Fino a qualche decennio fa c’erano degli orchi che entravano nelle case e portavano via i bambini. Si chiamavano difterite, poliomielite, tetano, pertosse. Non erano metafore: uccidevano, paralizzavano, lasciavano cardiopatie, insufficienze respiratorie, danni neurologici. Poi la medicina, la sanità pubblica e soprattutto le vaccinazioni li avevano progressivamente rinchiusi in un recinto sempre più stretto. Non erano stati cancellati dal pianeta, ma avevamo imparato a tenerli lontani dai nostri figli. Oggi alcuni di quegli orchi stanno tornando ad affacciarsi. Non perché siano diventati più intelligenti, ma perché noi siamo diventati più distratti, più indulgenti verso l’irrazionalità e, in qualche caso, incapaci di far funzionare persino le regole che ci siamo dati.
La morte della bambina di quattro anni avvenuta a Palermo impone, prima ancora dell’indignazione, una domanda molto semplice: come è stato possibile?
La diagnosi definitiva di difterite deve ancora essere confermata dall’Istituto Superiore di Sanità e dagli accertamenti disposti dalla Procura. Ma gli elementi clinici e microbiologici raccolti dall’ospedale sono considerati fortemente indicativi. Se la diagnosi sarà confermata, ci troveremmo di fronte alla prima morte per difterite in Italia dal 1991: dunque alla prima vittima italiana dell’intero terzo millennio per una malattia contro la quale disponiamo da decenni di un vaccino efficace, gratuito e obbligatorio.
Ed è proprio la parola “obbligatorio” che rende questa morte diversa da una imprevedibile fatalità.
La bambina non risultava vaccinata. Secondo quanto riferito dai genitori ai sanitari, la scelta sarebbe stata deliberata e fondata sulla convinzione che l’autismo di un familiare fosse stato provocato da una vaccinazione. Non è un’opinione scientificamente controversa sulla quale esistano due scuole di pensiero: è un’affermazione smentita da decenni di studi. Ancora nel dicembre 2025 il comitato mondiale dell’OMS per la sicurezza dei vaccini ha riesaminato 31 studi pubblicati tra il 2010 e il 2025, confermando l’assenza di un rapporto causale tra vaccinazioni e autismo.
Se gli accertamenti confermeranno quanto finora ricostruito, esiste dunque innanzitutto una responsabilità morale dei genitori: avere sottratto una bambina a una protezione prevista dalla medicina e imposta dalla legge sulla base di una convinzione priva di fondamento scientifico. La responsabilità penale, se esiste, sarà naturalmente materia della magistratura. Ma quella culturale e civile può essere discussa già oggi. La libertà degli adulti di credere a una falsità non può trasformarsi automaticamente nella libertà di esporre un minore a un rischio evitabile.
Ma fermarsi ai “genitori no vax” sarebbe troppo facile. Sarebbe anche un modo comodo per assolvere tutti gli altri. La legge italiana non si limita infatti a consigliare la vaccinazione antidifterica. La rende obbligatoria insieme ad altre nove vaccinazioni per i minori fino a sedici anni. E stabilisce che, quando l’obbligo non viene rispettato, l’Azienda sanitaria debba convocare i genitori, informarli, sollecitare la vaccinazione e, persistendo l’inadempienza, applicare le procedure previste, comprese le sanzioni amministrative. Per nidi e scuole dell’infanzia la regolarità vaccinale costituisce inoltre requisito per l’accesso.
Dunque la domanda diventa inevitabile: come può una bambina arrivare a quattro anni senza avere ricevuto vaccinazioni obbligatorie senza che il sistema sia riuscito a recuperarla? Esiste un’Anagrafe nazionale vaccinale. Esistono le anagrafi regionali. Esistono i servizi vaccinali delle ASP. Esistono pediatri di libera scelta, servizi educativi, scuole dell’infanzia, procedure di richiamo, convocazioni e sanzioni. Dal 2019 il Ministero sottolinea che proprio l’informatizzazione consente alle aziende sanitarie e alle scuole di incrociare direttamente le informazioni e individuare le situazioni irregolari.
