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L’ILLUSIONE DIGITALE DI GIORGIA MELONI E LA LEZIONE FRANCESE

Il dibattito sulla regolamentazione del mondo digitale in Italia sta assumendo i contorni di una farsa drammatica, e da docente di lettere che vive quotidianamente la trincea delle aule liceali, tocco con mano ogni mattina un’emergenza sociale evidente che colpisce la psiche, la concentrazione e la sicurezza dei nostri ragazzi.

Di fronte a tutto questo, la risposta di Giorgia Meloni si sta rivelando un mix tossico di populismo, ritardi e totale assenza di coraggio politico. Basterebbe volgere lo sguardo oltralpe per capire cosa significhi assumersi delle responsabilità: la Francia, con una mossa che rappresenta una vera e propria svolta storica, ha appena approvato in via definitiva la legge per vietare l’utilizzo dei social network ai minori di 15 anni, diventando il primo Paese dell’Unione Europea a introdurre una misura di questo tipo. Ma il governo francese è andato oltre: ha avuto il coraggio di estendere il divieto degli smartphone anche alle scuole superiori, i nostri licei, comprendendo una verità basilare per chiunque faccia il mio mestiere, ovvero che non ha alcun senso vietare una piattaforma a un quattordicenne se poi lo smartphone rimane fisicamente acceso sul banco di scuola per tutta la giornata.

Il presidente Emmanuel Macron non ha aspettato l’Europa e ha stabilito che l’accesso ai social non è un diritto automatico per i minori, ma un ambito da regolamentare per legge di fronte ai danni conclamati sulla salute mentale, tra cyberbullismo, disturbi del sonno, depressione e algoritmi sempre più aggressivi. La Francia ha capito che non basta più chiedere alle piattaforme di autoregolarsi, ma serve un limite statale netto per proteggere i ragazzi dallo strapotere delle aziende americane e degli algoritmi cinesi. 

E in Italia? Nel nostro Paese, la Presidente del Consiglio sta mettendo in scena un pericoloso gioco di prestigio: a parole si erge a paladina dei minori, ma nei fatti la sua linea si traduce in un clamoroso scaricabarile. Rifiutandosi di imporre un bando immediato tramite decreto, Meloni preferisce lavarsene le mani e passare la palla a un Parlamento ingolfato, dove un disegno di legge bipartisan per vietare l’accesso agli under 15 marcisce nei cassetti del Senato da circa due anni. Sostenere che un divieto isolato non basti e chiedere esplicitamente che siano le piattaforme tecnologiche ad assumersi le proprie responsabilità significa, di fatto, abdicare al ruolo di protezione che spetta allo Stato. Il governo italiano accusa le multinazionali per non far ricadere il peso sulle famiglie, ma ignora colpevolmente l’ostacolo tecnico di un sistema di verifica dell’età che sia funzionante e tuteli la privacy. Persino la Francia sta faticando su questo punto, interrogandosi sull’uso di applicazioni di identità digitale simili al nostro Spid per superare lo scoglio dei documenti falsi e delle VPN, eppure a Roma si continua a temporeggiare, lasciando le madri e i padri dei miei alunni esattamente soli come prima.

Questa cronica mancanza di visione si riflette drammaticamente anche nella gestione dell’Intelligenza Artificiale. Come educatore, noto con allarme come l’IA e strumenti come Google Gemini siano ormai al centro di una tempesta di disinformazione, truffe, interviste false ai politici e deepfake che inquinano il dibattito pubblico e minano quello spirito critico che cerchiamo faticosamente di costruire sui testi dei grandi autori. Eppure, Meloni non vieta i sistemi di IA e la grande contromossa partorita dal Consiglio dei Ministri si riduce alla sola spinta verso una blanda “etichettatura obbligatoria” dei contenuti multimediali generati dall’intelligenza artificiale. Si tratta di un pannicello caldo: il governo si aggrappa alla trasparenza formale ma lascia il Paese in balia della velocità inaudita dei colossi del web e lo paralizza nei futuri, lentissimi rimpalli burocratici tra Agcom e Garante della Privacy per l’approvazione dei testi di legge. È l’amara e immobile verità della nostra politica: mentre si scrivono faticosamente norme per una tecnologia, il mondo reale viaggia alla velocità della luce, i social mutano, Meta cambia i suoi modelli di intelligenza artificiale, rendendo la legge ammuffita e obsoleta prima ancora di essere applicata. 

Ma mentre il governo Meloni perde tempo rincorrendo il futuro con le burocrazie del passato, noi qui non possiamo restare a guardare. La provincia di Agrigento, che vivo quotidianamente, sconta già gravi carenze infrastrutturali e tassi inaccettabili di povertà educativa; i nostri studenti non possono essere travolti inermi da questa violenta transizione digitale non governata. Per questo, unendo la mia vocazione umanistica di insegnante al mio impegno civico nella Segreteria Provinciale, propongo di attuare da subito un vero e proprio Patto Educativo Digitale per Agrigento, un’iniziativa locale coraggiosa e indipendente dai letarghi romani. Dobbiamo istituire immediatamente un fondo provinciale per inserire educatori digitali e psicologi in tutte le nostre scuole, con l’obiettivo vitale di insegnare ai ragazzi a dominare lo strumento tecnologico, decodificandolo, e non a subirlo passivamente per ore. Dobbiamo smettere di puntare il dito e iniziare a dare un supporto concreto, attivando nei nostri Comuni sportelli gratuiti di consulenza per le famiglie, per fornire ai genitori quegli strumenti pratici necessari a impostare i filtri di controllo e a riconoscere preventivamente le insidie della rete. Non ci servono le illusioni populiste e i finti scaricabarile di Giorgia Meloni. Ci serve la vera educazione, quella che noi docenti costruiamo ogni giorno tra i banchi e nelle nostre comunità; ci serve presenza umana sul territorio e ci servono investimenti massicci sul nostro capitale intellettuale: Agrigento, la Sicilia, l’Italia hanno oggi il dovere morale di rispondere all’inazione del governo Meloni.

FRANCESCO RIZZO
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Francesco Rizzo (1995) è docente di Filosofia, Storia, Materie Letterarie e Lingue Classiche. Laureato con lode in Scienze Filosofiche e Storiche all'Università di Palermo e in Letteratura, Lingua e Cultura Italiana, si è formato professionalmente e ha collaborato con la Redazione dell'Officina di Studi Medievali di Palermo. Attivissimo promotore culturale nel territorio agrigentino e non solo, è Presidente di "Hosàytos - Editore, Biblioteca, Centro Culturale", realtà con la quale ha ideato e condotto quasi trecento eventi tra rassegne letterarie, mostre d'arte, presentazioni e progetti di rigenerazione urbana. È inoltre Direttore Editoriale della testata "Sorsi e morsi d'arte" e membro del comitato scientifico dello storico Circolo dei Nobili di Agrigento, con deleghe alla Filosofia, al Mondo Classico e alla Geopolitica. Studioso poliedrico, collabora con diverse università, istituzioni culturali (tra cui il Parco Archeologico della Valle dei Templi, Casa Pirandello e la Biblioteca Lucchesiana) e riviste scientifiche di settore, come VRBS e Studi sull'Oriente Cristiano. È autore di numerose pubblicazioni, indagini storiche e saggi filosofici, tra cui spiccano la monumentale indagine in quattro volumi "Summa Sicana" e il saggio del 2026 "Francesco Magno. Un pontificato sine glossa", opera consegnata personalmente all'autore in udienza dal Pontefice Leone XIV

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