In “Ho visto un re”, che Enzo Jannacci cantava su un testo di Dario Fo, il popolo è invitato a restare allegro perché il pianto dei sudditi disturba il sovrano. A leggere i dati della sanità siciliana nel XIV Rapporto C.R.E.A. Sanità 2026, sembra quasi che questo sia il comportamento richiesto ai cittadini dell’Isola: aspettare, rinunciare, arrangiarsi, ma senza rovinare la scenografia dei proclami. Perché mentre il governo regionale racconta una sanità che corre, innova e si avvicina alle persone, i siciliani restituiscono un giudizio molto più duro: il sistema salute non funziona abbastanza e, soprattutto, non migliora dove dovrebbe migliorare.
Il rapporto C.R.E.A. non è un dossier dell’opposizione. È una valutazione tecnica delle opportunità di tutela della salute offerte dai sistemi regionali, costruita su appropriatezza, esiti, equità, innovazione, sostenibilità e dimensione sociale. In questa fotografia la Sicilia resta in fondo: circa 37% della performance massima teorica, sotto la soglia del 40%. La media nazionale, già non esaltante, è al 46,1%; il Veneto, la Regione con gli indicatori migliori, arriva al 64%. Il confronto dice tutto: la Sicilia non è appena sotto l’eccellenza, è sotto la media di un Paese che nel complesso resta lontano dai livelli ottimali.
Il punto più pesante, però, non è solo la classifica generale. È il giudizio degli utenti. Nella dimensione che guarda al punto di vista dei cittadini, la Sicilia si ferma a 0,33, mentre il Veneto arriva a 0,69. È più del doppio. Tradotto in lingua normale: non sono solo gli indicatori tecnici a dire che il sistema è debole; sono i cittadini che, quando provano a curarsi, prenotare, attendere, assistere un familiare o cercare un servizio territoriale, lo sperimentano come debole nella propria vita quotidiana.
È questa la vera novità politica del rapporto. Non la solita graduatoria regionale, non l’ennesimo richiamo alle differenze Nord-Sud, ma la valutazione diretta dei cittadini sulla performance dei servizi. E qui la propaganda si incrina. La soddisfazione per pronto soccorso, 118 ed emergenza si ferma in Sicilia a 5,9 su 10. Le prestazioni ambulatoriali ordinarie arrivano a 6,1. I ricoveri programmati a 6,7. La prevenzione a 6,5. La mediana nazionale della soddisfazione è 7,1: non un trionfo, ma almeno un livello mediamente più respirabile. La Sicilia, invece, si muove sul bordo della sufficienza, e spesso sotto.
Va meglio dove il servizio è più standardizzato: medici di medicina generale e guardia medica ottengono 7,6, la facilità nel reperire farmaci arriva a 8,0. Ma appena si passa alla presa in carico vera, quella che richiede organizzazione, continuità e territorio, il quadro diventa severo. I ricoveri in residenze sanitarie sono valutati 5,3. L’assistenza al domicilio 5,4. L’assistenza alle persone non autosufficienti 5,6. Questi non sono numeri freddi: sono anziani, disabili, malati cronici e famiglie lasciate troppo spesso a gestire da sole ciò che dovrebbe essere un compito pubblico.
Ancora più netto è il dato sulla percezione del miglioramento. In Sicilia solo il 17,2% dei cittadini vede progressi nei servizi sanitari; il Veneto è al 22,7%. La differenza non è un dettaglio statistico: significa che nella Regione che funziona meglio più di un cittadino su cinque percepisce passi avanti, mentre in Sicilia la sensazione prevalente è l’immobilità. Nei singoli ambiti il segnale è ancora più chiaro. L’assistenza domiciliare migliora, agli occhi dei siciliani, solo per il 12,0% degli intervistati, contro una media nazionale già bassa del 14,6%. L’assistenza ai non autosufficienti è al 12,6%, contro il 16,8% nazionale e il 22,0% del Veneto. Nei ricoveri programmati la Sicilia è al 14,9%, contro il 17,4% nazionale; nell’emergenza-urgenza al 15,7%, contro il 18,6%. L’unico dato davvero più alto riguarda l’accesso ai farmaci, con il 31,1%, in linea con il 30,0% nazionale. In altre parole: dove il cittadino incontra una filiera già strutturata, qualcosa vede; dove dovrebbe incontrare la Regione, il territorio e l’integrazione sociosanitaria, vede poco o nulla.
A fronte di questo quadro, il linguaggio ufficiale procede in tutt’altra direzione. A gennaio, inaugurando la Casa della comunità di Monreale, Schifani ha parlato del PNRR Salute come occasione per una sanità più moderna, efficiente e vicina ai cittadini. Ad aprile la Regione ha rivendicato una spesa della sanità territoriale al 54%, superiore alla media nazionale del 33,5%, e 57 strutture già operative. Sono numeri che possono anche essere veri. Ma il punto è un altro: un cantiere concluso non è una presa in carico, una targa scoperta non è assistenza domiciliare, una struttura inaugurata non è automaticamente un servizio percepito dai cittadini.
La distanza tra il racconto del potere e l’esperienza dei siciliani sta tutta qui. Il governo regionale guarda cronoprogrammi, opere, target e percentuali di spesa; i cittadini guardano attese, frammentazione, fatica e solitudine. Non è una questione di comunicazione, ma di sostanza: una riforma che non cambia la vita delle persone può essere formalmente in linea con i programmi, ma resta socialmente muta.
E allora sì, sempre allegri bisogna stare. Allegri mentre la Sicilia resta sotto il 40% della performance massima. Allegri mentre la media nazionale la supera e il Veneto la doppia quasi nel giudizio degli utenti. Allegri mentre domiciliarità, residenzialità e non autosufficienza raccolgono i giudizi peggiori. Allegri mentre si proclama la prossimità e i cittadini continuano a non percepirla. Ma questa allegria, se c’è, è amara. È l’allegria di chi ha capito che il re non ama il pianto, soprattutto quando il pianto è documentato dai numeri.

ANTONIO CRAXI'
Già Professore ordinario di Gastroenterologia dell'Università di Palermo e Direttore dell'UOC di Gastroenterologia dell'AOUP Paolo Giaccone. Responsabile Sanità di Italia Viva Sicilia.


