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PAZIENTE ZERO O QUOZIENTE INTELLETTIVO ZERO DI CHI RIFIUTA I VACCINI?

“Si cerca il paziente zero.” La formula possiede tutto ciò che serve a un buon film catastrofico: il mistero, la caccia all’uomo, il nemico invisibile e, possibilmente, qualcuno appena sceso da un aereo. È una formula che piace alla politica, perché a priori scarica sull’imprevedibile ogni responsabilità, e piace anche a chi, pur esperto in materia, voglia prendere posizioni che facciano pensare a una rapida cancellazione del problema. La formula ha qualche difetto: nel caso della bambina morta a Palermo per difterite, secondo gli accertamenti finora resi noti, non è applicabile e non è utile.

I fatti sono tragicamente semplici. Una bambina di quattro anni, non vaccinata per una decisione che certamente non poteva essere sua, ha contratto una malattia potenzialmente letale. I successivi controlli hanno rilevato la presenza del batterio in una decina di familiari e contatti, vaccinati almeno parzialmente e rimasti asintomatici. Non è un paradosso e, soprattutto, non è la prova che il vaccino ‘non funziona’. È una dimostrazione didattica, purtroppo scritta con il dolore, di come il vaccino funzioni.

La difterite non è causata da un patogeno misterioso appena arrivato dallo spazio profondo o sfuggito a un laboratorio di ricerca sulle armi biologiche, ma da un batterio ben conosciuto, il Corynebacterium diphtheriae. La gravità della malattia dipende soprattutto dalla tossina che alcuni ceppi producono. Il vaccino antidifterico contiene un tossoide, cioè una tossina resa innocua, e prepara il sistema immunitario a neutralizzare quella vera. Protegge quindi in modo estremamente efficace dalla malattia tossinica e dalle sue conseguenze più gravi, ma non impedisce necessariamente che il batterio possa colonizzare temporaneamente naso o gola.

L’Organizzazione mondiale della sanità lo afferma senza bisogno di effetti speciali: l’immunità vaccinale protegge dalla malattia, ma non esclude lo stato di portatore. Anche l’ECDC ricorda che, nelle popolazioni ampiamente vaccinate, molte infezioni rimangono asintomatiche o producono disturbi lievi e vengono scoperte soltanto attraverso il controllo dei contatti.

Perciò i positivi asintomatici trovati nell’ambiente della bambina non sono un’anomalia da X-Files. Sono persone nelle quali il batterio è stato rilevato, ma non ha potuto provocare la stessa devastante malattia osservata nella bambina non immunizzata. Il vaccino non aveva costruito attorno a loro una campana di vetro; aveva fatto qualcosa di più realistico e infinitamente più importante: li aveva protetti dalla tossina e dalla morte.

La differenza fra la bambina e i contatti vaccinati è brutale nella sua chiarezza. Da una parte una persona suscettibile, esposta senza difese; dall’altra persone nelle quali la medesima esposizione è rimasta clinicamente silenziosa o molto più controllabile. Non è uno studio clinico, naturalmente, ma è una lezione che nessuna campagna pubblicitaria avrebbe voluto impartire in modo tanto crudele.

Il ‘paziente zero’ appartiene soprattutto all’immaginario delle infezioni emergenti: un nuovo agente compie il salto di specie, entra in una popolazione immunologicamente vergine e da un primo caso parte una catena mai osservata prima. È accaduto, in modi diversi, con SARS e MERS. Persino in quelle circostanze, però, il fantomatico paziente zero è spesso una ricostruzione postuma più narrativa che scientifica.

Qui siamo in uno scenario completamente diverso. La difterite è una malattia antica, conosciuta, prevenibile e mai eradicata. Il batterio può circolare silenziosamente attraverso portatori che non manifestano la malattia. Non è affatto detto che esista un unico soggetto dal quale tutto è cominciato, né che sia possibile identificarlo. Il primo caso riconosciuto, il ‘caso indice’ nel linguaggio epidemiologico, non coincide necessariamente con il primo contagiato e tanto meno con un mitologico capostipite dell’infezione.

