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ITALIA FERMA, SICILIA PEGGIO: IL COUNTRY REPORT UE CHE RACCONTA IL DECLINO

C’è un modo rassicurante di leggere i rapporti della Commissione europea: considerarli documenti tecnici, esercizi contabili, prose fredde di burocrazia comunitaria, dove ogni giudizio viene attenuato da una cautela diplomatica e ogni allarme è nascosto dentro la lingua opaca delle raccomandazioni. È un errore. Il Country Report Italy 2026 è, al contrario, un documento politico nel senso più alto del termine: non perché prenda parte per un governo o contro un governo, ma perché misura la capacità dello Stato, delle Regioni, delle imprese, delle comunità locali e delle classi dirigenti di trasformare risorse in futuro.

Il rapporto non dice che l’Italia sia un Paese fallito. Dice qualcosa di più grave: che l’Italia è un Paese ancora ricco di patrimonio, risparmio, competenze, manifattura, intelligenza diffusa, ma incapace da troppi anni di convertire questi elementi in crescita strutturale. Non è una catastrofe improvvisa. È una lunga apnea. Il Paese respira, lavora, esporta, accumula risparmio, realizza pezzi importanti del PNRR, riduce in parte la disoccupazione. Ma non cresce davvero. Non aumenta abbastanza la produttività. Non trattiene abbastanza giovani. Non include abbastanza donne. Non innova abbastanza. Non governa abbastanza bene i territori più fragili. E dove lo Stato dovrebbe correggere gli squilibri, spesso li amministra, li rinvia, li copre con incentivi frammentati, bonus temporanei, piani senza gerarchia, annunci senza messa a terra.

La prima immagine del rapporto è spietata proprio perché semplice. Nel grafico sulla produttività del lavoro, dal 2000 al 2024, l’Italia è l’unica grande economia rappresentata che non sale. La linea europea cresce, quella tedesca cresce, quella francese cresce, quella spagnola cresce. La linea italiana, invece, oscilla e alla fine resta sotto il livello di partenza. È un’immagine quasi morale: gli altri Paesi, con tutte le loro crisi, hanno trasformato lavoro, capitale, organizzazione e tecnologia in più valore per occupato; l’Italia ha trasformato più lavoro in poca crescita. Ha aggiunto ore, persone, contratti, ma non abbastanza conoscenza, capitale, scala produttiva, innovazione, efficienza pubblica.

Qui sta il cuore del problema italiano. Non è vero che il Paese non lavori. Lavora, spesso molto, spesso troppo, spesso male. Il rapporto segnala che nel 2025 l’occupazione e le ore lavorate sono aumentate, mentre la disoccupazione è scesa al 6,1%. È un dato positivo, e sarebbe intellettualmente disonesto negarlo. Ma la crescita del PIL si è fermata allo 0,5%, e il rapporto sottolinea che la buona performance occupazionale non è stata accompagnata da una crescita della produttività. Questo significa che l’Italia continua ad alimentare un modello in cui l’occupazione cresce soprattutto in settori labour-intensive, a basso valore aggiunto, con salari contenuti, bassa innovazione, piccola dimensione d’impresa e limitata capacità di competere sulle frontiere tecnologiche.

È il vecchio patto tacito del declino italiano: più lavoro povero al posto di più lavoro produttivo; più adattamento che trasformazione; più sopravvivenza d’impresa che crescita d’impresa; più micro-imprese protette dall’ambiente fiscale e regolatorio che imprese spinte a diventare più grandi, più manageriali, più innovative. Il rapporto lo dice con chiarezza: il sistema produttivo italiano resta frammentato, dominato da piccole imprese, specializzato in settori tradizionali e a basso valore aggiunto, con investimenti insufficienti in ricerca e innovazione. Le imprese con meno di venti addetti producono in Italia una quota di valore aggiunto molto superiore alla media europea; le grandi imprese pesano meno. Questo non è folklore produttivo, è una struttura che condiziona salari, investimenti, ricerca, esportazioni, capitale umano.

