Stiamo seguendo i Mondiali di calcio 2026. Immaginate che, arrivati alle semifinali, la FIFA annunci una novità. Da oggi in poi il regolamento non sarà più uguale per tutti. Lo decideranno le squadre che, fino a questo momento, hanno segnato più gol. Magari stabiliscono che la loro porta sarà larga sei metri invece di sette e trentadue. Oppure che i tempi supplementari si giocheranno solo se sono loro a perdere. O, ancora, che il gol in trasferta torna a valere doppio. Le possibilità sono infinite. Qualunque tifoso, anche il più fazioso, griderebbe allo scandalo. Perché una cosa è cambiare un regolamento alla fine di un torneo, dopo un confronto fra tutte le federazioni. Un’altra è consentire a chi è ancora in corsa per vincere la Coppa del Mondo di scrivere le regole con cui proverà a vincerla.
Eppure è esattamente ciò che l’Italia continua a considerare normale quando si parla di legge elettorale. Ogni volta il copione è identico. Non ci si chiede quale sistema garantisca meglio rappresentanza, governabilità ed equilibrio istituzionale. Ci si domanda quale sistema convenga di più alla maggioranza del momento.
La domanda allora è inevitabile: succede solo in Italia? No. Ma quasi. In tutte le democrazie il Parlamento può modificare la legge elettorale. La differenza è nel modo in cui questo potere viene esercitato.
Nel Regno Unito il Parlamento è formalmente sovrano, ma il sistema elettorale della Camera dei Comuni è rimasto sostanzialmente invariato per oltre un secolo. In Germania le modifiche richiedono confronti lunghi e spesso sono il risultato di decisioni della Corte costituzionale. In Francia il sistema è stabile da decenni. In Spagna la legge elettorale fondamentale è sostanzialmente la stessa dal 1985, pur con ritocchi limitati.
Il Consiglio d’Europa, attraverso la Commissione di Venezia, considera addirittura una buona pratica democratica non modificare gli elementi essenziali della legge elettorale nell’anno precedente alle elezioni. Il motivo è di una semplicità disarmante: chi partecipa alla competizione non dovrebbe essere anche colui che decide le regole della competizione.
Quando invece le regole vengono cambiate ripetutamente dalla maggioranza in carica, i casi che troviamo nella comparazione internazionale non sono esattamente quelli che vorremmo imitare. Le critiche più severe della Commissione di Venezia, dell’OSCE e delle principali organizzazioni internazionali riguardano Paesi come Ungheria, Turchia, Georgia e, in alcuni periodi, la Polonia. Non perché abbiano semplicemente modificato una legge elettorale, ma perché lo hanno fatto senza un largo consenso, a ridosso delle elezioni e con effetti favorevoli a chi era già al governo. Non è il club nel quale una grande democrazia occidentale dovrebbe aspirare a entrare.
L’Italia, naturalmente, non è assimilabile a quei sistemi. Le elezioni sono libere, competitive e correttamente amministrate. Ma proprio per questo dovrebbe pretendere standard più elevati. Invece continuiamo a considerare fisiologico che la maggioranza parlamentare discuta della legge con cui chiederà agli italiani di confermarla al governo. È un evidente conflitto di interessi istituzionale che abbiamo finito per normalizzare.
Qualcuno obietterà che il Parlamento ha il diritto di farlo. Ma in democrazia non tutto ciò che è legalmente possibile è anche istituzionalmente corretto. Una maggioranza potrebbe anche aumentare il proprio stipendio. Potrebbe occupare ogni spazio consentito dalla legge. Potrebbe nominare ovunque persone di fiducia. La questione non è se possa farlo. La questione è se debba farlo.
Le regole del voto dovrebbero appartenere alla Repubblica, non alla maggioranza del momento.
Esistono rimedi semplici. Stabilire che una nuova legge elettorale entri in vigore solo dalla legislatura successiva. Richiedere una maggioranza qualificata, obbligando governo e opposizione a trovare un accordo. Oppure fare propria la raccomandazione del Consiglio d’Europa e vietare modifiche nell’anno precedente al voto. Sono soluzioni diverse che rispondono allo stesso principio.
Chi governa non dovrebbe mai avere il potere di scegliere le regole con cui chiederà agli elettori di essere rieletto.
Se ai Mondiali fosse la squadra che ha segnato più gol a decidere il regolamento delle semifinali e della finale, nessuno parlerebbe di sport. Parleremmo di una competizione truccata. Quando succede in politica, invece, troppo spesso lo chiamiamo normale dialettica parlamentare. Ed è proprio questa normalità che dovrebbe preoccuparci.

ANTONIO CRAXI'
Già Professore ordinario di Gastroenterologia dell'Università di Palermo e Direttore dell'UOC di Gastroenterologia dell'AOUP Paolo Giaccone. Responsabile Sanità di Italia Viva Sicilia.


