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LAMPEDUSA, LA CHEMIOTERAPIA “ANNUNCIATA”. MA E’ SOLO PROPAGANDA

C’è stato l’annuncio. C’è stata la foto. C’è stato il comunicato. A Lampedusa “arriva la chemioterapia”. Detta così sembra una conquista civile, una piccola vittoria contro la geografia, una di quelle storie che fanno dire: finalmente lo Stato arriva anche lì.

Peccato che, come spesso accade, sia arrivata prima la propaganda della realtà. E la realtà, a Lampedusa, è molto meno commovente.

Perché mentre si celebra l’apertura del “Servizio Oncologico Decentrato”, sull’isola manca da oltre diciotto mesi la cosa più banale e indispensabile: un oncologo. L’unico è andato in pensione e non è mai stato sostituito. Non un ritardo, non una dimenticanza: un vuoto. Un buco nero sanitario in uno dei luoghi più isolati del Paese.

Per un paziente oncologico di Lampedusa questo significa viaggi infiniti, aerei o navi per ogni visita, controlli rimandati, terapie spezzettate, ansia che diventa quotidianità. A Palermo l’oncologia è una rete. A Lampedusa è un’eccezione. Da troppo tempo. Un’eccezione che pesa sui malati, sulle famiglie e sui costi indiretti del sistema sanitario stesso.

Nel frattempo la Regione racconta il progresso. Ma omette un dettaglio non proprio secondario: la Sicilia ha una carenza drammatica di oncologi, largamente sotto il fabbisogno. Lo si sa da anni. Non si è fatto nulla. Senza un piano straordinario di reclutamento, serio e stabile, nessun modello può reggere. E nessun annuncio può sostituire una programmazione sanitaria. Non si può “portare la chemioterapia” dove non si riesce nemmeno a garantire un medico.

E allora l’annuncio assume un’altra forma. Non quella del diritto che avanza, ma quella della promessa che galleggia. E che rischia di affondare alla prima criticità organizzativa.

Perché il modello, quello vero, fa acqua da tutte le parti. Farmaci antiblastici preparati a Palermo, caricati su un aereo, trasportati per ore e poi somministrati in un ambulatorio non ospedaliero. Ora, chiunque abbia anche solo sfiorato l’oncologia sa che il trasporto è la fase più delicata: catena del freddo rigorosa, contenitori certificati, monitoraggio continuo, tempi strettissimi. Alcuni farmaci durano poche ore. Ritardi, sbalzi termici, variabili non controllabili non sono un fastidio logistico: sono un rischio clinico. Un rischio che non può essere scaricato sui pazienti più fragili.

E poi c’è il luogo. La chemioterapia non è una flebo qualsiasi. Servono personale formato, gestione immediata delle emergenze, autorizzazioni precise, strutture adeguate. Il poliambulatorio di Lampedusa, per come è oggi, secondo informazioni pubblicamente disponibili, non risponde a tutte queste condizioni. Il risultato è un servizio fragile, intermittente, appeso a coincidenze aeree e alla buona sorte.

Ci viene detto che è un “modello replicabile”. Ma un modello, per esserlo, deve essere sicuro, sostenibile, continuo. Qui siamo davanti a una forzatura narrativa: più storytelling che sanità. Più comunicazione che tutela del diritto alla cura.

E in mezzo a tutto questo c’è chi dovrebbe essere l’unico vero protagonista: il paziente. Che non ha bisogno di annunci, ma di continuità. Di un medico di riferimento, non di visite a intermittenza. Di una presenza stabile, non di una borsa refrigerata che atterra.

La vera conquista per Lampedusa non sarebbe far arrivare un farmaco ogni tanto. Sarebbe ripristinare un presidio oncologico vero, quotidiano, competente. Con professionisti stabili, integrazione nella rete regionale e responsabilità cliniche chiare. Tutto il resto è contorno comunicativo.

La politica regionale, invece, festeggia il “traguardo” mentre l’essenziale continua a mancare: i medici, i servizi, la visione. E usa la sofferenza come materiale da conferenza stampa. Un’abitudine che in sanità diventa particolarmente grave.

Ma quando si parla di oncologia, la propaganda non è solo inefficace.
È ingiusta.

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Presidente Fondazione Italiana Autismo (FIA). Presidente del gruppo Italia Viva - Il Centro - Renew Europe alla Camera dei Deputati.

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