C’è una parola che, nella vicenda della cardiochirurgia pediatrica siciliana, viene maneggiata come se bastasse da sola a redimere ogni incertezza: autonomia. Autonomia da Roma, autonomia da Milano, autonomia dai grandi partner extraregionali, autonomia dai nomi clinici che per anni hanno dato alla Regione una copertura tecnica e reputazionale in uno dei settori più delicati della medicina. È una parola politicamente seducente, perché consente di parlare di riscatto, maturità, autosufficienza, orgoglio regionale.
Ma quando si parla di bambini con cardiopatie congenite, di neonati fragili, di famiglie che consegnano a un’équipe la vita di un figlio, l’autonomia non può essere una parola. Deve essere una prova. Deve avere nomi, turni, volumi, esiti, procedure, terapie intensive, cardiologi interventisti, anestesisti, perfusionisti, chirurghi esperti, audit indipendenti, percorsi per i casi complessi. Senza tutto questo, l’autonomia non è una conquista: è una formula amministrativa che copre un vuoto.
Il fatto che rende questa vicenda tanto grave non è solo la fine di una convenzione o la modifica di una rete ospedaliera. È la coincidenza, quasi brutale, di due uscite: a Palermo si conclude la collaborazione tra ARNAS Civico-Di Cristina-Benfratelli e Policlinico San Donato; a Taormina il Bambino Gesù comunica la volontà di non rinnovare la convenzione che dal 2010 sostiene il Centro cardiologico pediatrico del Mediterraneo. In poche settimane la Sicilia perde i due garanti esterni sui quali aveva costruito la legittimità dei due poli. La Regione può presentare il passaggio come maturazione del sistema, fine della fase di start-up, riconquista della gestione diretta. Ma la lettura opposta è altrettanto plausibile e, allo stato dei fatti, più inquietante: proprio mentre proclama la propria autosufficienza, il sistema resta privo dei due soggetti che ne avevano garantito credibilità, competenza e protezione reputazionale.
La vicenda nasce da una contraddizione originaria, nota da tempo e mai sciolta con la chiarezza necessaria. La Sicilia ha due cardiochirurgie pediatriche, una a Palermo e una a Taormina, in un settore in cui la normativa nazionale e la logica clinica chiedono concentrazione, non dispersione. Il DM 70 del 2015, ricordato anche dall’inchiesta di Report, colloca la cardiochirurgia pediatrica tra le alte specialità con bacini molto ampi, nell’ordine di quattro-sei milioni di abitanti. Tradotto in termini semplici: alla Sicilia ne spetterebbe una, non due. Questo non significa automaticamente che due centri siano impossibili; significa però che la deroga deve essere giustificata con dati solidi, non con equilibri territoriali. E i dati richiesti non sono opinioni: volumi, complessità dei casi, outcome, mortalità osservata e attesa, complicanze, reinterventi, trasferimenti, copertura anestesiologica e intensivistica, sostenibilità delle équipe.
È qui che la politica sanitaria siciliana rivela la sua debolezza strutturale. Un solo centro regionale, se davvero forte, con massa critica, casistica adeguata, équipe stabile e controllo pubblico degli esiti, può essere una scelta clinicamente difendibile. Due centri possono esserlo solo se ciascuno possiede requisiti solidi e se la rete è reale, non nominale. Ma due centri mantenuti per non scontentare territori diversi, per evitare conflitti politici tra Palermo, Catania e Messina, per distribuire ruoli e responsabilità, per trasformare una duplicazione in una parola rassicurante come “rete”, rischiano di diventare il contrario della sicurezza: due debolezze parallele, due insegne, due promesse.
Palermo e Taormina non sono soltanto due luoghi di cura. Sono due poli di potere. Palermo significa il Civico, il Di Cristina, la centralità istituzionale del capoluogo, la sanità occidentale dell’Isola. Taormina significa il San Vincenzo, l’area messinese, la storia del rapporto con il Bambino Gesù, un presidio che per anni è stato percepito come eccellenza. Catania, entrata progressivamente al centro della vicenda, significa il Policlinico Rodolico-San Marco, l’università, la maggiore massa ospedaliera dell’area orientale, un sistema capace di attrarre funzioni e peso decisionale. Dire che questa è solo una questione tecnica sarebbe ingenuo. Ogni riorganizzazione sanitaria in Sicilia è anche una geografia del potere, e qui la geografia è cambiata in modo netto.