Il problema, dunque, non è la piccola impresa in sé. La piccola impresa italiana è stata per decenni una risorsa straordinaria: flessibile, familiare, radicata nei territori, capace di qualità e specializzazione. Ma quando la piccola dimensione diventa un destino fiscale, culturale e organizzativo; quando restare piccoli conviene più che crescere; quando il passaggio generazionale sostituisce la professionalizzazione manageriale; quando l’innovazione resta subordinata alla liquidità immediata; allora il modello si trasforma in vincolo. L’Italia non manca di imprenditori. Manca troppo spesso di ecosistemi che consentano agli imprenditori migliori di fare il salto di scala.

La Commissione indica cinque debolezze: bassa ricerca e sviluppo, dimensione d’impresa ridotta, capitale umano insufficiente, alti costi energetici, sottocapitalizzazione. Sono cinque parole tecniche, ma insieme compongono una diagnosi di sistema. L’Italia è un Paese che ha troppo risparmio parcheggiato e troppo poco capitale paziente investito nell’innovazione; troppa ricchezza immobilizzata e troppo poca finanza per crescere; troppa retorica sul Made in Italy e troppo poca politica industriale selettiva; troppe misure orizzontali e pochi obiettivi misurabili; troppi incentivi e poca strategia.

Il dato sugli incentivi è quasi grottesco: 2.723 strumenti, di cui 348 nazionali e 2.375 regionali. Una giungla. Un sistema pensato per aiutare le imprese finisce per diventare un labirinto in cui l’impresa più forte, più assistita, più capace di consulenza, trova la strada, mentre l’impresa più fragile si perde. Gli incentivi, quando sono troppi, non sono più politica industriale: sono pulviscolo amministrativo. La Commissione chiede razionalizzazione, stabilità, selettività. Tradotto in linguaggio politico: basta distribuire risorse in modo non gerarchico, basta fingere che ogni settore sia strategico, basta chiamare politica industriale ciò che spesso è solo manutenzione elettorale dell’esistente.

Il White Book “Made in Italy 2030” viene riconosciuto come un primo passo, ma la critica europea è severa: manca l’allineamento con la strategia della ZES unica per il Sud; mancano azioni precise; manca l’integrazione con investimenti infrastrutturali e di ricerca; mancano priorità territoriali. È un giudizio che colpisce al centro uno dei vizi storici della politica italiana: scrivere piani come se fossero manifesti, non come se fossero contratti di responsabilità. Un piano vero dice cosa si fa, dove, con quali risorse, entro quando, con quali indicatori, con quale autorità responsabile, con quali conseguenze se l’obiettivo non viene raggiunto. Un piano debole identifica diciotto settori strategici, molti dei quali a basso valore aggiunto, e così finisce per non sceglierne nessuno.

La seconda immagine del rapporto riguarda la qualità del governo. Qui l’Italia mostra la propria frattura più profonda. Nel confronto europeo, l’Italia è nella parte bassa della classifica per qualità istituzionale media, ma il dato più importante è la dispersione interna. Nel grafico sulle Regioni italiane, il Friuli-Venezia Giulia è sopra la media europea con un indice di 0,72; Trento è a 0,40; poche altre realtà restano appena sopra o vicino allo zero. Poi comincia una discesa. La Sicilia è ultima, a -2,06. Non è un dettaglio statistico. È la radiografia della questione meridionale nel suo punto più concreto: non solo mancano infrastrutture, reddito, innovazione; manca qualità amministrativa sufficiente a trasformare risorse in servizi, investimenti in opere, bisogni in risposte.

