La crisi del settore sanitario non è una scoperta recente, né un accidente improvviso. In Europa occidentale è un fenomeno strutturale, noto da almeno vent’anni, reso visibile prima dall’invecchiamento della popolazione e poi definitivamente smascherato dalla pandemia. La differenza tra i Paesi non sta nell’averla o meno attraversata, ma nel modo in cui l’hanno interpretata: come una parentesi emergenziale da tamponare oppure come un problema di progetto del lavoro sanitario da affrontare in modo sistemico. È qui che l’Italia, e dentro l’Italia la Sicilia, si collocano in una posizione peculiare e sfavorevole.
Nel Regno Unito, in Francia, in Germania, nei Paesi nordici, la carenza di medici e infermieri è stata riconosciuta come un dato strutturale. Le risposte sono state diverse, talora incoerenti, spesso incomplete, ma raramente negate. Il NHS britannico ha scelto la via del reclutamento internazionale massivo, accettando consapevolmente una dipendenza dall’estero e una crescente fragilità interna. La Francia ha ammesso l’errore storico del numerus clausus e lo ha superato, pur sapendo che gli effetti si sarebbero visti solo a distanza di un decennio. La Germania ha puntato su condizioni di lavoro relativamente migliori, su un’organizzazione più robusta e su un uso programmato della forza lavoro straniera. I Paesi nordici hanno fatto una scelta ancora più radicale: meno operatori per abitante rispetto al fabbisogno teorico, ma molto più investimento su ciascun professionista, con carichi sostenibili, autonomia reale e un equilibrio vita-lavoro che riduce drasticamente l’abbandono.
L’Italia ha fatto qualcosa di diverso, riconoscendo tardivamente la crisi a parole, ma continuando a gestirla come se fosse transitoria. Ha aumentato tardivamente gli accessi a Medicina, senza risolvere l’imbuto delle specializzazioni. Ha ignorato per anni la carenza infermieristica, salvo poi scoprirla quando era già cronica e insanabile. Ha parlato di territorio senza costruirlo davvero. Soprattutto, non ha mai messo al centro il lavoro sanitario come oggetto di politica pubblica. Il risultato è che oggi l’Italia è l’unico grande Paese dell’Europa occidentale che combina tre elementi insieme: una carenza infermieristica attualmente giá drammatica, una carenza medica grave programmata nel medio periodo e per tutti condizioni di lavoro tra le peggiori in rapporto al reddito e al carico.
Gli scenari per il prossimo decennio, pur se teorici, prospettano destini ampiamente divergenti in funzione di scelte operative da fare adesso. Se nulla cambia, lo scenario più probabile è quello di una deriva controllata, in cui il Servizio sanitario nazionale resta formalmente universale ma diventa progressivamente selettivo nell’accesso. Non per decisione esplicita, ma per esaurimento della forza lavoro. I medici aumenteranno numericamente dopo il 2030, ma in discipline sbagliate, con età media elevata e crescente fuga verso il privato o l’estero. Gli infermieri resteranno insufficienti, con carichi incompatibili con la sicurezza e la qualità. Gli ospedali ridurranno l’offerta reale, i pronto soccorso continueranno a funzionare come ammortizzatori sociali, i gettonisti e le cooperative diventeranno parte strutturale del sistema. In questo scenario il SSN non crolla, ma cambia natura: l’universalismo diventa geografico e sociale, non più garantito.
Uno scenario diverso, ma ancora difensivo, è quello di un adattamento consapevole. Richiede scelte rapide e politicamente scomode, ma non rivoluzionarie. Significa ammettere che non si può fare tutto ovunque e che la priorità non è aumentare indefinitamente i numeri, bensì ridurre il carico per operatore. Significa introdurre davvero il task shifting, dare autonomia infermieristica sulla cronicità e sul follow-up, riorganizzare turni e guardie, investire sulla retention prima ancora che sul reclutamento del personale sanitario. In questo scenario il sistema si restringe, perde alcune funzioni marginali, ma resta sostenibile. Non è un rilancio, è una difesa pragmatica parzialmente efficace.