Se tutto questo esiste, dobbiamo sapere dove si è interrotta la catena. È stata convocata la famiglia dall’ASP? Quante volte? Con quale esito? È stato attivato un percorso di recupero? Sono state contestate formalmente le vaccinazioni mancanti? La bambina frequentava una scuola dell’infanzia e, se sì, con quale verifica della posizione vaccinale? Se non la frequentava, quali strumenti erano stati utilizzati dal servizio sanitario per intercettare una minore completamente scoperta? E soprattutto: qualcuno aveva davanti a sé il dato che non una, ma più vaccinazioni obbligatorie non erano state eseguite e si è limitato a registrarlo? Sono domande amministrative, ma dopo una morte diventano domande di sanità pubblica.
Resta però un dato che la Sicilia non può ignorare. Secondo gli ultimi dati ufficiali del Ministero della Salute, riferiti al 2024, la copertura vaccinale a 24 mesi in Sicilia per il ciclo di base contro difterite, tetano, pertosse e poliomielite è intorno all’85,1%, contro circa il 94,5% nazionale. Per la poliomielite il Ministero indica esplicitamente la Sicilia come la Regione con la copertura più bassa d’Italia, al 85,13%, persino al di sotto della Provincia autonoma di Bolzano. La copertura contro il morbillo è anch’essa la più bassa, 87,98%.
Non possiamo chiamare automaticamente quel 15% “no vax”: dentro la mancata copertura possono esserci ritardi, difficoltà organizzative, fragilità sociali, bambini difficili da raggiungere e inefficienze dei servizi. Ma proprio questo rende il problema ancora più grave. Se una Regione rimane così lontana dagli obiettivi di copertura, non può limitarsi a registrare il dato ogni anno. Deve sapere chi sono i bambini non protetti, dove vivono, perché non vengono vaccinati e come recuperarli.
Che la prima probabile morte italiana per difterite dopo trentacinque anni avvenga proprio nella Regione che presenta alcune delle peggiori coperture vaccinali pediatriche del Paese può essere una coincidenza sul piano statistico. Ma sarebbe irresponsabile considerarla irrilevante sul piano politico e sanitario.
Questa morte appartiene innanzitutto a una bambina e alla sua famiglia, e merita rispetto. Ma proprio il rispetto impedisce di liquidarla come una disgrazia privata. Se la diagnosi sarà confermata, dietro quella morte dovremo guardare a una scelta familiare fondata sulla disinformazione; alla tolleranza sociale concessa per anni alle falsità no vax; alla capacità o incapacità dell’ASP di rendere effettivo un obbligo previsto dalla legge; al funzionamento dell’anagrafe vaccinale; al rapporto tra servizi sanitari, pediatri e famiglie marginali rispetto ai percorsi ordinari; alle procedure scolastiche; e infine alla capacità del sistema sanitario di riconoscere tempestivamente una malattia diventata così rara che molti medici non ne hanno mai visto un caso.
Gli orchi non erano morti. Li avevamo soltanto chiusi fuori dalla porta. Vaccinazioni, sorveglianza epidemiologica e un sistema sanitario capace di raggiungere anche chi rifiuta o sfugge alle cure costituivano quella porta. Se oggi cominciamo a lasciare aperte delle fessure, la difterite, la poliomielite, il morbillo e la pertosse non hanno bisogno di chiedere permesso per rientrare.
Il problema non è soltanto il no vax che non vaccina suo figlio. Il problema comincia quando una società decide che può voltarsi dall’altra parte e un sistema pubblico dispone degli strumenti per intervenire, ma non riesce a usarli. È così che si costruisce, un pezzo alla volta, il paradiso degli orchi.

ANTONIO CRAXI'
Già Professore ordinario di Gastroenterologia dell'Università di Palermo e Direttore dell'UOC di Gastroenterologia dell'AOUP Paolo Giaccone. Responsabile Sanità di Italia Viva Sicilia.


