C’è un paradosso stupendo e malinconico nella parabola umana e politica di Emma Bonino, che si è chiusa giorno 11 settembre 2026, lasciando un vuoto incolmabile nella Repubblica. È il paradosso di una statista che ha saputo sedere ai tavoli dei grandi della Terra, stringere la mano a capi di Stato e guidare la diplomazia di un intero Paese, senza mai smettere di essere la militante del marciapiede, quella col megafono in mano e il banchetto per la raccolta firme. Una gigante che ha saputo farsi piccina.
Per capire quanto Emma Bonino abbia reso grande l’Italia, bisogna guardare a quando l’Italia era piccola, chiusa, provinciale. Negli anni Settanta, il nostro era un Paese in cui i diritti civili sembravano un lusso inarrivabile, bloccato da moralismi e ipocrisie. È lì che Emma si fa “piccina” per la prima volta: offre il suo corpo, la sua libertà, subendo arresti e processi pur di garantire alle donne italiane il diritto fondamentale di scegliere. La battaglia per la legge sull’aborto, le lotte per il divorzio, l’obiezione di coscienza, la depenalizzazione delle droghe: battaglie impopolari, combattute strada per strada, che hanno strappato l’Italia dal Medioevo dei diritti e l’hanno proiettata nella modernità europea.
Ma la sua statura di gigante è emersa in tutta la sua forza varcando i confini nazionali. L’Italia, a volte, le andava stretta. Come Commissaria Europea e poi come Ministra degli Esteri, Bonino ha dimostrato che il radicalismo non è solo protesta, ma può farsi istituzione. Ha portato il nome dell’Italia nel mondo lottando per l’istituzione del Tribunale Penale Internazionale permanente, una pietra miliare del diritto globale per punire i crimini contro l’umanità.
Si è fatta voce di chi voce non ne aveva. È stata tra le prime in Occidente, già negli anni Novanta, a gridare contro l’apartheid di genere imposto dai talebani alle donne afghane. Ha guidato campagne storiche e instancabili contro le mutilazioni genitali femminili, restituendo dignità e speranza a milioni di bambine nel mondo. Ha lottato contro lo sterminio per fame, portando la lente della politica internazionale laddove gli altri giravano lo sguardo.
Eppure, in mezzo a tutti questi traguardi colossali, il suo tratto più straordinario è rimasto l’umiltà testarda. Farsi “piccina” ha significato continuare a usare l’arma nonviolenta del digiuno, mettendo a repentaglio la propria salute per una causa. Ha significato non rinchiudersi mai nella torre d’avorio dei palazzi ministeriali (dalla Farnesina a Bruxelles), ma tornare sempre in piazza. E, negli ultimi anni, ha significato mostrare all’Italia intera la fragilità della malattia: senza nascondersi, col turbante in testa – come la ritrae dolcemente e fieramente l’immagine di questo editoriale – affrontando il dolore con una dignità sfacciata che ha insegnato a tutti noi il coraggio della vulnerabilità.
Salutiamo una madre della Repubblica. Una donna che non ha mai avuto paura di risultare scomoda. Ci lascia l’eredità di un’Italia più libera, più giusta, più europea. Una Nazione che è potuta crescere perché, quando ce n’era bisogno, una gigante si è fatta piccina pur di spingerla un passo più in là.
Francesco Rizzo (1995) è docente di materie umanistiche, saggista promotore culturale. Presidente del centro "Hosàytos" e Direttore Editoriale di "Sorsi e morsi d'arte", ed editorialista per “TotaPulchraNews” collabora attivamente con atenei, riviste scientifiche e prestigiose istituzioni del territorio agrigentino (come la Valle dei Templi, la Lucchesiana e il MUDIA). È autore di numerose pubblicazioni storiche e filosofiche, tra cui la “Summa Sicana” e il saggio “Francesco Magno. Un pontificato sine glossa (2026)”