Qui bisogna essere duri, ma precisi. Non esiste nessuna tara antropologica siciliana. Non esiste nessuna condanna culturale del Mezzogiorno. Esistono invece istituzioni più deboli, amministrazioni meno capaci, continuità amministrativa fragile, capitale umano pubblico insufficiente, procedure lente, minore capacità progettuale, minore capacità di spesa, maggiore dipendenza da trasferimenti, minore autonomia fiscale, più debolezza dei Comuni piccoli, più distanza dalle reti logistiche e industriali forti. Esiste una classe dirigente che troppo spesso ha confuso il governo con la distribuzione, la programmazione con la promessa, la competenza con l’appartenenza.

Il rapporto europeo usa una formula asciutta: la qualità e l’accessibilità dei servizi pubblici nel Sud restano severamente limitate e contribuiscono alla depopolazione. È una frase che andrebbe appesa in ogni assessorato regionale, in ogni municipio, in ogni direzione generale. Perché dice una verità semplice: i cittadini non se ne vanno soltanto perché mancano posti di lavoro; se ne vanno anche perché lo Stato locale non funziona abbastanza. Se la scuola è debole, i trasporti sono insufficienti, l’acqua è incerta, i rifiuti costano e funzionano male, gli uffici sono lenti, i bandi sono opachi, le autorizzazioni sono un percorso di guerra, allora il territorio perde non solo popolazione, ma fiducia in se stesso.

La Sicilia è l’esempio più drammatico di questa spirale. Nel grafico sulla produttività regionale, l’Italia nel suo complesso è appena sopra la media UE, a 101, ma la Sicilia è a 83. Non è l’ultima, ma è dentro la fascia bassa del Paese, lontana dal Nord produttivo e lontanissima da Bolzano, Lombardia, Trento, Valle d’Aosta, Lazio, Liguria, Emilia-Romagna. La geografia conta: un’isola ha costi logistici maggiori, tempi di trasporto più lunghi, dipendenza più forte da porti, aeroporti, reti ferroviarie e collegamenti marittimi. Ma la geografia spiega, non assolve. Anzi, proprio perché la Sicilia è un’isola, avrebbe bisogno di una capacità di governo superiore alla media, non inferiore. Un’isola mal governata non è solo una Regione svantaggiata: è un sistema chiuso che moltiplica internamente i propri svantaggi.

La produttività siciliana non è bassa per un solo motivo. È bassa perché si sommano struttura produttiva debole, frammentazione d’impresa, basso contenuto tecnologico, occupazione irregolare, lavoro povero, bassa partecipazione femminile, fuga dei giovani, insufficiente raccordo tra università e impresa, infrastrutture incomplete, aree interne spopolate, periferie urbane degradate, turismo spesso estrattivo e stagionale, amministrazioni lente, investimenti pubblici non sempre capaci di generare sviluppo durevole. Tutto si tiene. Il lavoro poco produttivo produce bassi salari; i bassi salari riducono domanda e attrattività; la bassa attrattività spinge via i giovani migliori; la fuga dei giovani riduce capitale umano; la riduzione del capitale umano indebolisce imprese e amministrazioni; imprese e amministrazioni deboli riducono produttività. È il circuito chiuso del sottosviluppo moderno.

A livello nazionale, il rapporto mostra un’Italia che ha ricevuto risorse europee enormi. Il PNRR vale 194,4 miliardi, pari al 9,13% del PIL; al 4 maggio 2026 risultano erogati 153,2 miliardi, circa il 79% dell’allocazione totale, dopo il conseguimento di 366 milestone e target. La politica può rivendicare questo avanzamento. Ma il punto non è soltanto spendere, né incassare rate, né superare verifiche formali. Il punto è se questa massa di risorse produrrà una modifica strutturale della capacità del Paese. Il rapporto riconosce progressi: digitalizzazione della pubblica amministrazione, riforme della giustizia, politiche attive del lavoro, infrastrutture energetiche, scuole, sanità territoriale. Ma il rapporto segnala anche che molte riforme restano parziali, molte raccomandazioni ricevono soltanto “some progress” o “limited progress”, molte debolezze precedono il PNRR e rischiano di sopravvivere al PNRR.

