back to top
HomeDalle ProvinceIL FALLIMENTO DELLA MELONI. LA PROTESTA VA AVANTI E CRESCE.

IL FALLIMENTO DELLA MELONI. LA PROTESTA VA AVANTI E CRESCE.

C’è un filo rosso che attraversa Belgrado, Brasilia, Washington, Gerusalemme e le piazze europee. È il filo della ribellione contro i poteri che pretendono obbedienza, mentre non riescono più a garantire benessere, sicurezza economica e prospettive di futuro.
In Serbia, il movimento studentesco ha conquistato una maggioranza parlamentare storica, sconfiggendo il partito di Aleksandar Vučić. In Brasile, la condanna di Jair Bolsonaro ha dimostrato che neppure un ex presidente può considerarsi al di sopra della Costituzione. Negli Stati Uniti, le elezioni di metà mandato hanno consegnato ai democratici il controllo del Congresso, infliggendo una pesante sconfitta politica a Donald Trump. In Israele, Netanyahu ha perso la maggioranza parlamentare.

Sono vicende differenti, ma attraversate da una medesima domanda: fino a quando i cittadini possono sopportare un potere che pretende di rappresentarli senza ascoltarli? La risposta arriva dalle urne, dalle università, dai luoghi di lavoro e dalle piazze. La democrazia non è una delega in bianco. È responsabilità, partecipazione, giustizia sociale e rispetto dei diritti.

E l’Italia? È proprio qui che il confronto diventa impietoso. Giorgia Meloni ha costruito una parte importante della propria propaganda politica sulla promessa di risanare i conti pubblici, abbassare le tasse, ridurre il costo dei carburanti e proteggere il potere d’acquisto delle famiglie.
Ma c’è una domanda alla quale il Governo non può più sottrarsi: a che cosa servono i conti pubblici raccontati come un successo, se i conti delle famiglie sono ormai in rosso?

La politica dei cosiddetti «conti in ordine» si sta trasformando nel più grande paradosso economico di questa legislatura. Si rivendica il rigore finanziario mentre si lascia che il costo della vita divori stipendi, pensioni e risparmi. Si annunciano interventi contro l’inflazione, ma iprezzi dei beni alimentari, dell’energia e dei servizi continuano a mettere in ginocchio milioni di italiani.

La promessa di ridurre il costo dei carburanti è rimasta lontana dalla realtà quotidiana degli automobilisti. Oggi la benzina viaggia intorno ai 2 euro al litro e il gasolio supera abbondantemente i 2 euro, superando i 2,30 euro soprattutto lungo la rete autostradale. Non sono numeri da conferenza stampa: sono il prezzo che pagano quotidianamente lavoratori, famiglie, agricoltori, pescatori e autotrasportatori. E il carburante non è una spesa qualsiasi. È il costo che si trasferisce su tutta la filiera economica: trasportare il grano, raccogliere le olive, consegnare il pane, rifornire i supermercati, portare i prodotti nei mercati.

Quando aumenta il gasolio, aumenta il costo della produzione e della distribuzione. E alla fine il conto arriva sempre al consumatore. Il Governo ha emanato decreti e proroghe temporanee sulle accise, ma gli interventi si sono rivelati insufficienti rispetto alla portata dell’emergenza. Il provvedimento annunciato come risposta al caro carburanti non ha impedito che i prezzi tornassero a livelli insostenibili.

E mentre si annunciano nuovi interventi, famiglie e imprese continuano ad aspettare risposte concrete. Questa non è una politica economica di successo. È una politica che rischia di scambiare il contenimento della spesa pubblica per il benessere della popolazione. Un Governo può anche vantarsi di avere i conti dello Stato in ordine, ma se manda in bancarotta i conti delle famiglie e delle imprese ha fallito la propria missione fondamentale.

Non è soltanto l’Italia a protestare. Il 5 novembre la Francia è stata attraversata da una grande mobilitazione nazionale contro il caro vita, i salari insufficienti e lo sfacelo dei servizi pubblici. Centinaia di migliaia di persone sono scese in strada, mentre i sindacati hanno denunciato l’impoverimento dei lavoratori e dei pensionati. Anche in Sicilia la protesta si sta allargando. Il 5 novembre Naro ha dimostrato che il malcontento non riguarda soltanto le grandi città. Agricoltori, commercianti, artigiani, autotrasportatori e cittadini hanno manifestato contro il caro carburanti e il costo della vita. Non è una protesta di categoria. È una questione che riguarda l’intera comunità.

