Da Proxima Centauri la Terra appare ancora bellissima: un globo azzurro, elegante, pieno di mari, nuvole, continenti, musica, letteratura, bambini, animali, ulivi, cattedrali. Poi però si entra nel dettaglio politico e l’impressione generale è quella di una specie che, dopo aver inventato il telescopio, l’anestesia e Bach, ha deciso di lasciarsi precipitare giù dalla tromba delle scale di un condominio cosmico.
Nelle ultime ore, il capo della principale potenza occidentale ha attaccato il Papa perché il Papa, con imperdonabile estremismo, continua a dire che la guerra è una sciagura; gli Stati Uniti hanno annunciato il blocco navale dei traffici da e per i porti iraniani, con immediato aggravio della tensione su Hormuz; Viktor Orbán, dopo sedici anni di potere, è stato mandato all’opposizione dagli elettori ungheresi. Tre notizie diverse solo per chi creda ancora che la politica sia una successione di episodi. In realtà raccontano tutte la stessa malattia: l’idolatria del capo, la volgarità elevata a metodo, l’idea che la forza consista nel gridare più forte del disastro che si è contribuito a creare.
Prendiamo Trump. L’errore più comune, sulla Terra, è considerarlo un’eccezione, legata a un disturbo della personalità di un singolo. No: Trump è un sistema di potere che ha trovato un corpo. È la rivincita planetaria del narcisismo che si traveste da vigore, dell’ignoranza che si spaccia per franchezza, del denaro che pretende di essere una filosofia morale. Ma soprattutto Trump è la sua corte. E qui, da Proxima, siamo costretti a riconoscere il vostro genio specifico: quando volete decadere, lo fate con una fantasia che rasenta l’arte.
La corte dei miracoli che gli ruota attorno è qualcosa che tra noi extraterrestri verrebbe studiato come caso di degenerazione istituzionale avanzata. Non una classe dirigente, ma una raccolta di figuranti selezionati con un criterio molto semplice: il capo deve sempre apparire il meno ridicolo del gruppo. Per riuscirci, bisogna circondarlo di adulatori professionali, fanatici a gettone, miliardari con vocazione salvifica, muscolari da salotto, ministry della salute antivaccinisti, teorici del complotto travestiti da strateghi, patrioti che amano la patria come si ama una licenza edilizia, e una truppa di questuanti ideologici che chiamano “valori” il proprio tornaconto. Nessuno lì dentro serve a capire il mondo. Servono tutti a un’unica funzione liturgica: supportare l’ego del sovrano e trasformare ogni sua pulsione in linea politica.
È in quel clima che diventa possibile persino attaccare il Papa. Non perché il Papa abbia organizzato un colpo di Stato, né perché abbia manipolato mercati, armato milizie o insidiato interessi petroliferi. Il suo torto è più grave: parlare di pace in un’epoca che considera la pace una debolezza di carattere. Papa Leone ha ribadito di non avere alcuna intenzione di tacere contro la guerra, anche dopo gli insulti di Trump, che lo ha definito debole e pessimo in politica estera. Siamo a questo punto della civiltà terrestre: il presidente che si sente sfidato da un uomo in bianco che ricorda, con ostinazione evangelica, che ammazzarsi a vicenda non è una politica pubblica particolarmente promettente.
Il fatto è che la corte trumpiana non tollera alcuna autorità che non sia comprabile, licenziabile o ricattabile. Un Papa che parla in nome di qualcosa che non sia il mercato, il sondaggio o la base elettorale li destabilizza. Non sanno cosa farsene di chi non teme di perdere il posto. Perciò reagiscono come reagiscono tutti gli uomini profondamente insicuri quando incontrano una voce calma: alzano il volume, insultano, deformano, mettono in scena la solita virilità da tastiera nucleare.
Poi c’è Hormuz, il luogo dove l’umanità ha deciso di concentrare energia, commercio, ricatto strategico e possibilità di catastrofe, così da avere tutto a portata di mano quando le prende voglia di comportarsi da specie irresponsabile. Gli Stati Uniti hanno annunciato il blocco dei traffici marittimi da e per i porti iraniani; i Pasdaran hanno fatto sapere che considereranno l’avvicinarsi di navi militari come una violazione del cessate-il-fuoco. Cioè: in uno dei passaggi più delicati del mondo si continua ad accumulare dinamite diplomatica affidandola a uomini convinti che la prudenza sia un difetto estetico.