Questo è il punto politico decisivo. Il PNRR non è una pioggia benefica. È un test. Misura se un Paese sa trasformare una occasione straordinaria in capacità ordinaria. Se finito il PNRR restano le stesse amministrazioni deboli, gli stessi Comuni senza tecnici, le stesse Regioni incapaci di progettare, gli stessi sistemi informativi che non dialogano, gli stessi ritardi autorizzativi, allora il PNRR sarà stato una grande parentesi, non una svolta. E le parentesi, nella storia dei Paesi, si chiudono.

Il debito pubblico è l’altra faccia della stessa medaglia. Il deficit è sceso al 3,1% del PIL nel 2025 e dovrebbe ridursi ancora, ma il rapporto prevede un debito in risalita: 137,1% del PIL nel 2025, 138,5% nel 2026, 139,2% nel 2027. Il ritorno dell’aumento del debito è attribuito anche agli effetti ritardati dei crediti fiscali per le ristrutturazioni edilizie. Qui non serve moralismo contabile. Serve memoria politica. Il Paese ha usato strumenti potentissimi, spesso giustificati dall’emergenza, ma non sempre governati con sufficiente rigore. Il risultato è che una parte del bilancio futuro viene impegnata per scelte passate, mentre le priorità strategiche — istruzione, ricerca, infrastrutture, transizione energetica, inclusione lavorativa — restano sotto pressione.

La Commissione sottolinea che la spesa pubblica italiana è molto vincolata da protezione sociale, pensioni e servizio del debito. Questo riduce lo spazio per gli investimenti che producono crescita. È una trappola: la bassa crescita rende più pesante il debito; il debito riduce lo spazio per gli investimenti; la riduzione degli investimenti riduce la crescita. L’unico modo serio per uscirne non è proclamare austerità cieca né promettere spesa facile. È migliorare la composizione della spesa, tagliare ciò che non produce valore pubblico, finanziare ciò che aumenta produttività, capitale umano e qualità istituzionale. Significa fare spending review vera, non tagli lineari mascherati; valutare le politiche, non soltanto contabilizzarle; spostare risorse, non solo aggiustare capitoli.

Anche il sistema fiscale emerge come una delle grandi macchine inceppate del Paese. Il rapporto indica un carico fiscale elevato, soprattutto sul lavoro, una base imponibile erosa da regimi speciali e spese fiscali, valori catastali non aggiornati, agevolazioni ambientalmente dannose ancora rilevanti, evasione ancora alta, soprattutto IVA e lavoro autonomo. È il paradosso italiano: chi paga, paga molto; chi sfugge, spesso sfugge troppo; chi lavora regolarmente è gravato; chi beneficia di rendite immobiliari o trattamenti speciali è spesso protetto; chi vorrebbe crescere viene frenato da soglie, regimi, adempimenti; chi resta piccolo trova convenienze a restare piccolo.

Una riforma fiscale seria dovrebbe essere insieme pro-crescita e redistributiva. Meno peso sul lavoro produttivo, più base imponibile reale, meno eccezioni, meno condoni espliciti o impliciti, più contrasto all’evasione, più coerenza ambientale, più verità catastale. Ma questa è una delle riforme che la politica italiana teme di più, perché tocca interessi diffusi, clientele silenziose, rendite protette, abitudini sociali. È più facile promettere un taglio di tasse che spiegare chi deve smettere di non pagarle.

La demografia è forse la parte più cupa del rapporto, perché non riguarda soltanto l’economia ma la durata storica del Paese. Entro il 2050 l’Italia perderà più di quattro milioni di abitanti. La fecondità è tra le più basse d’Europa: 1,18 figli per donna contro 1,34 nell’Unione. L’età media alla nascita del primo figlio è tra le più alte: 31,9 anni. Gli over 65 sono già il 24,7% della popolazione, contro il 22% europeo. La popolazione in età lavorativa scenderà dal 63,5% del 2024 al 54,3% nel 2050. Questi numeri non parlano solo di natalità. Parlano di fiducia.