Il terzo scenario è quello ideale e più necessario, ma anche il più difficile da realizzare politicamente: una riconversione strutturale del lavoro sanitario. Partiamo da una constatazione semplice e spesso rimossa: il SSN non può essere salvato nella sua forma attuale perché quella forma presuppone una disponibilità di lavoro che non esiste più. La scelta non è tra difendere o smantellare il sistema, ma tra ridisegnarlo o lasciarlo consumare. Ridisegnarlo significa concentrare l’ospedale sull’acuto, affidare davvero al territorio la cronicità, liberare il tempo clinico dalla burocrazia, costruire carriere e retribuzioni coerenti con la responsabilità, pianificare il fabbisogno su quindici anni e vincolare le decisioni politiche a quella pianificazione. È uno scenario che riduce l’estensione del sistema ma ne salva la funzione sociale, con un approccio che no è ideologico ma semplicemente tecnico.
Se questo ragionamento vale per l’Italia nel suo complesso, per la Sicilia tutto appare amplificato. La Regione vive già oggi lo scenario peggiore, con alcuni tratti che anticipano il futuro nazionale. Il rapporto infermieri-abitanti è inferiore alla media italiana, che è già la più bassa dell’Europa occidentale. Il carico di lavoro supera spesso le soglie di sicurezza organizzativa. La disponibilità numerica di medici nasconde squilibri profondi per disciplina, età e territorio. Le aree periferiche sono desertificate, mentre gli ospedali urbani funzionano come calamite e come camere di compensazione di un territorio fragile. La medicina territoriale siciliana, nonostante investimenti e annunci, resta frammentata. Le Case della Comunità sono spesso contenitori senza personale sufficiente. La continuità assistenziale è intermittente. Le aree di emergenza sono sovraccaricate da una domanda spesso impropria perché nessun altro nodo della rete è in grado di assorbirla. In questo contesto il lavoro sanitario diventa rapidamente non attrattivo: stipendi che non compensano il costo umano, carichi elevati, scarse prospettive di carriera, mobilità limitata.
La Sicilia forma professionisti che poi se ne vanno. Non li perde: li esporta. La governance regionale ha interiorizzato l’emergenza come metodo. I gettonisti non sono più una misura temporanea, ma una componente ordinaria. La programmazione del personale è debole, la valutazione degli esiti marginale, la gestione spesso reattiva. Rispetto all’Europa occidentale il divario non è solo quantitativo, ma qualitativo: meno personale, più carico, peggiore organizzazione, minore attrattività. È un doppio svantaggio che rende la Regione un laboratorio involontario del declino.
Tutto questo porta a una conclusione che non è ideologica ma empirica. L’Italia non soffre di una crisi di vocazioni, né la Sicilia di una particolare indolenza professionale. Soffrono entrambe di una crisi di progetto del lavoro sanitario. Gli altri Paesi europei hanno provato ad ammortizzare la carenza investendo su chi lavora, accettando di cambiare modello, rinunciando a una parte dell’offerta pur di salvarne la qualità. L’Italia ha scelto di consumare il personale, di rinviare le decisioni, di trasformare l’eccezione in regola.
La Sicilia ha portato questa scelta alle estreme conseguenze. Se non si interviene, il sistema non esploderà in modo spettacolare. Si restringerà, si selezionerà, perderà progressivamente legittimità. È il tipo di crisi più pericolosa perché non fa rumore, ma lascia dietro di sé diseguaglianze permanenti. L’alternativa esiste, ma richiede di smettere di parlare di numeri e iniziare a parlare di lavoro. Non è una questione di risorse soltanto, ma di priorità. E le priorità, in sanità, non sono mai neutre: riflettono l’idea di società che si vuole difendere.

ANTONIO CRAXI'
Già Professore ordinario di Gastroenterologia dell'Università di Palermo e Direttore dell'UOC di Gastroenterologia dell'AOUP Paolo Giaccone. Responsabile Sanità di Italia Viva Sicilia.


