C’è una formula magica che da mesi, se non anni, ossessiona il dibattito politico e le cronache parlamentari italiane: il famigerato “campo largo”. Una locuzione ripetuta come un mantra, usata come panacea per tutti i mali dell’opposizione. Ma se ci fermiamo un attimo a riflettere sulla storia recente della nostra Repubblica, sorge spontanea una provocazione: cosa significa, oggi, definire il campo largo?
Quello che è paradossale è che proprio il Partito Democratico non avrebbe bisogno di costruire un “campo largo” guardando all’esterno, perché il PD è nato esattamente con l’idea di incarnare quel campo.
L’amnesia delle origini.
Quando il Partito Democratico ha visto la luce, la sua vocazione fondativa era proprio quella di unire e sintetizzare culture politiche diverse. Era il tentativo, ambizioso e inedito, di fondere insieme l’anima post-comunista e socialdemocratica con quella cattolico-democratica, liberale e margheritina. Il “campo largo” originario era uno spazio politico in grado di accogliere i moderati, da sinistra fino ai confini del centrodestra. Un partito a vocazione maggioritaria che non si accontentava di rappresentare una fazione, ma puntava a governare la complessità del Paese.
In questo quadro, la rincorsa al populismo radicale, pur di non perdere un ipotetico (e spesso volatile) serbatoio di voti, trascurando l’anima riformista del partito, ed appiattendosi sulle agende altrui, è un grande errore.
La sola sinistra dei veti, del massimalismo, della diffidenza atavica verso chiunque produca ricchezza, che preferisce l’ideologia alla pragmatica risoluzione dei problemi reali del Paese, non può vincere in questo Paese.
Chi oggi difende il liberismo riformista — chi crede che lo sviluppo economico e la giustizia sociale debbano viaggiare di pari passo, chi promuove l’intesa e il dialogo con il mondo dell’impresa e del Terzo Settore — deve essere parte centrale del percorso. Perché rappresenta il mondo dell’impresa sociale, le partite IVA, le forze produttive che ogni giorno tengono in piedi il Paese.
Altrimenti, quello che si va a costruire non è un campo largo, ma un recinto sempre più stretto. Un fortino identitario in cui ci si conforta a vicenda, ma dal quale è impossibile parlare alla maggioranza silenziosa, moderata e laboriosa dell’Italia.

FRANCESCO RIZZO
Francesco Rizzo (1995) è docente di Filosofia, Storia, Materie Letterarie e Lingue Classiche. Laureato con lode in Scienze Filosofiche e Storiche all'Università di Palermo e in Letteratura, Lingua e Cultura Italiana, si è formato professionalmente e ha collaborato con la Redazione dell'Officina di Studi Medievali di Palermo. Attivissimo promotore culturale nel territorio agrigentino e non solo, è Presidente di "Hosàytos - Editore, Biblioteca, Centro Culturale", realtà con la quale ha ideato e condotto quasi trecento eventi tra rassegne letterarie, mostre d'arte, presentazioni e progetti di rigenerazione urbana. È inoltre Direttore Editoriale della testata "Sorsi e morsi d'arte" e membro del comitato scientifico dello storico Circolo dei Nobili di Agrigento, con deleghe alla Filosofia, al Mondo Classico e alla Geopolitica. Studioso poliedrico, collabora con diverse università, istituzioni culturali (tra cui il Parco Archeologico della Valle dei Templi, Casa Pirandello e la Biblioteca Lucchesiana) e riviste scientifiche di settore, come VRBS e Studi sull'Oriente Cristiano. È autore di numerose pubblicazioni, indagini storiche e saggi filosofici, tra cui spiccano la monumentale indagine in quattro volumi "Summa Sicana" e il saggio del 2026 "Francesco Magno. Un pontificato sine glossa", opera consegnata personalmente all'autore in udienza dal Pontefice Leone XIV


