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IL CASO ROGGERO: DOBBIAMO DIFENDERE LO STATO DI DIRITTO.

È innegabile che la vicenda di Mario Roggero colpisca alla pancia chiunque: un commerciante che si alza la mattina per lavorare onestamente e si ritrova a vivere l’incubo di una rapina. Di fronte a eventi del genere, è facile cedere all’istinto. Tuttavia, se vogliamo essere un Paese maturo, dobbiamo avere il coraggio di guardare in faccia la realtà e denunciare la vera, profonda ingiustizia che si nasconde dietro a questo caso.
Un’ingiustizia che non risiede, come qualcuno vorrebbe farci credere, nella condanna in via definitiva di un uomo che ha commesso un reato di inaudita gravità. La vera vergogna nazionale è il doppio standard di una certa classe politica.
Quando a sedere sul banco degli imputati è un emarginato, un cittadino di origine straniera, una persona povera o un dissidente politico, ecco che i paladini dell’ordine invocano il carcere duro. Chiedono processi sommari, esigono di “buttare via la chiave” e calpestano la presunzione d’innocenza. Ma quando a impugnare un’arma e a macchiarsi di un crimine è un uomo italiano, bianco e appartenente al ceto medio, improvvisamente l’estrema destra si scopre garantista. Grida al complotto dei giudici, trasforma un condannato in un martire e parla di ingiustizia intollerabile.
Come riformisti, noi rifiutiamo questa ipocrisia. E lo facciamo senza mai rinunciare alla nostra profonda umanità: non auguriamo la galera a nessuno come strumento di tortura. Sinceramente, ci auguriamo che anche il signor Roggero possa intraprendere un serio percorso di consapevolezza, riabilitazione e reinserimento nella società, in ossequio all’articolo 27 della nostra Costituzione. Nessuno deve essere lasciato a “marcire in galera”, nemmeno chi ha sbagliato in modo così tragico.
Ma non possiamo cedere alle sirene della demagogia:
La legittima difesa esiste già ed è ampiamente tutelata dal nostro ordinamento.
Non serve una legge che autorizzi le esecuzioni sommarie o che trasformi le nostre città in un Far West.
Oggi, la vera battaglia per la civiltà è difendere lo Stato di diritto da chi – come Meloni, Salvini, Vannacci, Cruciani e i loro megafoni mediatici – vorrebbe introdurre un sistema giudiziario illiberale, basato su due pesi e due misure. Una giustizia tribale: severissima, cinica e spietata con gli avversari e con gli ultimi; indulgente, comprensiva e garantista con gli “amici” e con chi appartiene alla propria tribù.
Questa non è la giustizia di una moderna democrazia europea. È, nei fatti e nei metodi, la tipica giustizia di matrice fascista, e come tale va respinta in nome delle nostre istituzioni democratiche.

FRANCESCO RIZZO
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Francesco Rizzo (1995) è docente di Filosofia, Storia, Materie Letterarie e Lingue Classiche. Laureato con lode in Scienze Filosofiche e Storiche all'Università di Palermo e in Letteratura, Lingua e Cultura Italiana, si è formato professionalmente e ha collaborato con la Redazione dell'Officina di Studi Medievali di Palermo. Attivissimo promotore culturale nel territorio agrigentino e non solo, è Presidente di "Hosàytos - Editore, Biblioteca, Centro Culturale", realtà con la quale ha ideato e condotto quasi trecento eventi tra rassegne letterarie, mostre d'arte, presentazioni e progetti di rigenerazione urbana. È inoltre Direttore Editoriale della testata "Sorsi e morsi d'arte" e membro del comitato scientifico dello storico Circolo dei Nobili di Agrigento, con deleghe alla Filosofia, al Mondo Classico e alla Geopolitica. Studioso poliedrico, collabora con diverse università, istituzioni culturali (tra cui il Parco Archeologico della Valle dei Templi, Casa Pirandello e la Biblioteca Lucchesiana) e riviste scientifiche di settore, come VRBS e Studi sull'Oriente Cristiano. È autore di numerose pubblicazioni, indagini storiche e saggi filosofici, tra cui spiccano la monumentale indagine in quattro volumi "Summa Sicana" e il saggio del 2026 "Francesco Magno. Un pontificato sine glossa", opera consegnata personalmente all'autore in udienza dal Pontefice Leone XIV

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