Un Paese fa figli quando immagina futuro, quando il lavoro è stabile, quando la casa è accessibile, quando i servizi per l’infanzia funzionano, quando le donne non devono scegliere tra maternità e carriera, quando i giovani non restano adolescenti economici fino a trentacinque anni. La denatalità italiana non si risolve con un bonus. Si affronta con salari, lavoro stabile, servizi, casa, conciliazione, scuola, asili, trasporti, politiche urbane, immigrazione regolata e integrazione seria. Il rapporto lo dice: serve un approccio integrato tra lavoro, migrazione e politiche sociali. La natalità è un indicatore biologico solo in apparenza; in realtà è uno degli indicatori più raffinati della qualità di una società.

Nel Mezzogiorno e in Sicilia la demografia diventa ancora più distruttiva. I giovani non emigrano soltanto all’estero: emigrano verso il Centro-Nord. Questo produce una doppia amputazione. Il Sud perde capitale umano, competenze, energia civile; il Nord riceve giovani formati altrove ma deve poi affrontare costi abitativi, congestione urbana, nuove diseguaglianze. La Sicilia perde i propri laureati, i propri tecnici, i propri medici, i propri ingegneri, i propri ricercatori, i propri imprenditori potenziali. E ogni partenza rende la successiva più probabile, perché chi resta vede restringersi la rete delle opportunità.

Il lavoro è l’altro grande capitolo in cui la fotografia positiva si incrina appena si guarda meglio. L’occupazione cresce, ma la partecipazione resta bassa, soprattutto per donne e giovani. Nel 2025 l’Italia registra ancora la più bassa partecipazione complessiva dell’Unione, trascinata verso il basso da donne e giovani. La bassa partecipazione femminile non è un dato privato: è una perdita macroeconomica. Ogni donna costretta a non lavorare per mancanza di servizi, ogni giovane che non entra stabilmente nel mercato del lavoro, ogni persona scoraggiata che esce dalle statistiche è produttività perduta, reddito perduto, contributi perduti, autonomia perduta, libertà perduta.

Nel Sud la quota di donne nella forza lavoro è indicata al 40%, contro il 66% del Nord e il 71% dell’Unione europea. Questo è forse uno dei numeri più politici dell’intero rapporto. Non perché riguardi “le donne” come categoria separata, ma perché misura il grado di modernità reale di un territorio. Una Regione dove lavora una minoranza delle donne adulte non è soltanto una Regione più povera: è una Regione che spreca metà della propria intelligenza sociale. In Sicilia questo dato interseca cultura familiare, carenza di servizi, lavoro irregolare, debolezza dei trasporti, povertà educativa, mercato del lavoro asfittico. Ma ancora una volta spiegare non significa assolvere. Significa sapere dove colpire.

La scuola e l’università sono il punto in cui il declino può diventare reversibile o definitivo. Il rapporto segnala risultati educativi fragili, divari regionali, difficoltà nelle competenze di base, quota di laureati tra i 25 e i 34 anni tra le più basse d’Europa, tempi lunghi di laurea, abbandoni, mismatch tra studi e lavoro. L’Italia produce buona ricerca scientifica in alcune aree, ma non riesce a trasformarla sufficientemente in brevetti, imprese, innovazione, tecnologia. È un Paese dove l’università continua a vivere in una tensione dolorosa: eccellenze reali, risorse limitate, carriere accademiche poco attrattive, ricercatori precari, trasferimento tecnologico debole, legame con l’impresa insufficiente.

In Sicilia questa tensione è ancora più forte. Le università sono tra i pochi grandi presidi pubblici di futuro rimasti sul territorio. Ma se non diventano piattaforme di innovazione territoriale, se non si collegano stabilmente a filiere produttive, energia, agroalimentare avanzato, biotecnologie, mare, beni culturali, intelligenza artificiale, transizione ambientale, allora rischiano di funzionare come stazioni di partenza: formano giovani che poi vanno altrove. La Sicilia non ha bisogno di meno università. Ha bisogno di università più connesse a una politica industriale territoriale che oggi non si vede con sufficiente chiarezza.

