Ogni volta che il rischio di una epidemia entra nel dibattito pubblico, la sequenza è sempre la stessa: prima l’allarme, poi la rassicurazione, poi una zona grigia in cui nessuno capisce bene se si tratti di un rischio concreto o dell’ennesima fiammata mediatica. Con l’hantavirus sta succedendo qualcosa del genere. Ed è proprio in questa zona grigia che bisogna ragionare con freddezza, senza minimizzare e senza costruire scenari apocalittici che non stanno in piedi.
Il primo punto è semplice: oggi non esiste uno scenario credibile di pandemia da hantavirus in Italia. Non siamo davanti a un virus respiratorio capace di diffondersi nella popolazione come SARS-CoV-2. Gli hantavirus si trasmettono soprattutto attraverso il contatto con roditori infetti o con ambienti contaminati da urine, feci o saliva di roditori. La trasmissione interumana è rara e riguarda soprattutto il virus di ceppo Andes, descritto in Sud America, in condizioni di contatto stretto e prolungato. Questo dato va ripetuto, perché serve a togliere dal campo una paura sbagliata: l’hantavirus non è il candidato naturale per una diffusione esplosiva nella popolazione generale italiana.
Ma sarebbe un errore fermarsi qui. Il fatto che il rischio di epidemia sia molto basso non significa che il problema sia irrilevante. Significa che appartiene a un’altra categoria: quella degli eventi rari, gravi, difficili da riconoscere all’inizio e capaci di mettere in crisi un sistema sanitario non per i grandi numeri, ma per la sua lentezza organizzativa. Ed è qui che la questione diventa più interessante, e più scomoda.
Per l’Italia, lo scenario peggiore plausibile legato al virus Andes non è una catena di trasmissione nazionale. È un piccolo cluster importato. Una persona esposta all’estero rientra durante il periodo di incubazione, sta bene per alcuni giorni, poi sviluppa febbre, malessere, tosse, dispnea. Arriva in pronto soccorso con un quadro che può sembrare una polmonite, una virosi complicata, una sepsi iniziale.
Se nessuno raccoglie bene l’anamnesi epidemiologica, se non emerge il viaggio, se non viene chiesto nulla sull’esposizione a roditori o su eventuali contatti con casi sospetti, il caso può passare inosservato nelle prime fasi. Nel frattempo, ci sono familiari, conviventi, operatori sanitari, trasferimenti, esami, procedure, attese. Non servono cento casi per creare un problema. Ne bastano due o tre, se gravi, riconosciuti tardi. Un paziente con sindrome cardiopolmonare da hantavirus può evolvere rapidamente verso insufficienza respiratoria, shock, terapia intensiva. In quel momento la gestione clinica può anche essere eccellente, perché in Italia le competenze specialistiche non mancano. Il punto è arrivarci in tempo. E il nostro sistema, su questo tipo di eventi, non dà sempre l’impressione di essere allenato.
C’è poi uno scenario meno mediatico ma forse più italiano: un focolaio autoctono localizzato, soprattutto nelle aree del nostro paese dove esistono condizioni ecologiche compatibili con la circolazione di hantavirus europei: roditori serbatoio, zone boschive, attività forestali e agricole, rifugi, edifici rurali chiusi per mesi, magazzini, abitazioni secondarie, ambienti contaminati. In un’annata favorevole alla proliferazione dei roditori, magari dopo inverni miti o abbondanza di cibo, il rischio di trasmissione dagli animali all’uomo può aumentare.
I casi non riguarderebbero indistintamente “gli italiani”, ma categorie precise: agricoltori, forestali, militari, escursionisti, lavoratori ambientali, persone che puliscono locali infestati o ristrutturano edifici rurali. Qui il quadro clinico sarebbe diverso: febbre, piastrinopenia, danno renale acuto, talvolta necessità di ricovero o dialisi. Anche in questo caso, il problema non è immaginare un disastro nazionale.
Il problema è capire se il territorio saprebbe riconoscere rapidamente un segnale anomalo. Una piccola serie di febbri con insufficienza renale in un’area rurale verrebbe collegata a un possibile evento zoonotico? I medici di medicina generale, i pronto soccorso, i reparti internistici, i nefrologi e i servizi di prevenzione avrebbero un percorso chiaro? I campioni arriverebbero rapidamente al laboratorio giusto? La notifica partirebbe in tempo? L’indagine ambientale coinvolgerebbe sanità pubblica, veterinari, medicina del lavoro e ambiente senza rimbalzi burocratici?
