C’è una formula magica che da mesi, se non anni, ossessiona il dibattito politico e le cronache parlamentari italiane: il famigerato “campo largo”. Una locuzione ripetuta come un mantra, usata come panacea per tutti i mali dell’opposizione. Ma se ci fermiamo un attimo a riflettere sulla storia recente della nostra Repubblica, sorge spontanea una provocazione: cosa significa, oggi, definire il campo largo?
Quello che è paradossale è che proprio il Partito Democratico non avrebbe bisogno di costruire un “campo largo” guardando all’esterno, perché il PD è nato esattamente con l’idea di incarnare quel campo.
L’amnesia delle origini.
Quando il Partito Democratico ha visto la luce, la sua vocazione fondativa era proprio quella di unire e sintetizzare culture politiche diverse. Era il tentativo, ambizioso e inedito, di fondere insieme l’anima post-comunista e socialdemocratica con quella cattolico-democratica, liberale e margheritina. Il “campo largo” originario era uno spazio politico in grado di accogliere i moderati, da sinistra fino ai confini del centrodestra. Un partito a vocazione maggioritaria che non si accontentava di rappresentare una fazione, ma puntava a governare la complessità del Paese.
In questo quadro, la rincorsa al populismo radicale, pur di non perdere un ipotetico (e spesso volatile) serbatoio di voti, trascurando l’anima riformista del partito, ed appiattendosi sulle agende altrui, è un grande errore.
La sola sinistra dei veti, del massimalismo, della diffidenza atavica verso chiunque produca ricchezza, che preferisce l’ideologia alla pragmatica risoluzione dei problemi reali del Paese, non può vincere in questo Paese.
Chi oggi difende il liberismo riformista — chi crede che lo sviluppo economico e la giustizia sociale debbano viaggiare di pari passo, chi promuove l’intesa e il dialogo con il mondo dell’impresa e del Terzo Settore — deve essere parte centrale del percorso. Perché rappresenta il mondo dell’impresa sociale, le partite IVA, le forze produttive che ogni giorno tengono in piedi il Paese.
Altrimenti, quello che si va a costruire non è un campo largo, ma un recinto sempre più stretto. Un fortino identitario in cui ci si conforta a vicenda, ma dal quale è impossibile parlare alla maggioranza silenziosa, moderata e laboriosa dell’Italia.