La transizione energetica è un altro banco di prova. L’Italia ha prezzi dell’elettricità tra i più alti d’Europa, in gran parte per la dipendenza dal gas nella generazione elettrica. Nel primo semestre 2025 i prezzi al dettaglio dell’elettricità sono tra i più elevati dell’Unione sia per famiglie sia per imprese, e il gas fissa il prezzo dell’elettricità per una quota molto elevata delle ore. Questo incide sulla competitività industriale e rallenta l’elettrificazione. Al tempo stesso, l’Italia ha un potenziale rinnovabile notevole, una crescita del solare, investimenti sulle reti e un ruolo strategico del Tyrrhenian Link, che riguarda direttamente Sicilia e Sardegna.

La Sicilia potrebbe essere uno degli snodi della nuova geografia energetica mediterranea. Sole, vento, interconnessioni, porti, idrogeno, accumuli, reti intelligenti, comunità energetiche, industria legata alla transizione. Ma per diventarlo deve evitare due rischi opposti: restare spettatrice oppure diventare semplice piattaforma estrattiva. Non basta installare impianti se il valore, la tecnologia, la manutenzione, la ricerca, la filiera industriale e l’occupazione qualificata vanno altrove. La transizione energetica può essere per la Sicilia ciò che l’industrializzazione novecentesca non è mai riuscita a diventare pienamente: una leva di sviluppo interno. Ma solo se viene governata con criteri industriali, ambientali e territoriali, non come sommatoria di autorizzazioni.

Il capitolo ambientale mostra un Paese vulnerabile: rischi idrogeologici, siccità, consumo di suolo, infrastrutture idriche insufficienti, gestione dei rifiuti ancora diseguale. Il rapporto indica che l’Italia è tra gli Stati più esposti ai rischi climatici e che servono investimenti molto rilevanti per adattamento e prevenzione. Qui la Sicilia non è un caso marginale. È uno dei laboratori più evidenti della crisi climatica italiana: siccità, reti idriche colabrodo, agricoltura sotto stress, città calde, territori fragili, incendi, dissesto, aree interne in abbandono. Se non si investe su acqua, suolo, manutenzione, invasi, reti, riuso, depurazione, gestione forestale, prevenzione, la transizione ecologica sarà percepita come vincolo e non come sicurezza.

Anche i rifiuti raccontano più di quanto sembri. Il rapporto segnala che nel 2024 la raccolta differenziata comunale varia dal 78,9% dell’Emilia-Romagna al 55,5% della Sicilia, con Palermo al 36,9%. Sono numeri che non parlano solo di ambiente. Parlano di capacità amministrativa, disciplina civica, infrastrutture, organizzazione industriale del ciclo dei rifiuti. Dove i rifiuti costano di più e funzionano peggio, la collettività paga due volte: paga il servizio e paga l’inefficienza. La Sicilia non può continuare a considerare acqua e rifiuti come emergenze ricorrenti: sono infrastrutture essenziali della cittadinanza economica. Un territorio che non garantisce acqua e gestione moderna dei rifiuti non può attrarre impresa avanzata, turismo qualificato, residenza stabile, fiducia.

Il rapporto dedica molto spazio alla pubblica amministrazione. Qui emerge una verità che in Italia viene spesso rimossa: la qualità dello Stato è una politica economica. Non un prerequisito astratto, non una questione da giuristi, ma un fattore produttivo. Il 41% delle imprese italiane dichiara insoddisfazione verso la pubblica amministrazione, la quota più alta nell’Unione. I dipendenti pubblici italiani sono tra i più anziani d’Europa; la formazione è insufficiente; la quota con istruzione post-secondaria è più bassa della media UE; le differenze territoriali sono le più ampie d’Europa. Questo significa che un investimento pubblico da un miliardo può produrre risultati molto diversi a seconda di dove cade: dove l’amministrazione è forte diventa progetto, gara, cantiere, servizio; dove è debole diventa ritardo, variante, contenzioso, definanziamento, opera incompleta.