La risposta, se vogliamo essere onesti, non è rassicurante. Non perché manchino professionisti capaci. Al contrario: l’Italia ha infettivologi, intensivisti, microbiologi, epidemiologi, veterinari pubblici e igienisti di grande qualità. Ma il sistema non li mette sempre nelle condizioni di lavorare insieme con rapidità. Il nostro Servizio sanitario nazionale resta troppo frammentato, troppo diseguale tra Regioni, troppo dipendente dall’iniziativa dei singoli centri e troppo poco abituato a gestire eventi rari prima che diventino rumorosi.
La parola “preparazione” viene usata spesso, ma quasi sempre in modo generico. Preparazione non significa avere una circolare ministeriale nel cassetto. Non significa convocare una riunione quando il caso è già sulle prime pagine. Preparazione significa avere percorsi noti prima dell’evento: chi fa cosa, dove si manda il campione, chi comunica con chi, quali domande devono essere poste al triage, quando si attiva l’infettivologo, quando si informa il servizio di prevenzione, come si protegge il personale, come si gestiscono i contatti, come si comunica alla popolazione senza creare panico.
Su molte infezioni rare, questa architettura è fragile. La logica One Health è citata in ogni documento, ma spesso resta più un’etichetta che una pratica quotidiana. L’integrazione reale tra sanità umana, veterinaria, ambiente e medicina del lavoro è intermittente. Le reti di laboratorio esistono, ma non sempre sono percepite come accessibili da chi lavora in prima linea. I flussi informativi sono lenti. Le competenze sono concentrate. I protocolli, quando ci sono, non sempre vengono esercitati. E un protocollo mai esercitato, in emergenza, vale molto meno di quanto si creda.
Anche la comunicazione è un punto debole. In Italia oscilliamo troppo spesso tra rassicurazione automatica e allarme improvviso. Dire “il rischio è molto basso” è corretto, ma non basta. Bisogna spiegare basso per chi, rispetto a quale esposizione, con quali eccezioni, e quali misure sono già attive. La popolazione generale non deve spaventarsi, ma i clinici devono essere vigili. Chi ha avuto esposizioni specifiche deve essere monitorato, ma senza trasformare ogni febbre in un caso sospetto. Le categorie professionali a rischio devono ricevere indicazioni concrete, non messaggi vaghi. Questa è comunicazione sanitaria adulta. Non propaganda tranquillizzante.
L’hantavirus, probabilmente, non sarà il prossimo grande problema sanitario dell’Italia. Ma proprio per questo è un buon test. Perché i sistemi sanitari non si giudicano soltanto sulla capacità di reggere gli eventi enormi. Si giudicano anche sulla capacità di intercettare presto gli eventi piccoli, strani, periferici, quelli che non entrano subito nei radar nazionali. Un caso importato severo. Un cluster familiare. Tre ricoveri con febbre e insufficienza renale in una zona montana. Un aumento di roditori in un’area di confine.
Sono questi i segnali che un sistema preparato dovrebbe saper leggere prima che diventino emergenza. Il rischio attuale per la popolazione italiana resta molto basso. Questo va detto chiaramente. Ma va detto con la stessa chiarezza che basso rischio non significa rischio nullo, e soprattutto non significa sistema pronto.
Il SSN italiano sa curare bene molti pazienti quando arrivano nel posto giusto. Il problema è farli arrivare nel posto giusto al momento giusto, con la diagnosi giusta già in mente. Sulle zoonosi rare, sulle infezioni importate, sui segnali ecologici e sui focolai periferici, siamo ancora troppo reattivi e troppo poco preparati. L’hantavirus non deve farci paura come minaccia imminente. Deve preoccuparci come test di verifica di efficienza, perchè mostra una cosa che continuiamo a sottovalutare: non basta avere buoni specialisti, se il sistema che dovrebbe attivarli è lento, frammentato e spesso impreparato.

ANTONIO CRAXI'
Già Professore ordinario di Gastroenterologia dell'Università di Palermo e Direttore dell'UOC di Gastroenterologia dell'AOUP Paolo Giaccone. Responsabile Sanità di Italia Viva Sicilia.


