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IL NUOVO ATTACCO DI MELONI ALLA UE? CONTROPRODUCENTE

Anche l’ultima incauta sortita di Giorgia Meloni, accodatasi nei giorni scorsi al presidente di Confindustria Emanuele Orsini nel reiterato tentativo di scaricare sull’Europa la colpa delle magagne italiane, si è trasformata in un boomerang.

Addensandosi all’orizzonte le nubi elettorali, con l’aggravarsi dei mali che affliggono non solo l’economia, si ripete il già visto tentativo di addossare ad altri le cause dei propri, dopo quattro anni di trionfalismi ma di sostanziale inerzia governativa e di flop in politica estera e -ora che i nodi vengono al pettine- riesumando l’antica tecnica dello scaricabarile.

Lo denuncia lo stato d’animo degli italiani, esploso nel clamoroso dissenso che ha travolto il pur ragionevole quesito referendario del Governo, ma lo denunciano soprattutto i dati costantemente in ribasso dell’economia, da un trentennio i peggiori d’Europa e ormai depressi fin quasi alla crescita zero, e il disagio diffuso nel paese su temi essenziali come la sicurezza, la sanità, i salari, invano negato con l’enfasi della “Nazione tornata ad essere rispettata a livello internazionale”. Oppure nascosto dietro il fantasma dell’immigrazione, peraltro indispensabile all’economia e la cui regolarizzazione e valorizzazione sta producendo il boom spagnolo che ci surclassa.

La crescita media italiana degli ultimi anni è dello 0,4%, contro 1,4 UE, 2,1 USA e 8% Cina. E ciò malgrado la massiccia iniezione di 200 miliardi elargitici proprio dall’Europa con il PNRR, che tuttavia si esauriranno a fine giugno e dovranno essere in buona parte restituiti. La paradossalità del concentrico attacco a freddo all’Europa, pur prodiga di aiuti (almeno altrettanti miliardi negli anni ricevuti per ridurre il divario fra i territori) e di riconosciuti benefici storico-politici (pace, stabilità, mercato unico, allargamento degli orizzonti culturali etc.), mentre conferma l’idiosincrasia degli industriali italiani per le “regole”, a volte onerose ma necessarie (come l’ETS, l’indennizzo a carico di chi inquina, e quello che compensa chi disinquina, come gli agricoltori, o la “due diligence” che impone di verificare il rispetto dei diritti umani), nella presidente del consiglio tradisce la crescente ansia pre-elettorale di ribaltare su altri gli insuccessi non più celabili.

Poiché tuttavia Meloni non manca di intelligenza politica, non può non aver avvertito l’ulteriore pericolosità di una mossa che rischia di isolarla definitivamente, come dimostrano le immediate autorevoli reazioni sia internazionali (fra cui il Financial Time, che ha evidenziato impietosamente la banalizzazione e lo spreco degli investimenti del PNRR, ridotto a bancomat di opere non essenziali che non avviano alcun duraturo processo di sviluppo -come le piste ciclabili- e senza attuare le prescritte riforme strutturali), sia della parte più composta, documentata ed obiettiva dell’opinione nazionale , come Carlo Cottarelli e Mario Monti, che sul Corriere della Sera hanno picchiato duro nei giorni scorsi.

Le accuse alla burocrazia europea mostrano vieppiù “la trave burocratica italiana” nel nostro occhio, mentre l’Europa -pur talvolta invasiva- è però efficiente e vigila sul rispetto di regole e procedure trasparenti e valide per tutti, almeno in Europa. Chi ha vissuto l’evoluzione dei rapporti con l’U.E. sa che il rispetto delle regole europee ha inoltre “costretto” le nostre recalcitranti burocrazie -soprattutto quelle regionali- ad adeguarsi ad una disciplina. L’illustre economista (già del FMI) si chiede poi cosa c’entri l’Europa con i ritardi italiani e le mancate riforme : fisco, ISTRUZIONE , giustizia, sanità, burocrazia, energie rinnovabili e nucleare, ZES, immigrazione regolare (e non solo demagogica repressione spettacolare) e perfino lidi balneari e taxi. Tutti settori dove è difficile avventurarsi senza toccare interessi e privilegi di corporazioni forti che, spesso, costituiscono una diffusa clientela elettorale, ritenuta intoccabile dal governo anche a discapito dell’interesse generale

Il senatore a vita ed ex presidente del consiglio (e della Bocconi) Mario Monti pone l’accento sulla tanto ostentata (ma finora risultata inutile) stabilità politica, che è un valore solo se produce risultati e per perpetuare la quale si vorrebbe deformare la rappresentanza democratica con una legge elettorale che premia eccessivamente chi prevale anche per un voto.