La Sicilia paga qui il prezzo più alto. Se nell’indice europeo di qualità del governo è ultima tra le Regioni italiane, il tema non può essere trattato come una statistica imbarazzante da archiviare. Deve diventare la priorità delle priorità. Prima ancora di chiedere più risorse, la Regione dovrebbe chiedersi quanta capacità ha di usare quelle che già riceve. Il vero meridionalismo del XXI secolo non può limitarsi a rivendicare trasferimenti. Deve rivendicare potere amministrativo, competenza tecnica, stabilità gestionale, selezione meritocratica, valutazione dei dirigenti, trasparenza degli esiti, capacità di spesa, ingegneria istituzionale. Senza questo, ogni euro aggiuntivo rischia di diventare un’altra occasione dissipata.

La politica nazionale ha responsabilità evidenti. Ha mantenuto per anni un sistema di spesa rigido, ha tollerato un fisco complicato e diseguale, ha alternato riforme e condoni, ha usato bonus al posto di strategie, ha lasciato che scuola, ricerca e università restassero sottofinanziate rispetto alle ambizioni dichiarate, ha parlato di giovani mentre costruiva un sistema orientato alla protezione del già acquisito. Ma la politica regionale siciliana non può nascondersi dietro Roma. Da troppo tempo l’autonomia speciale è evocata come orgoglio e praticata come rendita. L’autonomia dovrebbe significare responsabilità più alta, non facoltà di lamentarsi con maggiore solennità. Una Regione autonoma che resta ultima per qualità di governo deve chiedersi non soltanto che cosa le manca, ma che cosa fa male.

Questo non significa negare i vincoli esterni. Il mercato è cambiato, l’Europa è più esposta alla competizione globale, l’energia costa, la Cina e gli Stati Uniti corrono sulle tecnologie, la guerra e le tensioni geopolitiche aumentano incertezza, i bilanci pubblici sono stretti, la demografia è sfavorevole. Ma governare significa precisamente questo: non amministrare il mondo ideale, ma ridurre il danno e aprire possibilità nel mondo reale. Chi governa oggi, a Roma come a Palermo, non può dire che i problemi vengono da lontano come se questa fosse un’assoluzione. I problemi vengono sempre da lontano. La funzione del governo è impedire che arrivino anche più lontano.

Il rapporto europeo, letto fino in fondo, suggerisce una possibile via d’uscita. Non una soluzione salvifica, ma una disciplina di ricostruzione. Primo: produttività. Ogni politica pubblica dovrebbe essere misurata sulla sua capacità di aumentare valore per ora lavorata, non solo occupazione nominale. Secondo: capitale umano. Scuola, università, formazione tecnica, ITS, competenze digitali, ricerca, attrazione dei talenti devono diventare il centro della spesa strategica. Terzo: donne e giovani. Senza una crescita massiccia della partecipazione femminile e giovanile, l’Italia non regge né sul piano economico né su quello demografico. Quarto: amministrazione. Nelle Regioni deboli serve un piano straordinario di capacità pubblica, non un generico corso di formazione. Quinto: industria. Incentivi più pochi, più stabili, più selettivi, legati a filiere ad alto valore e a territori precisi. Sesto: energia e clima. Reti, rinnovabili, accumuli, acqua, suolo, prevenzione: non come capitoli ambientali, ma come infrastrutture della competitività. Settimo: legalità fiscale e del lavoro. Meno condoni, meno dumping contrattuale, più trasparenza, più controlli, più emersione. Ottavo: Sud. Non assistenza, ma strategia territoriale differenziata, con responsabilità verificabili.

