospedale-centrica, salvo poi lamentarci dei pronto soccorso pieni, dei ricoveri impropri e delle liste d’attesa infinite. Ma se il territorio non prende in carico davvero, l’ospedale resta l’unica porta aperta. E se l’ospedale dimette senza una rete territoriale già pronta, la famiglia diventa il vero ammortizzatore sociale del sistema sanitario. Per questo la Regione Siciliana dovrebbe smettere di limitarsi alla rendicontazione formale e pubblicare un cruscotto regionale mensile su ADI e dimissioni protette, ASP per ASP. Non bastano i dati aggregati. Servono indicatori comprensibili: dimissioni protette attivate, tempo medio tra dimissione e primo accesso domiciliare, ore medie di assistenza per paziente, percentuale di PAI completati, accessi infermieristici, accessi riabilitativi, riammissioni ospedaliere entro 30 giorni, pazienti in attesa di ausili, coinvolgimento dei servizi sociali comunali. Questa sarebbe trasparenza. Questo sarebbe governo della sanità. Tutto il resto è propaganda amministrativa.
Il PNRR ha imposto un principio giusto: la casa come primo luogo di cura. Ma una casa senza assistenza non è un luogo di cura. È solo il luogo in cui il sistema sanitario si ritira. E una dimissione protetta senza protezione è una contraddizione in termini. La Sicilia non ha bisogno di altri annunci. Ha bisogno di dimostrare che dietro i numeri AGENAS ci sono persone seguite meglio, famiglie meno sole, ospedali meno ingolfati, anziani meno costretti a tornare in pronto soccorso. Perché la vera modernizzazione della sanità non si misura da quante sigle sappiamo pronunciare, ma da quante fragilità riusciamo davvero a prendere in carico.

ANTONIO CRAXI'
Già Professore ordinario di Gastroenterologia dell'Università di Palermo e Direttore dell'UOC di Gastroenterologia dell'AOUP Paolo Giaccone. Responsabile Sanità di Italia Viva Sicilia.