E martedì 10 novembre la mobilitazione tornerà nel cuore delle istituzioni regionali. AGRI.SA.T. ha organizzato una nuova manifestazione davanti all’Assemblea regionale siciliana, a Palazzo dei Normanni, a Palermo. Agricoltori e rappresentanti del mondo produttivo porteranno simbolicamente i frutti della propria terra: grano, olio, frutta e ortaggi. Prodotti che rappresentano il lavoro, i sacrifici e la ricchezza di una Sicilia che rischia di essere strangolata dai costi di produzione.

La richiesta è chiara: abbattere drasticamente il costo del gasolio agricolo, ridurre il peso delle accise e restituire competitività alle imprese. AGRI.SA.T. non nasce oggi e non scopre oggi la protesta. Le precedenti mobilitazioni, i presidi, le iniziative pubbliche e le denunce contro il caro carburanti dimostrano che questa battaglia prosegue da tempo. E non si fermerà davanti all’indifferenza delle istituzioni.

C’è poi una questione che riguarda direttamente la credibilità della politica. Mentre le famiglie chiedono di poter fare la spesa, gli agricoltori domandano gasolio a prezzi sostenibili e le imprese rischiano di chiudere definitivamente i battenti, la politica nazionale e quella siciliana continuano a discutere di priorità che sembrano appartenere a un altro pianeta. A livello nazionale si programmano ingenti risorse per la difesa e gli armamenti, mentre sul fronte sociale ed economico si invocano continuamente vincoli di bilancio e mancanza di coperture.

In Sicilia, intanto, la manovrina ha fatto lievitare a circa 174 milioni di euro le risorse destinate a interventi territoriali e trasferimenti a Comuni ed enti ecclesiastici, alimentando la polemica sulle cosiddette «mance» politiche. Non si contesta la necessità di finanziare i Comuni o gli interventi di pubblica utilità. Si contesta la gerarchia delle priorità, il criterio di distribuzione delle risorse e il rischio che la spesa pubblica diventi uno strumento di convenienza elettorale anziché una risposta ai bisogni collettivi.

È uno scandalo politico e morale che si chiedano sacrifici a chi lavora e produce, mentre non si trova la stessa determinazione per ridurre il costo dell’energia e dei carburanti. Perché non destinare una parte delle risorse disponibili a un intervento straordinario sulle accise? Perché non costruire una misura nazionale ed europea che porti la benzina a 1,50 euro al litro e il gasolio agricolo, ma anche quello destinato a pescatori e autotrasportatori, sotto gli 80 centesimi?

Sono obiettivi politici da finanziare con scelte precise, non slogan da campagna elettorale. Il carburante a prezzi sostenibili significa salvare aziende agricole, evitare che i prodotti alimentari diventino ancora più costosi e impedire che intere filiere produttive siano costrette a fermarsi. Significa difendere il lavoro e il diritto dei cittadini a vivere dignitosamente.

La lezione che arriva dalle democrazie in movimento è semplice: i cittadini non sono sudditi e il consenso elettorale non autorizza nessuno a ignorare le loro necessità. La democrazia si impoverisce quando il lavoro non basta più per vivere, quando la sanità pubblica non riesce a curare, quando i giovani sono costretti a partire e quando gli agricoltori devono spendere più per produrre di quanto riescano a ricavare dalla vendita dei propri prodotti. Non bastano le conferenze stampa, le promesse, i bonus occasionali e le fotografie di rito. Servono decisioni, risorse e risultati.

Perché quando un agricoltore non può più permettersi di coltivare, un autotrasportatore non riesce più a far viaggiare il proprio camion e una famiglia deve rinunciare persino ai beni essenziali, non siamo davanti a una semplice crisi economica. Siamo davanti a una crisi di fiducia nella politica e nelle istituzioni.

Salvatore Petrotto
post

Salvatore Petrotto, 62 anni, sposato e padre di tre figli, giornalista pubblicista e docente di italiano e storia presso l'Istituto d'Istruzione Superiore Statale 'Enrico Fermi' di Racalmuto.
È stato per 13 anni sindaco di Racalmuto
dove, attualmente, ricopre la carica di consigliere comunale.
Ha iniziato la sua carriera politica tra le fila della Rete.
Dopo lo scioglimento del movimento di Leoluca Orlando è stato tra i fondatori di Italia dei Valori di Antonio Di Pietro.

Correlati

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

I più letti

spot_img

Ultimi Commenti

Mario Mancuso SU VANNACCI, ORA BASTA.
Fabrizio Micari SU HA FALLITO, PRESIDENTE
Damiano Frittitta SU HA FALLITO, PRESIDENTE
Giandomenico Lo Pizzo SU HA FALLITO, PRESIDENTE