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WOKE E SICILIA. DISCUTIAMONE, MA RESTI SALDA LA BUSSOLA DEL RIFORMISMO

Il woke, in Sicilia, è arrivato come arrivano quasi tutte le novità dal continente: con qualche ritardo, una pronuncia incerta e il sospetto che fosse una cosa già vista. All’inizio non era chiaro se fosse un movimento politico, una marca di scarpe o un nuovo modo di cucinare il tonno. Poi abbiamo capito che riguardava identità, minoranze, linguaggio, rappresentazione, parole da non dire e parole da imparare a dire. A quel punto il siciliano si è tranquillizzato. Dunque era una questione di parole. E sulle parole, qui, abbiamo una certa esperienza.

La Sicilia possiede da secoli un suo sofisticato codice di inclusione ed esclusione. Si può chiamare uno “amore mio” mentre lo si minaccia, “dottore” anche senza laurea, “compare” senza comparatico. Una stessa parola, a seconda del sopracciglio che l’accompagna, può essere una carezza o l’inizio di una faida. Il woke è stato dunque sottoposto al più collaudato metodo siciliano: non accoglierlo, non respingerlo. Guardarlo. “Ah.” “E quindi?” “Vediamo.” Metodo che ha consentito all’isola di sopravvivere a greci, romani, arabi, normanni, spagnoli e, con qualche difficoltà in più, alla schwa.

Ma liquidare tutto come una moda importata sarebbe troppo facile. Dietro un lessico a volte esasperato ci sono questioni vere: discriminazioni, violenza sulle donne, libertà personale, dignità delle minoranze, razzismo, accesso alle opportunità. È un patrimonio che un centrosinistra degno di questo nome non dovrebbe consegnare alla destra. Il problema nasce quando la difesa dei diritti diventa un esame di buona condotta, quando l’attenzione alle persone si trasforma in sorveglianza del vocabolario e la politica finisce per misurare l’inclusione con la precisione del lessico più che con la capacità di cambiare la vita delle persone. È lì che una parte della cultura progressista rischia di perdere il popolo e conservare il seminario.

Il punto, quindi, non è scegliere tra diritti civili e diritti sociali. Una donna è più libera se può scegliere come vivere, ma anche se trova un consultorio aperto, un asilo nido e un lavoro non precario. Un ragazzo omosessuale deve poter camminare per strada senza essere insultato, ma anche poter restare in Sicilia senza considerare l’emigrazione l’unica forma praticabile di emancipazione. Un migrante ha diritto a non essere discriminato e a non essere sfruttato nei campi. E l’ambiente diventa politica concreta quando significa acqua, depuratori, trasporti e città vivibili.

È qui che entra in gioco il riformismo. Non come sinonimo di moderazione o come alibi per non disturbare nessuno. Il riformismo serio prende un principio e lo costringe a diventare una cosa: una legge, un servizio, un diritto esigibile, una lista d’attesa più breve, un treno che arriva, una scuola che funziona. È la traduzione amministrativa della politica. E in Sicilia, dove spesso le parole hanno avuto una vita più lunga delle opere, sarebbe già una forma di radicalismo.

Da questo punto di vista il dibattito americano interessa perché mostra un problema comune alle sinistre occidentali. Alexandria Ocasio-Cortez, una delle figure simboliche della nuova sinistra americana, nell’agosto 2026 ha ripreso con una risata la battuta “Woke 1 was crazy”. Non è diventata conservatrice e non ha rinnegato le battaglie sui diritti. Ma il suo linguaggio politico, già nel tour con Bernie Sanders contro l’“oligarchia”, aveva spostato il baricentro: meno identità come recinto, più classe come terreno comune; meno pedagogia sui comportamenti, più conflitto sulla distribuzione del potere e della ricchezza.

Non è necessariamente la fine del woke. Potrebbe esserne una traduzione politica più adulta. I diritti restano, ma smettono di essere il badge di riconoscimento di una comunità che parla soprattutto a se stessa. Invece di spiegare all’operaio come deve parlare, gli si domanda quanto guadagna. Invece di chiedere al precario di aggiornare il vocabolario, ci si accorge che forse andrebbe aggiornato il contratto. E invece di celebrare astrattamente la diversità, si guarda chi può permettersi una casa, chi accede alle cure, chi studia, chi parte e chi resta.

