L’OCSE, Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, è un foro internazionale di 38 Paesi che confronta dati, politiche pubbliche e risultati. Un recente rapporto OCSE sui percorsi ambulatoriali in sanità affronta un tema tecnico: come si governa l’accesso allo specialista. La domanda cresce più dell’offerta: più cronicità, più esami, più attese. Per evitare la corsa diretta allo specialista, molti Paesi usano il gatekeeping, cioè il filtro del medico di medicina generale o del pediatra. Nei Paesi OCSE il modello è diffuso: 31 su 38 hanno qualche forma di filtro, 24 lo rendono obbligatorio.
Per la maggior parte delle visite e degli esami specialistici coperti dal Servizio sanitario nazionale serve il passaggio dal medico di famiglia o dal pediatra. Le eccezioni ci sono, dall’emergenza alla ginecologia, ma il principio resta: prima il medico, poi lo specialista quando serve. Sulla carta è ragionevole: evita prestazioni inutili, riduce accessi impropri al pronto soccorso, orienta i cronici. In pratica funziona solo se dietro il sistema che risponde. Qui l’OCSE è molto chiara: il gatekeeping non produce automaticamente efficienza. Dipende da cure primarie forti, medici disponibili, personale di supporto, integrazione con gli specialisti, diagnostica accessibile e tempi d’attesa ragionevoli. Se questi pezzi mancano, il filtro diventa un collo di bottiglia. E quando l’attesa diventa troppo lunga, chi può pagare prende la scorciatoia privata. Chi non può, aspetta, o rinuncia. È l’universalismo a velocità differenziata: stessa porta per tutti, uscita laterale per alcuni.
La Sicilia rende il ragionamento dell’OCSE molto concreto. Nel monitoraggio LEA 2023 del Ministero della Salute, una Regione è adempiente solo se raggiunge almeno 60 punti in tutte e tre le macroaree: prevenzione, distretto, ospedale. La Sicilia supera la soglia solo nell’ospedaliera, con 80 punti. Resta sotto in prevenzione, con 49, e soprattutto nell’assistenza distrettuale, con 44. Il punteggio complessivo è 173 su 300: davanti solo a Valle d’Aosta e Calabria, lontanissimo da Veneto 288, Toscana 286, Emilia-Romagna e Trento 278.
Il dato distrettuale è il più politico. Il distretto è il luogo della medicina generale, dell’assistenza domiciliare, della cronicità e della continuità tra territorio e ospedale. Se proprio lì la Sicilia prende 44, il filtro del medico di famiglia poggia su un pavimento fragile. Non si può chiedere al medico di essere regista del percorso lasciandogli un palcoscenico senza luci e con l’orchestra in un’altra provincia.
Anche gli indicatori di salute generale confermano lo svantaggio. Secondo Istat, nel 2024 la speranza di vita alla nascita in Sicilia è 82,1 anni, contro 83,4 in Italia: 1,3 anni in meno. La mortalità evitabile sotto i 75 anni è 20,6 decessi per 10 mila residenti, contro 17,6 nazionali. La mortalità per tumore tra 20 e 64 anni è 8,4 per 10 mila, contro 7,6 in Italia. La mortalità infantile è 3,0 per mille nati vivi, mezzo punto sopra la media nazionale. Sono dati epidemiologici, ma raccontano anche prevenzione debole e diagnosi tardive.
Il finanziamento aiuta poco. Nel 2024 la Sicilia riceve 2.166 euro pro capite dal Fondo sanitario nazionale, poco sotto la media italiana di 2.181. Evidentemente non è un divario di 15 euro per abitante a fare la differenza, ma piuttosto la capacità del Sistema sanitario regionale a spendere bene i fondi assegnati alla Sicilia dallo Stato. I bisogni reali vanno poi pesati per età, ma anche per povertà, bassa istruzione, cronicità non intercettata e difficoltà di accesso, che pesano quanto le curve demografiche, anche se nei fogli di calcolo sono meno visibile.
Il nodo più evidente resta il personale. Nel 2023 la Sicilia conta 9,4 sanitari dipendenti ogni mille abitanti, contro 11,9 in Italia. I medici dipendenti sono 1,94 per mille, poco sopra la media nazionale di 1,85. Gli infermieri, invece, sono 3,53 per mille, contro 4,7 in Italia: il valore più basso tra le Regioni, mentre la Liguria arriva a 6,86. Tradotto: senza infermieri ed équipe, la presa in carico resta una bella espressione da convegno.
La fragilità territoriale si vede anche nel PNRR. Secondo il monitoraggio richiamato da GIMBE, al 30 giugno 2025 in Sicilia sono programmate 161 Case della Comunità, ma solo 9 hanno attivato servizi; appena 2 hanno presenza medica e infermieristica. Gli Ospedali di Comunità attivati sono 4 su 48. Le Centrali Operative Territoriali vanno meglio, ma da sole non curano: coordinano, se hanno cosa coordinare.
Poi c’è il comportamento dei cittadini, che è il vero indicatore di fiducia. Nel 2024 circa il 9% dei siciliani, quasi 432 mila persone, ha rinunciato ad almeno una prestazione sanitaria. Il dato è del 10% sotto la media nazionale del 9,9%, ma dentro un sistema già debole pesa molto. Inoltre la mobilità sanitaria resta negativa: nel 2022 il saldo è stato circa -241,8 milioni. Quando si può, si va fuori. Quando non si può, si resta dentro. Il sistema regionale perde comunque.
Il quadro nazionale rende la scorciatoia privata ancora più comprensibile. GIMBE segnala che nel 2023 il 58% delle strutture sanitarie italiane è privato accreditato; nella specialistica ambulatoriale la quota arriva al 59,7%. Nel 2024 il privato convenzionato assorbe 28,7 miliardi pubblici. Ma corre soprattutto il privato puro: tra 2016 e 2023 la spesa diretta delle famiglie in strutture private non accreditate cresce del 137%, da 3,05 a 7,23 miliardi. Il mercato non aspetta la riforma: trova la domanda sanitaria e le vende una prestazione.
Letto dalla Sicilia, il rapporto OCSE dice una cosa semplice: il problema non è introdurre nuovi filtri, ma piuttosto evitare che il sistema che regola gli accessi diventi un imbuto per chi può o vuole servirsi del pubblico e una formalità per chi può pagare.

ANTONIO CRAXI'
Già Professore ordinario di Gastroenterologia dell'Università di Palermo e Direttore dell'UOC di Gastroenterologia dell'AOUP Paolo Giaccone. Responsabile Sanità di Italia Viva Sicilia.