La svolta si consuma tra gennaio e febbraio 2026. Il 29 gennaio la Regione approva una modifica della rete ospedaliera: il centro pediatrico di Taormina viene aggregato alla cardiochirurgia per adulti del Policlinico universitario Rodolico-San Marco di Catania, non più al Papardo di Messina. La motivazione ufficiale è l’adesione alle indicazioni del Ministero della Salute e del Ministero dell’Economia. Catania viene indicata come più idonea per vicinanza a Taormina, per maggiore casistica e per maggiore esperienza ECMO: nei materiali si parla di 926 ricoveri contro 336 del Papardo e di 79 procedure ECMO contro 11. Sono numeri che possono avere una ragione tecnica. Ma la conseguenza politica è evidente: Taormina resta formalmente Taormina, mentre il baricentro funzionale si sposta verso Catania.
Il 24 febbraio la Giunta regionale dà il via libera definitivo alla revisione, dopo il passaggio in VI Commissione dell’ARS, e annuncia l’invio della documentazione a Roma. Daniela Faraoni, assessora regionale alla Salute in quella fase, ribadisce che l’interesse del governo Schifani è mantenere entrambe le cardiochirurgie pediatriche, Palermo e Taormina, in attesa dell’approvazione finale del Ministero della Salute e del MEF. È il punto decisivo: la Regione vuole salvare i due poli, ma per farlo ridisegna l’assetto di Taormina, agganciandolo a Catania. Da un lato si promette continuità; dall’altro si modifica la natura del presidio. Da un lato si rassicurano famiglie e territorio; dall’altro si crea la condizione che, secondo le critiche politiche successive, avrebbe reso meno sostenibile la permanenza del Bambino Gesù.
Il 22 aprile arriva il primo strappo concreto. Regione Siciliana e Gruppo San Donato comunicano congiuntamente che, entro il termine previsto dal contratto, il 28 febbraio non è stata esercitata l’opzione di rinnovo della collaborazione tra IRCCS Policlinico San Donato e ARNAS Civico Di Cristina Benfratelli. La nota ufficiale ha il tono ordinato delle separazioni consensuali: collaborazione positiva, risultati raggiunti, competenze trasferite, passaggio di consegne fino al 30 giugno, pieno interesse dei pazienti. Nel triennio vengono indicati 496 ricoveri. Il Civico, si dice, si appresta ad assumere la conduzione del reparto, garantendo la continuità assistenziale. È la versione della maturazione: la start-up è finita, Palermo cammina da sola.
Quella versione, però, non chiude le domande. Quattrocentonovantasei ricoveri in tre anni sono un dato utile, ma non sufficiente. Quanti erano interventi chirurgici maggiori? Quanti casi neonatali complessi? Quale complessità RACHS o Aristotle, se disponibile? Quale mortalità osservata e quale mortalità attesa? Quali complicanze maggiori? Quanti trasferimenti fuori regione? Quale parte dell’attività è stata garantita direttamente dall’équipe siciliana e quale dall’équipe del San Donato? Quale autonomia reale è stata raggiunta nel tempo? Quali figure restano al Civico dopo l’uscita del partner milanese? Quale direttore guiderà stabilmente la struttura? Quale rapporto tra costi della convenzione e risultati clinici? Senza queste informazioni, parlare di reparto maturo significa chiedere un atto di fede.
Il secondo strappo, quello di Taormina, è ancora più pesante. Il 6 maggio 2026 varie fonti riportano che il Bambino Gesù ha comunicato alla Regione Siciliana la decisione di non rinnovare la convenzione con il San Vincenzo, attiva dal 2010 e in scadenza il 30 giugno. Alcune ricostruzioni parlano di una possibile fase transitoria di circa tre mesi; altre riferiscono l’intenzione della Regione di inserire quattro o cinque specialisti per sostenere il reparto, mentre resterebbero operative circa quaranta figure ASP già presenti e una società esterna per la perfusione. Radio Taormina aggiunge che negli ultimi tempi la presenza stabile del Bambino Gesù si sarebbe ridotta a un cardiochirurgo e un anestesista. Se così fosse, il processo di disimpegno era forse già cominciato. Ma allora la domanda diventa ancora più grave: perché la transizione non è stata governata prima e meglio?