Netanyahu, da parte sua, è l’incarnazione di un talento molto terrestre: sopravvivere politicamente a tutto, anche alla realtà. Mentre a Gaza nuovi colloqui sul cessate-il-fuoco convivono con raid che continuano a uccidere palestinesi, e mentre in Israele l’opinione pubblica si divide persino sull’opportunità di rispettare la tregua con l’Iran, il premier israeliano resta sospeso nel suo elemento naturale: la guerra permanente come habitat politico. La sua approvazione è scesa, il suo processo per corruzione riprende, ma la macchina del potere continua a produrre offensiva, emergenza, allarme, negoziati, nuova offensiva. È la politica ridotta a respirazione artificiale di sé stessa: non governare il conflitto, ma abitarlo, perché il giorno in cui il conflitto davvero si attenua torna udibile il rumore dei processi, delle responsabilità, dei fallimenti.
Anche sul fronte libanese Netanyahu parla ora di negoziati diretti e di disarmo di Hezbollah, mentre i combattimenti e gli sfollamenti continuano. È una specialità molto apprezzata sulla Terra: invocare la pace in mezzo alle macerie, purché la pace arrivi dopo avere consolidato il vantaggio militare, spostato l’agenda politica e rimandato ogni resa dei conti interna. Da Proxima la cosa appare meno come statura storica e più come il riflesso condizionato di un capo che, senza stato d’eccezione, rischia di essere giudicato per quello che è: non l’uomo della sicurezza, ma il professionista dell’instabilità amministrata.
Orbán, intanto, è caduto. E già questo, per il sistema nervoso del sovranismo internazionale, dev’essere stato un piccolo trauma. Dopo anni trascorsi a vendere al mondo la formula della “democrazia illiberale”, cioè una democrazia a cui vengono progressivamente sottratti i fastidiosi accessori democratici, l’uomo forte d’Ungheria è stato sconfitto. E con lui è stata smentita, almeno per un giorno, la superstizione favorita da tutti i suoi imitatori: che il controllo mediatico, il nazionalismo d’ordinanza, il culto identitario e l’amicizia con i vari autocrati di stagione bastino a neutralizzare per sempre il principio di realtà. Non sempre basta. Ogni tanto arrivano le bollette, gli ospedali, i salari, la corruzione, la stanchezza. E persino gli elettori, talvolta, leggono.
Quanto a Putin e Zelensky, anche lì, da quassù, la scena è insieme tragica e grottesca. Putin annuncia una tregua pasquale come “gesto umanitario”, salvo che russi e ucraini si accusano quasi subito di migliaia di violazioni, e le ostilità di fatto proseguono dentro il linguaggio della tregua. Zelensky continua a dire che l’Ucraina è pronta a un cessate-il-fuoco se Mosca smetterà davvero di colpire, almeno a partire dalle infrastrutture energetiche. È il teatro geopolitico del XXI secolo: uno offre tregue che sembrano comunicati liturgici con allegato il lanciafiamme, l’altro è costretto a recitare la parte dell’uomo ragionevole in mezzo a una guerra che lo consuma e a un mondo che si distrae facilmente.
Putin resta il più classico dei vostri autocrati: freddo, paziente, imperiale, convinto che la storia sia una proprietà immobiliare da espandere con la forza e poi benedire con la retorica. Zelensky, al contrario, sembra da anni inchiodato a un ruolo estremo e paradossale: deve essere insieme capo di guerra, simbolo morale, ufficio stampa della sopravvivenza nazionale e testimonial della propria stessa resistenza. Anche qui la Terra offre il suo campionario migliore: da un lato il sovrano delle rovine che chiama umanitarismo una pausa tattica; dall’altro l’uomo costretto a domandare civiltà a un mondo che la pratica solo a intermittenza.
Eppure il punto non sono Trump, Netanyahu, Putin, Orbán, o persino i loro antagonisti. Il punto è il formato umano che li produce e li tollera: l’uomo forte come soluzione immaginaria a problemi reali; la corte come sostituto del pensiero; la fedeltà personale come versione degenerata della politica; la volgarità scambiata per autenticità; il muscolo elevato a ragionamento. Sono tutti, con stili diversi, i sacerdoti di una religione elementare: io solo comando, io solo salvo, io solo interpreto il popolo, io solo decido quando la legge conta e quando intralcia.
Da Proxima Centauri non abbiamo una grande opinione della vostra maturità politica, ma non siamo ancora alla diagnosi terminale. Ogni tanto un Papa continua a parlare. Ogni tanto un autocrate perde. Ogni tanto la propaganda si incrina. Ogni tanto la realtà, che voi trascurate con un’impressionante costanza, presenta il conto ai ciarlatani. Il problema è che nel frattempo la Terra paga interessi altissimi: in vite, in verità, in dignità, in futuro.

ANTONIO CRAXI'
Già Professore ordinario di Gastroenterologia dell'Università di Palermo e Direttore dell'UOC di Gastroenterologia dell'AOUP Paolo Giaccone. Responsabile Sanità di Italia Viva Sicilia.


