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IL SUICIDIO AMERICANO E IL RISVEGLIO NECESSARIO DELL’EUROPA


A venticinque anni da quel martedì di settembre che sventrò Manhattan, l’Occidente è chiamato a fare i conti non solo con le macerie delle Torri Gemelle, ma con quelle ben più vaste prodotte dalla reazione americana a quell’attacco. Oggi appare chiaro, con la spietata lucidità che solo il tempo concede, che il vero disastro non fu partorito nelle grotte di Tora Bora, ma nelle stanze del potere di Washington. La risposta all’11 settembre si è rivelata, nei fatti, il più grande errore strategico nella storia della superpotenza, un “suicidio” geopolitico e morale che ci impone, da europei, una riflessione non più rinviabile.

Ferita nel suo senso di invulnerabilità, l’America post-Guerra Fredda ha scelto la via dell’esibizione muscolare. L’unilateralismo, l’abuso della posizione dominante, le “guerre senza fine” in Iraq e Afghanistan combattute senza un reale orizzonte politico, hanno dissanguato la nazione. Mentre Washington disperdeva truppe, trilioni di dollari e capitale morale nel deserto mediorientale – regalando a Pechino e Mosca un decennio d’oro per rafforzarsi nell’ombra – il tessuto interno del Paese andava in cancrena.

I dati sono il nostro specchio più crudele: in vent’anni, a fronte di 7.000 caduti in combattimento, 30.000 militari americani in servizio attivo si sono tolti la vita. Una strage silenziosa, sintomo di un disincanto profondo verso istituzioni ciniche, che hanno mandato i figli della Rust Belt e dell’America rurale a combattere per cause incomprensibili, per poi abbandonarli a una crisi economica – quella scaturita dal crac Lehman Brothers – che ha polverizzato la classe media.

È esattamente su questo terreno infetto, concimato dalle miopie di un’élite liberista e neo-con, che ha proliferato il virus del populismo. Figure come Donald Trump non sono incidenti di percorso della democrazia americana, ma il prodotto tossico di questa disillusione. Il populismo ha intercettato una rabbia legittima – quella di un popolo stritolato dalla globalizzazione asimmetrica e dalle guerre inutili – offrendo però risposte ingannevoli, regressive, fondate sul rancore, sui muri e sull’isolazionismo. È l’illusione che per curare i mali dell’impero si debba incendiare il palazzo e rinchiudersi nella fortezza, una ricetta che non fa che accelerare il declino.
Ed è qui, davanti allo spettacolo di un’America lacerata, ostaggio dei propri fantasmi sovranisti e incapace di guidare il mondo libero, che entra in gioco l’Europa. O meglio, l’urgenza di un’Europa diversa.

Il “suicidio strategico” degli Stati Uniti ci insegna che l’Europa non può più permettersi il lusso dell’infantilismo geopolitico, né può restare vassalla di una potenza in preda a crisi d’identità. Ma la risposta ai nostri mali non risiede certo nei patetici tentativi dei sovranisti nostrani di scimmiottare il trumpismo, agitando lo spauracchio dei migranti per nascondere la propria vuotezza programmatica. I nazionalismi europei ci condurrebbero alla stessa disgregazione sociale e irrilevanza strategica che sta divorando l’America.

La vera alternativa a questo declino è una sola: un’Europa unita, riformista e progressista. Un’Unione capace di compiere il salto federale, di dotarsi di una difesa comune (per non dipendere più dagli umori del Pentagono) e di una politica estera autorevole. Dobbiamo imparare dagli errori di Washington: l’unilateralismo e la forza bruta distruggono l’egemonia, non la creano. La forza dell’Europa deve risiedere nel multilateralismo, nella cooperazione e, soprattutto, nella coesione sociale.

Se l’America ha sacrificato la sua classe media sull’altare di una globalizzazione deregolamentata e della guerra al terrore, l’Europa deve rispondere blindando il suo welfare state, riformando le proprie istituzioni per renderle più democratiche e investendo in un’economia verde e della conoscenza che non lasci indietro i ceti popolari. Solo sconfiggendo le disuguaglianze interne potremo prosciugare la palude del rancore in cui sguazzano i populisti.

A venticinque anni dall’11 settembre, il monito che arriva dall’altra parte dell’Atlantico è cristallino: senza coesione sociale e senza visione strategica, anche gli imperi più grandi crollano su se stessi. L’Europa ha il dovere morale e politico di raccogliere il testimone della democrazia liberale, riformandola. Non c’è più un “fratello maggiore” americano a proteggerci; è tempo di diventare adulti.

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Francesco Rizzo (1995) è docente di materie umanistiche, saggista promotore culturale. Presidente del centro "Hosàytos" e Direttore Editoriale di "Sorsi e morsi d'arte", ed editorialista per “TotaPulchraNews” collabora attivamente con atenei, riviste scientifiche e prestigiose istituzioni del territorio agrigentino (come la Valle dei Templi, la Lucchesiana e il MUDIA). È autore di numerose pubblicazioni storiche e filosofiche, tra cui la “Summa Sicana” e il saggio “Francesco Magno. Un pontificato sine glossa (2026)”

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