Per la Sicilia, questa agenda dovrebbe essere ancora più netta. La Regione deve scegliere pochi obiettivi e portarli a termine. Un piano serio per acqua e rifiuti. Un piano logistico che colleghi porti, ferrovie, aeroporti, zone industriali e aree interne. Una strategia energetica che lasci valore sul territorio. Una riforma della capacità amministrativa regionale e comunale. Un programma per il lavoro femminile costruito su servizi, trasporti, nidi, formazione, incentivi alle imprese che assumono stabilmente. Un raccordo vero tra università, ITS e filiere produttive. Un monitoraggio pubblico mensile dei fondi europei e del PNRR, con stato di avanzamento, ritardi, responsabili, soluzioni. Una politica contro la fuga dei giovani che non si limiti alla nostalgia, ma offra lavoro qualificato, case accessibili, servizi e carriera.

La Sicilia non è povera di risorse. È povera di conversione. Converte male il sole in energia industriale, il mare in logistica, la cultura in economia stabile, l’università in innovazione, i fondi europei in sviluppo, l’autonomia in responsabilità, la bellezza in cittadinanza. È questa la durezza del giudizio che bisogna avere il coraggio di formulare. Non per demolire la Sicilia, ma per smettere di assolverla con parole generose e inutili.

L’Italia, allo stesso modo, non è un Paese senza futuro. Ma è un Paese che ha consumato troppo futuro per proteggere il presente. Ha protetto rendite, corporazioni, micro-equilibri, regimi speciali, pensionamenti anticipati, bonus edilizi, spesa storica, assetti amministrativi invecchiati. Ha chiesto ai giovani di essere flessibili e agli interessi costituiti di restare intatti. Ha chiesto alle donne di entrare nel mercato del lavoro senza costruire abbastanza servizi. Ha chiesto alle imprese di innovare senza costruire abbastanza capitale, ricerca e competenze. Ha chiesto al Sud di convergere senza dotarlo della capacità amministrativa necessaria. Ha chiesto all’Europa risorse, ma non sempre ha chiesto a se stesso disciplina.

Il Country Report 2026 non è dunque una pagella. È uno specchio. E nello specchio si vede un Paese che può ancora scegliere. Può continuare nella via italiana del rinvio: un po’ di crescita, un po’ di occupazione, un po’ di PNRR, un po’ di bonus, un po’ di propaganda, un po’ di colpa al passato, un po’ di colpa all’Europa. Oppure può decidere che il tempo del galleggiamento è finito.

Per l’Italia, scegliere significa legare ogni euro pubblico a produttività, conoscenza, inclusione e capacità istituzionale. Per la Sicilia, scegliere significa rompere il circuito dell’autocommiserazione e della cattiva amministrazione: pretendere più Stato dove lo Stato manca, ma anche più responsabilità dove lo Stato regionale esiste e fallisce.

Non serve un racconto consolatorio. Serve una nuova severità pubblica. Non la severità punitiva di chi taglia alla cieca, ma la severità democratica di chi misura, compara, valuta, premia, sostituisce, corregge. Il futuro meno devastante evocato dai numeri europei non è impossibile. Ma non nascerà da un altro annuncio. Nascerà solo quando l’Italia capirà che la produttività non è una formula economica, ma la misura della propria organizzazione collettiva; e quando la Sicilia capirà che la qualità del governo non è un indice europeo, ma la condizione minima per restare viva.

Perché alla fine il rapporto dice questo: il declino non è un destino. È una somma di decisioni non prese, di responsabilità non esercitate, di risorse non trasformate. E se è così, allora può ancora essere rovesciato. Ma non da chi promette miracoli. Da chi, finalmente, governa.

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Ingegnere, professore universitario, già rettore dell'Università di Palermo, nonno. E' stato candidato alla carica di governatore della Regione siciliana nel 2017 con la coalizione di centrosinistra.

ANTONIO CRAXI'

Già Professore ordinario di Gastroenterologia dell'Università di Palermo e Direttore dell'UOC di Gastroenterologia dell'AOUP Paolo Giaccone. Responsabile Sanità di Italia Viva Sicilia.

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