Naturalmente l’indagine epidemiologica va condotta con la massima serietà. Bisogna ricostruire i contatti, eseguire i tamponi, trattare i portatori, adottare le misure di isolamento indicate, completare le vaccinazioni e proteggere le persone suscettibili. Tutto questo è sanità pubblica. Trasformarlo nella ‘caccia al paziente zero’, invece, è sceneggiatura: buona per tenere alta l’attesa prima della pubblicità, assai meno per spiegare ciò che è accaduto.

Ma quella formula non è soltanto imprecisa. Può produrre un effetto politicamente molto comodo: un’atmosfera da caccia all’untore. Tutta l’attenzione si concentra su un individuo da trovare, un volto al quale attribuire l’ingresso del batterio nella comunità, e il sistema scompare dall’inquadratura. Così finiscono in secondo piano le domande davvero scomode: quanti bambini non vengono chiamati in tempo, quanti ritardi sono intercettati, come funzionano i recuperi, quanto dialogano servizi vaccinali, pediatri e scuole e che cosa si fa per raggiungere le famiglie più fragili prima che sia una tragedia a condurle in un centro vaccinale. La ricerca di un singolo untore può diventare il sipario dietro cui si nascondono inefficienze assai meno cinematografiche, ma molto più concrete.

I dati ufficiali più recenti confrontabili fra le Regioni impediscono di eludere il problema. Al 31 dicembre 2024, fra i bambini siciliani nati nel 2022, il ciclo di base completo contro poliomielite, difterite, tetano e pertosse risultava eseguito entro i 24 mesi soltanto nell’85,13% dei casi, contro circa il 94,46% della media italiana: il valore più basso del Paese. Per la prima dose contro il morbillo la Sicilia si fermava all’87,98%, ancora ultima, contro il 94,77% nazionale. E a cinque-sei anni le coperture dei richiami e delle seconde dosi non superavano il 68%, mentre la media italiana era superiore all’84%. Non si tratta di qualche decimale smarrito in una tabella: significa lasciare senza protezione tempestiva una quota enorme di bambini contro la difterite e contro numerosi altri patogeni prevenibili.

Una copertura dell’85% non può essere attribuita al passaggio di un misterioso viaggiatore. Chiama in causa anche l’organizzazione della prevenzione regionale, la capacità di convocare, informare, recuperare e accompagnare. Non basta che i vaccini esistano o siano conservati nei frigoriferi: devono arrivare nelle braccia giuste al momento giusto. Riempire i centri vaccinali dopo la morte di una bambina non è il trionfo della prevenzione; è il suo tardivo risveglio.

E non serve neppure organizzare un processo sommario contro una famiglia travolta dal dolore. Convincere non significa umiliare. Dietro una mancata vaccinazione possono esserci paura, disinformazione, fragilità sociale, sfiducia e anche l’incapacità delle istituzioni di raggiungere e accompagnare alcune famiglie. Ma comprendere le cause non significa rendere innocue le conseguenze. Chi rifiuta una vaccinazione efficace e necessaria, in assenza di vere controindicazioni mediche, non assume un rischio soltanto per sé: contribuisce a lasciare aperti varchi attraverso i quali un’infezione può raggiungere bambini troppo piccoli, persone immunodepresse o altri soggetti non adeguatamente protetti.

Se proprio vogliamo continuare a dare la caccia a uno zero, dunque, lasciamo in pace il fantomatico paziente zero e occupiamoci del quoziente intellettivo zero di persone e gruppi le cui superstizioni ancora fanno credere che non vaccinarsi sia una scelta esclusivamente privata e priva di conseguenze per gli altri. Quello zero non si combatte con il pubblico ludibrio, ma con informazione corretta, servizi accessibili, responsabilità e rispetto delle regole.

Le fantasie sull’apocalisse epidemica, sul misterioso untore e sul batterio appena sbarcato dall’estero lasciamole agli sceneggiatori a corto di idee. La sanità pubblica ha una trama meno spettacolare, ma molto più seria: trovare i contatti, curare i portatori, vaccinare chi non lo è, correggere le inefficienze del sistema e impedire che altri bambini paghino con la vita una decisione presa dagli adulti.

ANTONIO CRAXI'
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Già Professore ordinario di Gastroenterologia dell'Università di Palermo e Direttore dell'UOC di Gastroenterologia dell'AOUP Paolo Giaccone. Responsabile Sanità di Italia Viva Sicilia.

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