Ricompaiono trasformisti e professionisti del consenso, pronti a cambiare partito in cambio di un posto in lista. Ma la responsabilità più grave è delle forze politiche che li accolgono.
Le elezioni regionali siciliane non sono ancora alle porte, ma il mercato delle candidature è già cominciato. Si moltiplicano incontri, trattative e richieste di disponibilità. C’è una lunga fila di aspiranti candidati pronti a bussare contemporaneamente a più porte, cercando non una comunità politica nella quale riconoscersi, ma uno spazio elettorale da occupare.
Ricompaiono personaggi che nel corso degli anni hanno cambiato partito, schieramento e linguaggio con sorprendente disinvoltura. Alcuni hanno attraversato quasi tutto l’arco costituzionale, passando dalla destra alla sinistra, dal civismo al populismo, dal governo all’opposizione, sempre in cerca della collocazione più conveniente. Non conoscono la storia, i valori e le battaglie della formazione con la quale vorrebbero candidarsi. Non ne hanno condiviso il lavoro nei territori, non hanno partecipato alla costruzione delle proposte e spesso, fino al giorno precedente, ne criticavano pubblicamente la linea politica.
Adesso cercano uno sponsor al quale promettere fedeltà. Almeno fino alla successiva elezione. Le candidature come merce di scambio.
La politica siciliana rischia ancora una volta di trasformarsi in una compravendita di pacchetti elettorali. Il curriculum ideale non è costituito dalla competenza, dalla coerenza o dal lavoro svolto per la comunità, ma dal numero presunto di preferenze che il candidato dichiara di poter controllare. Non si domanda quale idea abbia della Sicilia, quali proposte intenda sostenere o quale contributo possa offrire. Si domanda quanti voti porti, quali famiglie riesca a mobilitare, quali reti professionali possa attivare e quali interessi territoriali sia in grado di rappresentare.
In questo sistema il partito diventa soltanto un simbolo da affittare e la candidatura una transazione: il candidato promette consenso, il gruppo dirigente offre una posizione in lista e tutti rinviano al giorno successivo alle elezioni qualsiasi discussione su programmi, valori e responsabilità.
Il problema non riguarda soltanto chi cerca una nuova collocazione. La responsabilità più grave appartiene ai partiti che accettano queste operazioni. Sono le segreterie politiche a spalancare le porte ai trasformisti, spesso mortificando iscritti, amministratori e militanti che per anni hanno lavorato senza chiedere incarichi. Sono i vertici a preferire il presunto portatore di voti dell’ultima ora a chi ha costruito quotidianamente credibilità e presenza sul territorio. Ogni candidatura senza coerenza manda un messaggio devastante: appartenere a una comunità politica non serve, studiarne la storia è inutile, partecipare alle sue battaglie non conta. Basta presentarsi al momento opportuno con un pacchetto di preferenze e uno sponsor sufficientemente influente. Così i partiti smettono di essere luoghi di partecipazione, selezione e formazione della classe dirigente. Diventano comitati elettorali temporanei, privi di identità e incapaci di costruire una visione per la Sicilia.
Non bisogna confondere la capacità di dialogare con il trasformismo. La politica riformista richiede apertura, confronto e costruzione di alleanze. Ma il dialogo avviene tra identità riconoscibili; il trasformismo, invece, cancella ogni identità in nome della convenienza personale.
Cambiare opinione è legittimo quando nasce da una riflessione pubblica e da una scelta motivata. Cambiare partito alla vigilia di ogni consultazione, inseguendo la lista ritenuta più sicura, non è evoluzione politica: è opportunismo. Il risultato è un’Assemblea regionale nella quale troppo spesso gli eletti non rispondono a un progetto, ma allo sponsor che ne ha favorito la candidatura, alla rete di interessi che ne ha sostenuto la campagna o alla prossima opportunità di riposizionamento.
Servono regole e selezione pubblica. Le forze politiche che vogliono recuperare credibilità dovrebbero adottare criteri trasparenti per la composizione delle liste. Ogni candidato dovrebbe presentare pubblicamente il proprio percorso, le precedenti appartenenze, le competenze e le ragioni della candidatura. Dovrebbe inoltre sottoscrivere un codice etico serio, dichiarare eventuali conflitti d’interesse e confrontarsi con gli iscritti e con i territori. Le liste non possono essere definite soltanto in riunioni riservate tra capicorrente e aspiranti portatori di voti. Occorre valorizzare chi ha dimostrato coerenza, competenza e servizio alla comunità: amministratori capaci, professionisti, esponenti del volontariato, giovani, donne e cittadini impegnati che non possiedono pacchetti elettorali, ma idee e reputazione.
La Sicilia non ha bisogno dell’ennesimo riciclo. La Regione affronta problemi enormi: sanità inefficiente, infrastrutture insufficienti, crisi idrica, disoccupazione, spopolamento, difficoltà delle imprese e utilizzo ancora inadeguato delle risorse europee. Non può permettersi un’altra legislatura costruita sul riciclaggio delle stesse figure e sulla distribuzione preventiva di incarichi. La Sicilia ha bisogno di una classe dirigente scelta per ciò che sa fare e per la visione che propone, non per il numero di volte in cui è riuscita a cambiare casacca.
Gli elettori hanno una responsabilità, ma non possono essere chiamati a scegliere bene se i partiti presentano liste costruite male. La rigenerazione della politica deve cominciare prima del voto, nel momento in cui si decide chi può rappresentare una comunità e a quali condizioni. La coerenza non garantisce da sola la buona politica, ma senza coerenza la politica perde significato. E quando i partiti rinunciano alla propria identità per raccogliere qualche preferenza in più, forse possono vincere un seggio. Ma perdono la fiducia dei cittadini.

Carmelo FINOCCHIARO
Nato nel 1962, di professione commercialista e proprietario di un gruppo imprenditoriale che spazia dall’edilizia, alle multi utility, al food, ha militato da giovane nella FGCI, PCI, PDS, DS per poi approdare in Italia Viva. Già’ dirigente nazionale del settore produzione e lavoro di Legacoop. Consigliere comunale nei periodI bui della lotta alla mafia nel comune di Mascalucia.
Presidente nazionale di Confedercontribuenti associazione per la tutela dei contribuenti e degli utenti bancari, associa in tutta Italia prevalentemente imprese.


