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SANITA’ IN SICILIA: C’E’ UN TRUCCO NELLE LISTE D’ATTESA?

Negli ultimi giorni Il Post ha raccontato un aspetto che chiunque abbia avuto a che fare con la sanità pubblica conosce bene, ma che raramente viene messo nero su bianco: i trucchi con cui si nascondono le liste d’attesa.

Agende chiuse “per manutenzione”, esami sdoppiati in più prestazioni per rientrare nei tempi, codici sbagliati che fanno sembrare urgente ciò che urgente non è, oppure al contrario nascondono un ritardo dietro una sigla burocratica. Sono mosse che servono a far sembrare che il sistema funzioni, che gli obiettivi siano rispettati, che i manager abbiano fatto il loro dovere. Ma in realtà non cambia nulla: il cittadino resta lì, ad aspettare.

Ora, se questo accade a livello nazionale, in Sicilia diventa quasi una caricatura. Qui la politica ha trasformato il tema delle liste d’attesa in una bandiera: da mesi il presidente Schifani ripete che saranno “azzerate”, e l’assessore Faraoni ha più volte parlato di “liberarle”. Parole solenni, certo, ma mentre si pronunciano i numeri restano lì a ricordarci che la realtà è un’altra: oltre 212 mila prestazioni arretrate, di cui più di 182 mila visite ed esami specialistici e quasi 30 mila ricoveri programmati mai realizzati. Un costo stimato in 90 milioni di euro e, soprattutto, un costo umano incalcolabile.

E intanto gli stessi trucchi segnalati dal Post si ritrovano anche qui. Agende che spariscono dal CUP regionale, prestazioni che non compaiono perché i codici non sono stati aggiornati, software che non dialogano e lasciano spazio a “correzioni” utili a migliorare i numeri sulla carta. In più, c’è la tendenza cronica ad attribuire la responsabilità a qualcun altro: l’assessore accusa i direttori generali, i direttori sanitari dicono che è colpa dei sistemi informatici, gli uffici CUP danno la colpa agli specialisti. Un gioco delle tre carte in cui l’unica costante è che il paziente non conta.

Un esempio? In alcuni ospedali periferici, una risonanza magnetica può richiedere anche dieci o dodici mesi. In casi simili, capita che la prenotazione venga “spostata” in un’altra voce o che la prestazione sia classificata come diversa, così che sulla carta l’attesa sembri più breve. Oppure che alcuni slot vengano tenuti nascosti, riservati, con il risultato che chi prova a prenotare tramite CUP trova agende chiuse, mentre direttamente in reparto la disponibilità “salta fuori”. È esattamente quello che Il Post ha descritto: non un errore tecnico, ma una strategia per sopravvivere in un sistema che premia chi trucca i numeri invece di chi riduce davvero i tempi di attesa.

Il paradosso è che Schifani ha persino introdotto l’obbligo di risultato: i direttori generali rischiano la decadenza se non centrano gli obiettivi. Ma se gli obiettivi si misurano con dati manipolabili, il rischio diventa una farsa. Il manager non lavora per ridurre le attese, lavora per fare in modo che le attese non si vedano. È la logica del “salvarsi le spalle” che regola ogni livello: la politica che deve dire di avere risolto, i dirigenti che devono mostrare numeri accettabili, gli uffici che devono alleggerire la pressione. In mezzo, la salute dei siciliani.

Ecco allora il nodo: non basta più annunciare fondi straordinari o nuovi piani digitali. Il SovraCUP, la rete unica, la digitalizzazione della sanità siciliana sono idee giuste, ma senza trasparenza diventano solo altri strumenti da piegare al gioco dei numeri. Se gli slot continuano a sparire, se le agende restano opache, se i dati non sono pubblici e verificabili, ogni promessa di “azzerare le liste” resterà vuota propaganda.

La verità è che oggi la Sicilia vive dentro un sistema sanitario regionale dove tutti cercano di fottere gli altri: la politica scarica sui manager, i manager aggiustano i dati, i reparti si arrangiano per sopravvivere, e chi paga il prezzo sono i cittadini che aspettano mesi o anni per una prestazione. È un meccanismo perverso che non si cambia con gli slogan, ma solo con una rivoluzione di trasparenza.

E forse la prima vera prova di coraggio per chi governa sarebbe questa: pubblicare i dati reali, prestazione per prestazione, ospedale per ospedale, senza filtri e senza trucchi. Allora sì che potremmo capire chi lavora per ridurre le liste e chi invece si limita a salvarsi la poltrona.

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Già professore ordinario di Gastroenterologia dell’Università di Palermo e Direttore dell’UOC di Gastroenterologia del’AOUP “P. Giaccone”

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