La rottura con il Bambino Gesù non riguarda un partner qualunque. Riguarda il soggetto che aveva dato al centro di Taormina il suo marchio clinico e la sua garanzia reputazionale. Il Centro cardiologico pediatrico del Mediterraneo non era percepito come un reparto periferico qualsiasi. Nei materiali compaiono due elementi che non decidono da soli la programmazione sanitaria, ma rendono impossibile trattare Taormina come una casella secondaria. Il primo è il Gold Level ELSO Award per il supporto extracorporeo salvavita, riconoscimento valido dal 2026 al 2028. Il secondo è la missione “Cuori Ribelli” in Etiopia, conclusa il 5 maggio 2026, cioè il giorno prima della notizia della rottura, con 50 bambini operati rispetto ai 30 inizialmente programmati. Un premio e una missione non sostituiscono un’analisi completa di outcome e volumi; ma raccontano una storia professionale che meritava una gestione più trasparente e meno traumatica.
Qui sta uno dei paradossi più amari. Mentre Taormina viene ancora rappresentata come centro capace di ottenere riconoscimenti internazionali e di portare la propria esperienza in missioni ad alta complessità, la sua architettura istituzionale viene ridisegnata e il partner che l’ha sostenuta per sedici anni se ne va. È possibile che la Regione abbia ragioni tecniche solide. È possibile che il Bambino Gesù abbia proprie ragioni economiche, organizzative, reputazionali o contrattuali. Ma in una vicenda così delicata il silenzio documentale è inaccettabile. Non basta dire che il centro sarà mantenuto. Bisogna spiegare che cosa resterà, chi lo guiderà, chi opererà, chi coprirà le urgenze, quali casi verranno trattati, quali saranno inviati altrove, quale sarà il ruolo effettivo di Catania e quale quello residuo di Taormina.
La reazione delle famiglie, per questo, non è un elemento laterale. È forse il giudizio più severo sulla qualità della comunicazione istituzionale. I genitori dei bambini cardiopatici, secondo le ricostruzioni riportate nei materiali, parlano di rabbia, chiedono risposte immediate, affermano che qui si parla della vita dei loro figli, rifiutano soluzioni prive delle competenze del Bambino Gesù e annunciano proteste in tutta l’Isola in assenza di chiarimenti concreti. La politica tende spesso a derubricare queste reazioni a pressione emotiva. Sarebbe un errore. La paura delle famiglie è un indicatore di fiducia sistemica. Se chi deve affidare un figlio a una sala operatoria non crede alla continuità promessa, il problema non è comunicativo; è sostanziale.
Nessun genitore ragiona come un comunicato stampa. Non gli basta sapere che la Giunta ha approvato una modifica della rete ospedaliera o che la Regione ha inviato documenti a Roma. Non gli basta sentirsi dire che il reparto resterà operativo. Vuole sapere chi entrerà in sala operatoria, chi sarà presente la notte, chi gestirà un arresto in terapia intensiva, chi deciderà il trasferimento di un caso complesso, quale centro di backup sarà disponibile, quale esperienza ha l’équipe, quale mortalità ha avuto il centro negli ultimi anni. Se queste risposte non arrivano, le famiglie faranno ciò che ogni famiglia razionale farebbe: partiranno. Andranno dove penseranno di trovare più esperienza, più continuità, più reputazione. E la Regione, nel nome dell’autonomia, produrrà nuova mobilità sanitaria.
Le responsabilità politiche vanno quindi nominate. Renato Schifani è il presidente della Regione e il vertice del governo che ha scelto di sostenere il mantenimento dei due poli. Daniela Faraoni è l’assessora che ha gestito la fase decisiva della revisione della rete, dell’interlocuzione ministeriale e della linea dell’affrancamento dai partner esterni. Salvatore Iacolino viene indicato nelle dichiarazioni politiche riportate dai materiali come parte del nucleo che ha costruito l’assetto organizzativo contestato. Marcello Caruso eredita ora il dossier in una fase politicamente esplosiva, quando il sistema deve dimostrare di reggere dopo l’uscita dei due partner.