La domanda, allora, non è se il centrosinistra siciliano debba essere più woke o meno woke. È se sappia tenere insieme emancipazione e riformismo: parlare di genere e di consultori, di razzismo e di braccianti, di ambiente e di acqua che manca, di inclusione e di autobus che non passano, dei diritti di chi arriva e del diritto di chi nasce qui a non essere costretto ad andarsene. Senza arretrare sulla dignità delle persone, ma anche senza pretendere di educare moralmente l’elettore prima di rappresentarlo.

Per il centrosinistra siciliano la questione è ancora più delicata. Da una parte c’è una sinistra che talvolta confonde la nettezza dei valori con la ristrettezza del perimetro; dall’altra un riformismo che rischia di ridursi a tecnica di alleanza, occupazione dello spazio centrale e sommatoria di sigle. Nessuna delle due cose basta. I diritti senza una politica materiale possono diventare testimonianza; il riformismo senza una direzione ideale può diventare amministrazione dell’esistente.

La Sicilia avrebbe bisogno, invece, di un centrosinistra radicale negli obiettivi e riformista nei mezzi. Radicale nel pretendere una sanità pubblica che non selezioni per reddito e residenza; riformista nel misurare personale, liste d’attesa e responsabilità. Radicale nel considerare intollerabile che un’intera generazione debba emigrare; riformista nel parlare di università, impresa, salari, infrastrutture e ricerca. Radicale nell’affermare la libertà delle persone; riformista nel renderla possibile.

C’è poi una specificità siciliana che vale più di molte categorie importate. È difficile introdurre l’intersezionalità in una società dove l’intersezione decisiva rimane conoscere qualcuno all’assessorato. Il privilegio più tenace è spesso quello della relazione, dell’appartenenza, della prossimità al potere: sapere a chi telefonare, chi può accelerare una pratica, chi apre una porta che dovrebbe essere aperta a tutti. Un riformismo vero dovrebbe partire da qui: rendere impersonali i diritti, trasparenti le procedure, accessibili i servizi. Trasformare, insomma, l’uguaglianza da linguaggio a infrastruttura.

Naturalmente il folklore non può essere un alibi. “Ma si scherza” resta una delle più longeve costituzioni materiali dell’isola. Non ogni battuta è innocente, non ogni tradizione è buona solo perché antica, non tutto il maschilismo diventa patrimonio immateriale dell’umanità se pronunciato in dialetto. Le battaglie civili restano necessarie. Ma proprio per questo meritano una politica migliore del catechismo e una coalizione più ambiziosa del recinto.

Il punto di bilanciamento, dunque, non è una via di mezzo geometrica tra woke e anti-woke. Prima viene la persona concreta, con la sua libertà e i suoi bisogni; poi le etichette con cui la politica prova a descriverla. Un centrosinistra siciliano capace di questa sintesi scoprirebbe che riformismo e radicalità non sono opposti: il riformismo può essere il metodo con cui una società rende praticabili le proprie ambizioni più radicali.

In fondo il problema del woke non sono mai state le buone intenzioni, ma certe volte le cattive maniere. E il problema del riformismo non sono i compromessi, ma i compromessi senza riforme. Il centrosinistra siciliano dovrebbe evitare entrambe le caricature: tenersi l’emancipazione e buttare via il galateo; tenersi il pragmatismo e buttare via l’accomodamento. Difendere i diritti e costruire servizi. Parlare di libertà e sapere fare i conti. Il rispetto è importante. Ma è meglio se non sembra una circolare. E una riforma è importante. Ma è meglio se, ogni tanto, cambia davvero qualcosa.

ANTONIO CRAXI'
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Già Professore ordinario di Gastroenterologia dell'Università di Palermo e Direttore dell'UOC di Gastroenterologia dell'AOUP Paolo Giaccone. Responsabile Sanità di Italia Viva Sicilia.

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