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ABBIAMO TROVATO IL COLPEVOLE! AVETE VISTO, IL GOVERNO E’ BRAVO…

Nel 1985 Daniel Pennac pubblicò Il paradiso degli orchi, presentando al mondo Benjamin Malaussène, un uomo che si guadagnava da vivere facendo il capro espiatorio in un grande magazzino parigino. Quando un cliente protestava, la direzione lo umiliava davanti al reclamante, che finiva per impietosirsi e rinunciava alle proprie pretese. Malaussène assorbiva la rabbia e il Grande Magazzino salvava gli affari. Pennac ne ricavò un romanzo; la nostra Repubblica disponeva già di una discreta esperienza amministrativa.

Una parte della storia italiana si potrebbe raccontare seguendo le persone alle quali è stato affidato, senza chiederne il consenso, il compito di rassicurare il Paese con la propria colpevolezza. Vicende diverse, nelle quali si incontrano errori giudiziari, menzogne, pregiudizi e depistaggi, accomunate dalla sproporzione fra la rapidità dell’accusa e il tempo necessario a liberarsene. Il mostro arriva puntuale nell’edizione della sera; per l’innocente si può aspettare qualche decennio, possibilmente senza disturbare chi nel frattempo ha fatto carriera.

Dopo piazza Fontana, nel dicembre 1969, Pietro Valpreda aveva il curriculum adatto alla parte. Era anarchico, ballerino e sufficientemente lontano dall’italiano rassicurante da poter essere presentato come responsabile della strage prima che un processo accertasse alcunché. Una parte consistente dell’informazione si incaricò di accompagnarlo al patibolo dell’opinione pubblica. Rimase in carcere tre anni e uscì definitivamente dall’accusa di strage soltanto nel 1987, con l’assoluzione confermata dalla Cassazione. Diciotto anni erano un tempo ragionevole per correggere una certezza annunciata in poche ore.

Giuseppe Pinelli non ebbe neppure il tempo di attraversare quel calvario. Morì precipitando da una finestra della questura di Milano, dove era stato trattenuto dopo l’attentato. Nel 2009 Giorgio Napolitano lo ricordò come un innocente, vittima prima di sospetti infondati e poi di una fine assurda. Erano trascorsi quarant’anni: abbastanza perché lo Stato trovasse le parole che la sua famiglia aveva avuto ragione di pretendere fin dall’inizio. La solennità delle commemorazioni possiede anche questa comodità: arriva quando le responsabilità sono diventate storia e chiedere conto sembra quasi maleducazione.

Nel 1976, dopo l’uccisione di due carabinieri ad Alcamo Marina, toccò a Giuseppe Gulotta, che aveva diciotto anni. La sua confessione fu estorta con le violenze; la ritrattazione non gli evitò una condanna definitiva e ventidue anni di carcere. Fu assolto nel processo di revisione del 2012. Lo Stato aveva ottenuto una confessione, una condanna e un detenuto; per ottenere giustizia era mancato soltanto il particolare di arrestare il responsabile.

Con Enzo Tortora, nel 1983, il Grande Magazzino fece un salto di qualità televisiva. Un volto conosciuto da milioni di italiani, esibito in manette e accusato di appartenere alla camorra, garantiva un rendimento spettacolare superiore a quello di qualsiasi sconosciuto. Le accuse dei falsi collaboratori produssero anche una condanna in primo grado, prima dell’assoluzione del 1986, diventata definitiva nel 1987. Tortora morì l’anno successivo. La sua vicenda è oggi oggetto di un rispetto pressoché unanime, distribuito con particolare generosità quando l’innocente è morto e il garantismo non costa più niente.

Dopo via D’Amelio, la fabbricazione di una spiegazione raggiunse una dimensione ancora più oscena. Le menzogne di Vincenzo Scarantino contribuirono a mandare all’ergastolo persone estranee alla strage in cui erano stati assassinati Paolo Borsellino e gli agenti della scorta. Le rivelazioni di Gaspare Spatuzza aprirono la strada alla revisione e nel 2017 arrivarono le assoluzioni dall’accusa di strage. Per anni una ricostruzione falsa aveva occupato il posto della verità, consumando la vita degli accusati e ingannando i familiari delle vittime. Anche a loro era stata consegnata merce contraffatta, accompagnata dalle garanzie dello Stato.