Il precedente governo regionale e la precedente rete ospedaliera non sono estranei alla storia. I materiali richiamano il fatto che l’inserimento della cardiochirurgia pediatrica di Palermo come UOC nella rete ospedaliera appartiene a una fase antecedente. Questo significa che il governo Schifani non ha inventato dal nulla tutta la contraddizione. L’ha però gestita, confermata, rilanciata e trasformata in una strategia di mantenimento dei due poli. La responsabilità politica attuale non sta necessariamente nell’avere creato il problema, ma nel modo in cui si è scelto di risolverlo: conservando due centri, spostando il baricentro orientale verso Catania, lasciando uscire i due partner esterni e non mettendo tempestivamente sul tavolo un piano pubblico completo.
Il problema del futuro, del piano per il futuro, resta il buco nero della vicenda. Un piano serio dovrebbe indicare sedi, volumi, organigrammi, professionisti nominativi, coperture di guardia, terapia intensiva pediatrica, collegamenti con neonatologia, cardiologia interventistica, criteri di selezione dei casi, protocolli di trasferimento, accordi con centri nazionali per i casi più complessi, indicatori di esito, audit esterni, tempi di consolidamento, responsabilità amministrative e cliniche. Dovrebbe dire se la Sicilia vuole davvero due centri, e con quali soglie; o se vuole un centro forte e un presidio collegato; o se vuole mantenere due insegne per ragioni politiche. Finché questo piano non è pubblico, la Regione non chiede fiducia: pretende obbedienza.
Altrimenti, la conseguenza più immediata sarà una nuova migrazione sanitaria. Se le famiglie non credono alla solidità dei centri siciliani, andranno altrove. Questo non sarebbe un tradimento della Sicilia, ma una reazione razionale a un’incertezza prodotta dalla stessa Regione. Si può costruire una sanità pubblica credibile solo se i cittadini pensano che restare sia più sicuro che partire. Qui il rischio è inverso: l’autonomia proclamata può diventare il segnale che convince molti a cercare sicurezza fuori. Sarebbe il paradosso finale: nel nome del trattenere competenze e risorse, la Regione potrebbe produrre nuova sfiducia, nuova mobilità passiva e nuova dipendenza da quei centri esterni dai quali dice di volersi affrancare.
Il punto finale è morale prima ancora che amministrativo. I bambini siciliani con cardiopatie congenite non sono bandiere da piantare su una mappa. Non sono strumenti per dimostrare che Palermo, Catania o Taormina hanno vinto una partita territoriale. Non sono il materiale umano con cui costruire la retorica del “faremo da soli”. Hanno diritto al meglio disponibile, non al meglio raccontabile. Se il meglio è in Sicilia, la Regione lo dimostri. Se il meglio richiede ancora alleanze forti con centri nazionali, la Regione abbia l’umiltà di mantenerle. Se due centri non sono sostenibili, lo dica. Se lo sono, pubblichi le prove. Tutto il resto è rumore.
Per ora, dai materiali disponibili, emerge una storia diversa da quella rassicurante. Emerge una Regione che ha cercato di salvare due centri in tensione con il quadro nazionale, ha spostato il baricentro di Taormina verso Catania, ha lasciato uscire San Donato da Palermo e Bambino Gesù da Taormina, ha invocato l’autonomia senza mostrare ancora un piano pubblico adeguato alla posta in gioco. Emerge una mappa di attori politici e gestionali che hanno responsabilità precise, anche se non necessariamente illecite. Emerge una zona economica da illuminare, fatta di convenzioni, contratti, incarichi e forniture. Emerge soprattutto una domanda semplice, che nessuna retorica può cancellare: dal 1° luglio, chi garantisce davvero il cuore dei bambini siciliani?

ANTONIO CRAXI'
Già Professore ordinario di Gastroenterologia dell'Università di Palermo e Direttore dell'UOC di Gastroenterologia dell'AOUP Paolo Giaccone. Responsabile Sanità di Italia Viva Sicilia.