La soluzione non è fare dell’Europa il capro espiatorio -dice il professore- ma contribuire a farla funzionare, partendo dall’abolizione delle decisioni all’unanimità, strenuamente difese invece dal governo italiano (in contrasto perfino con i pur compiacenti industriali). Monti insiste particolarmente sulle responsabilità che questo governo si è assunto avallando le guerre (e i crimini) in corso, volute da Putin, Trump e Nethaniau, che stanno producendo gli ulteriori danni all’economia con il caro-energia e ci costringono ad incrementare le spese per la difesa. Danni che ora si vorrebbero accollare all’Europa, chiedendo (gli industriali) 1.200 miliardi di esenzioni fiscali e (il Commissario italiano Fitto, su evidente input del governo) l’utilizzo, per tutti, dei fondi per la coesione riservati finora alle Regioni in ritardo di sviluppo per ridurre i divari territoriali (che in Italia sostituiscono dal 1989 l’intervento straordinario dello Stato nel Mezzogiorno, dopo l’abolizione della CasMez con il referendum promosso dalla Lega).

L’autolesionismo di Fitto -ex presidente della Regione Puglia- si spiega solo con “l’ordine superiore” della presidente del consiglio che -come a questo punto svela l’episodio- lo designo’ per quel posto non per promuovere la crescita del Mezzogiorno, ma per la fedeltà e la pronta obbedienza alle sue direttive. Si badi che Fitto nella governo dell’Europa rappresenta tutta l’UE e non il governo italiano.

Ci saremmo inoltre aspettati ben altre reazioni dalle regioni meridionali, parte lesa, a partire da Sicilia, Campania e Puglia che ne risulterebbero le più penalizzate., anche se la risposta dell’autorevole vicepresidente Dombroskis sembra non tenere in nessun conto la proposta del collega italiano. Anzi, conferma che l’UE -pur tenendo parzialmente conto delle ulteriori pressanti richieste di aiuto del governo italiano- consente un limitato sforamento, purché per misure coerenti con la politica europea dell’energia, volta a ridurre il consumo di fonti fossili ed accelerare quello da fonti rinnovabili (dove l’Italia è in forte ritardo). Ecco perché non consente il “compenso” alla riduzione delle accise sui carburanti -balzello nazionale- che incentiverebbe l’uso di fonti fossili. L’Europa conferma così la coerenza e la serietà delle sue politiche, volte a indirizzare e -dove necessario- correggere quelle dei paesi membri incoerenti.

La temerarietà della scelta di Meloni di tornare ad attaccare l’Europa, pur di costituirsi un parafulmine in vista delle nubi temporalesche che si addensano sull’orizzonte elettorale prossimo, segnala un’altissima preoccupazione, assillata com’è -come tutto il centrodestra- dall’incalzare di Vannacci, giunto nei sondaggi alla fatidica soglia del 5%. Sa bene, infatti, che la mobilitazione a difesa della scelta europea compiuta dai padri dell’Europa potrebbe essere del tutto analoga a quella che ha ribaltato il risultato del recente referendum per difendere la Costituzione, riportando a votare milioni di italiani, sopratutto i giovani. Dopo la fallimentare sbandata dalla parte di Trump (e Nethaniau) anche contro l’Europa e la breve correzione di rotta dopo il risultato referendario, ecco che con la terza sterzata Meloni torna ad alimentare sentimenti anti europei. Ma questo non solo non contribuisce a far funzionare meglio l’UE e a farvi contare di più l’Italia, ma suscita reazioni contrarie del tutto analoghe a quelle che hanno ribaltato il risultato del referendum.

Nel rispondere no gli italiani hanno fissato con chiarezza che la Costituzione (equilibrio dei poteri) è troppo importante per alterarla a vantaggio di un esecutivo forte, così come la ricchezza delle diversità italiane e del pluralismo democratico non è sacrificabile sull’altare del falso mito della “governabilità” con una nuova “Acerbi”, la legge elettorale che aprì le porte al fascismo. Del resto, il cinquantennio a guida DC, pur avvicendandosi molti leader e governi, ha garantito col proporzionale puro e gli equilibri parlamentari una sostanziale stabilità, coerenza e continuità di linea. Allo stesso modo e’ prevedibile che gli elettori sanciranno che l’Europa -nata dalla visione lungimirante dei padri fondatori per costruire pace, stabilità e sviluppo dopo i secoli insanguinati dai nazionalismi suicidi e fratricidi- è un’esigenza inderogabile nel mondo di oggi, un patrimonio troppo importante che va tutelato, rafforzato e non distrutto per effimere mire elettoralistiche di parte.

FRANCESCO ATTAGUILE
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Già Sindaco di Catania, rappresentante permanente della Regione Siciliana presso l'Unione Europea.

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