La reazione di Meloni e Nordio alla sentenza della Corte Costituzionale è politicamente e istituzionalmente sbagliata. Non perché un governo non possa criticare una decisione — il dissenso è legittimo — ma perché qui si sta contestando il principio stesso che la Corte ha difeso: la chiarezza verso gli elettori. Trasformare una richiesta di trasparenza del quesito referendario in un presunto ostacolo politico è un rovesciamento pericoloso del rapporto tra potere e garanzie.
La Corte non è intervenuta sul merito della riforma, ma sul modo in cui viene presentata al corpo elettorale. Ha chiesto che il quesito descriva in modo esplicito che cosa viene modificato, quali parti dell’assetto normativo vengono toccate, quali effetti giuridici derivano dal voto. In altre parole, ha imposto coerenza tra testo sottoposto al voto e conseguenze reali. È un presidio elementare di correttezza democratica, non un atto di ostilità politica.
Il punto tecnico è semplice. Il referendum è per definizione uno strumento binario applicato a materie complesse. Proprio per questo la giurisprudenza costituzionale richiede che la domanda non sia suggestiva, ellittica o orientata, ma informativamente completa. Se la formulazione è troppo sintetica o valoriale — centrata sulle intenzioni dichiarate anziché sulle modifiche effettive — il rischio di distorsione del consenso è concreto. La Corte ha chiesto di correggere questo squilibrio: meno etichetta, più contenuto normativo.
La risposta del governo, invece di entrare nel merito delle modifiche e spiegarle nel dettaglio, ha scelto una linea difensiva comunicativa: presentare la richiesta di precisione come complicazione, rallentamento, intralcio. È una strategia riconoscibile. Quando la densità informativa aumenta e rende più difficile la narrazione semplificata, si sposta il conflitto sul terreno politico-simbolico: non più “cosa cambia”, ma “chi ci ostacola”. Qui emerge il tema del mascheramento. Una consultazione costruita su formule comunicativamente leggere diventa meno governabile quando deve esporre la struttura tecnica delle variazioni proposte. Più il quesito è preciso, più richiede spiegazione; più richiede spiegazione, più apre spazio al dissenso ragionato. Non è un incidente: è una dinamica nota tra comunicazione di governo e vincoli di trasparenza.
Una riforma solida dovrebbe trarre vantaggio dalla massima leggibilità del quesito, non temerla. Dovrebbe essere difesa con testi, simulazioni d’impatto, confronto pubblico sui meccanismi. Quando invece la chiarezza viene vissuta come un danno comunicativo, significa che la forza persuasiva dell’operazione dipende più dalla cornice che dalla struttura. Resta un punto fermo, che non è negoziabile: in un referendum siamo liberi di votare Sì o No secondo le nostre convinzioni politiche e giuridiche. Ma la libertà di scelta ha una condizione preliminare: il diritto ad essere informati in modo adeguato, completo e non fuorviante. Senza informazione piena non c’è scelta consapevole — c’è solo adesione eteroguidata.

ANTONIO CRAXI'
Già Professore ordinario di Gastroenterologia dell'Università di Palermo e Direttore dell'UOC di Gastroenterologia dell'AOUP Paolo Giaccone. Responsabile Sanità di Italia Viva Sicilia.