Nel frattempo, il mercato aveva scoperto la straordinaria praticità dello straniero. A Novi Ligure, nel 2001, Erika De Nardo attribuì a rapinatori albanesi il massacro della madre e del fratellino, compiuto insieme al fidanzato Omar. La menzogna offrì subito una spiegazione familiare e rassicurante dell’orrore: il male era entrato da fuori, aveva attraversato una frontiera e possedeva l’accento previsto. Gli investigatori scoprirono rapidamente gli assassini, costringendo il Paese a riprendersi una tragedia che aveva già cominciato a esportare.

Nel dicembre 2010, durante le ricerche di Yara Gambirasio, fu fermato Mohamed Fikri, operaio marocchino. Una traduzione sbagliata di un’intercettazione contribuì a trasformarlo nel sospettato ideale. La sua posizione venne definitivamente archiviata nel 2013 e gli furono riconosciuti novemila euro per l’ingiusta detenzione. Il pregiudizio aveva trovato un interprete; per correggere la traduzione servirono molto più tempo e molta meno pubblicità.

Chi volesse considerare tutto questo un vizio di epoche ormai superate potrebbe soffermarsi su Beniamino Zuncheddu, assolto nel gennaio 2024, nel processo di revisione per la strage di Sinnai del 1991, dopo quasi trentatré anni di carcere. Il progresso consiste anche nell’avere oggi gli strumenti per diffondere una condanna in pochi secondi, conservando tempi ottocenteschi per restituire una vita.

Dentro questa storia arrivano Youssef Siher e sua moglie. Lui è fermato con accuse gravi, fra cui l’istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo; anche lei è indagata. La magistratura deve verificare fatti e responsabilità. La propaganda, assai meno oberata dagli scrupoli della prova, può già apprezzare la qualità del materiale: lui è musulmano, di origini marocchine, nato nel Bresciano; lei è una mediatrice interculturale di origini libanesi, nata e cresciuta a Como. Due biografie lombarde che, sottoposte al trattamento del cognome, possono diventare immediatamente un’invasione. Nel nostro Paese si può nascere stranieri per esigenze di palinsesto.

Esiste poi un dettaglio fastidioso, di quelli che guastano le spiegazioni troppo ben confezionate. Secondo le notizie disponibili, i canali del Movimento 17 ottobre attribuiti a Siher sono nati dopo i primi disordini; allo stato degli accertamenti riportati dalla stampa non risultano collegamenti diretti della coppia con gli autori dei saccheggi del 17 e 18 ottobre. È una distinzione decisiva per comprendere l’indagine, ma presenta evidenti difficoltà commerciali per chi deve vendere l’arcidemonio responsabile di tutto. Persino la cronologia diventa un intralcio quando il colpevole universale è già pronto per la prima serata.

Sarebbe arbitrario proclamare oggi Siher e sua moglie innocenti sulla base di questa storia, esattamente come sarebbe indecente considerarli colpevoli per il sollievo che la loro colpevolezza procurerebbe al governo. Le vicende ricordate insegnano a pretendere prove e a diffidare dell’entusiasmo con cui si accoglie un accusato quando somiglia perfettamente al nemico desiderato. Anche eventuali responsabilità accertate della coppia non trasformerebbero due persone nella spiegazione generale della rabbia e della violenza giovanile.

È proprio quella spiegazione generale, però, a essere politicamente irresistibile. Una volta trovato l’arcidemonio, anni di abbandono educativo possono essere trasferiti sul suo conto personale e l’incapacità di governare un problema può travestirsi da successo investigativo. Il futuro dei ragazzi continuerà a mancare, mentre ai ministri sarà restituito il presente televisivo. Se poi qualcuno finirà assolto, ci sarà sempre una cerimonia per spiegare quanto sia importante non ripetere gli errori, possibilmente dopo averne commesso un altro.

Pennac aveva capito perfettamente a che cosa servisse Malaussène: a proteggere il Grande Magazzino dalla rabbia dei suoi clienti. Nella Repubblica degli orchi il capro espiatorio svolge una funzione ancora più preziosa, perché permette agli orchi di continuare a mangiare e di farsi applaudire per avere finalmente trovato il mostro.

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ANTONIO CRAXI'
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Già Professore ordinario di Gastroenterologia dell'Università di Palermo e Direttore dell'UOC di Gastroenterologia dell'AOUP Paolo Giaccone. Responsabile Sanità di Italia Viva Sicilia.

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