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ALMAVIVA E 116117: EVITIAMO DI COMBINARE L’ENNESIMO PASTROCCHIO

Il precedente di Termini Imerese dovrebbe metterci in guardia. Quando la Regione, insieme allo Stato, affidò a Blutec la reindustrializzazione dell’ex stabilimento Fiat con ingenti fondi pubblici, l’operazione fu presentata come un rilancio produttivo e una tutela dell’occupazione. L’esito è noto: anni di cassa integrazione, stabilimento inattivo, fondi sequestrati, condanna per bancarotta. È un caso emblematico di intervento costruito per “salvare posti” prima di definire un progetto industriale credibile. Un monito da non archiviare proprio ora che la Sicilia tenta un’altra riconversione occupazionale, questa volta in ambito sanitario.

La chiusura delle attività Almaviva nell’estate 2025 ha coinvolto centinaia di lavoratori tra Palermo e Catania, con forte esperienza nell’interazione telefonica ma privi di prospettive dopo anni di precarietà e rotazione contrattuale. La loro situazione non è secondaria: rappresentano una platea reale e professionalmente formata, che non può essere dimenticata. Da mesi circola l’idea di ricollocarli in attività pubbliche, evitando ammortizzatori infiniti e offrendo formazione e stabilità. Il progetto del numero unico europeo 116117 — assistenza sanitaria non urgente — è la cornice scelta per questa operazione.

Fin qui, nulla da eccepire: un progetto che unisce funzione pubblica e ricollocazione può essere virtuoso. Ma a rendere evidente l’ambiguità non è solo la parte tecnica, bensì chi ha annunciato il progetto. L’assessore alle Attività produttive, Edy Tamajo, ha illustrato sedi, avanzamento lavori e tempistiche inaugurali dopo un sopralluogo ai locali del Civico. Non si tratta di un dettaglio di comunicazione: significa che il progetto viene presentato innanzitutto come intervento occupazionale. Che a parlare del 116117 sia l’assessorato economico e non quello sanitario è un segnale preoccupante: sembra che il call center sia prima un bacino da smaltire e solo dopo un servizio sanitario. L’ordine delle priorità va ribaltato.

Soprattutto perché la parte sanitaria del progetto non è ancora stata esplicitata. La formazione degli operatori non è stata annunciata pubblicamente; non sono stati diffusi documenti su protocolli clinici, modelli di triage, supervisione medica, interfacce con 118 e continuità assistenziale. Gli uffici sono pronti sul piano edilizio, E SU QUESTO VIENE MASSIMAMENTE CONCENTRATA L’ATTENZIONE, ma senza un gestore selezionato per la convenzione. Non è un dettaglio tecnico: senza quel passaggio non si può assumere nessuno. Secondo quanto riportato, la decisione finale spetta all’assessore alla Salute, Daniela Faraoni, che tuttavia non ha ancora presentato il modello sanitario né assunto la guida pubblica del progetto. È necessario che se ne riappropri, perché la responsabilità clinica non può restare accessoria a un’operazione industriale.

Bisogna chiarire cos’è davvero il 116117. Non è un call center informativo: è una struttura di triage telefonico di primo livello. Deve raccogliere sintomi, distinguere richieste non urgenti da situazioni di rischio, orientare verso cure appropriate, attivare medici e strutture territoriali. È, a tutti gli effetti, una parte del sistema sanitario. Nessun operatore di call center, per quanto competente nel dialogo, può svolgere queste funzioni senza formazione specifica.

Non basta sapere “parlare con il cliente”: bisogna saper condurre una anamnesi orientata, riconoscere red flags, gestire casi sfumati e attivare correttamente i percorsi clinici successivi. Affidare questo compito a personale non formato significa esporre i cittadini a servizi inefficaci e gli stessi lavoratori a ruoli impropri e fragili.

La questione non è se gli ex Almaviva possano svolgere il ruolo: possono, ma solo con un percorso formativo serio, certificato e continuo, con supervisione sanitaria e indicatori di qualità. La domanda vera è: il progetto nasce per creare un servizio sanitario funzionante o per creare un outlet occupazionale? Nel primo caso, la sanità guida la progettazione; nel secondo, la progettazione insegue decisioni già prese. È esattamente lo schema che ha reso fallimentare la vicenda Blutec: si annunciò la destinazione dei lavoratori prima di avere un progetto industriale reale.

Guardando fuori regione, le differenze sono nette. In Lombardia, dove il 116117 è gestito dall’AREU e registra milioni di chiamate, il modello è ibrido: operatori non sanitari al primo livello, ma medici e infermieri per la valutazione clinica, sistemi informatici integrati con urgenza e medicina territoriale, indicatori monitorati. Toscana, Piemonte, Marche, Lazio e Sardegna adottano approcci simili: formazione obbligatoria, protocolli regionali, competenze minime definite, personale sanitario in centrale operativa. Nessuno ha attivato il servizio limitandosi a spostare personale telefonico su una linea sanitaria.

La Sicilia rischia di invertire la logica: altrove il 116117 nasce come servizio sanitario che assorbe lavoro; qui potrebbe nascere come progetto occupazionale che cerca una funzione sanitaria. È una distinzione che determina l’esito.

ANTONIO CRAXI'
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Già Professore ordinario di Gastroenterologia dell'Università di Palermo e Direttore dell'UOC di Gastroenterologia dell'AOUP Paolo Giaccone. Responsabile Sanità di Italia Viva Sicilia.

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