Lo scatto che in queste ore sta facendo il giro del web e delle redazioni, e che ritrae Elly Schlein, Angelo Bonelli, Giuseppe Conte e Nicola Fratoianni sorridenti e compatti allo stesso tavolo, è molto più di una semplice fotografia di rito. È la plastica rappresentazione, il manifesto visivo e ideologico di un’area politica che sceglie deliberatamente di rinchiudersi nella propria e rassicurante comfort zone, isolandosi dal resto del Paese reale. Come ha acutamente e lucidamente osservato Matteo Renzi, commentando sui suoi canali social l’immagine in questione e rispondendo alle incessanti telefonate dei giornalisti che chiedevano conto di una presunta irritazione per l’esclusione, ci troviamo di fronte a un nucleo stretto, autoreferenziale e identitario di “sinistra-sinistra”. Questa aggregazione, pur potendo vantare un consenso che resta innegabilmente importante nelle piazze e nel Paese, si rivela inesorabilmente e strutturalmente insufficiente sia per sperare di vincere le elezioni, sia per avere la credibilità di governare una nazione complessa come l’Italia.
Il paradosso politico più stridente, e per certi versi inaccettabile, di questa dinamica è l’assoluta e incontrastata centralità che oggi viene concessa a Giuseppe Conte, elevato quasi a padre nobile di un campo progressista a cui, storicamente e politicamente, non è mai appartenuto. Matteo Renzi ha giustamente rivendicato una profonda differenza genetica su temi cruciali: l’area riformista crede fermamente nel garantismo, nello sviluppo economico reale, in una politica energetica pragmatica e non ideologica, e in un’Europa forte e unita. Il M5S delle origini (e del primo Conte) era invece intriso di euroscetticismo, flirtava con i gilet gialli, teorizzava l’uscita dall’euro e professava una decrescita che di felice non aveva nulla. Renzi ricorda con orgoglio che i riformisti hanno combattuto la destra populista e non ci hanno mai fatto un governo insieme, a differenza dei protagonisti di quel tavolo.
L’area riformista è quella che ha eletto Sergio Mattarella garantendo la stabilità democratica, difendendolo dagli assalti di chi oggi si atteggia a difensore della Costituzione.
Emerge con prepotenza e nostalgia la statura e la superiorità del progetto originario del Partito Democratico fondato da Walter Veltroni. Quella visione politica, incentrata sulla “vocazione maggioritaria”, era infinitamente migliore e più nobile perché aveva l’ambizione titanica ma necessaria di unire anime diverse della società italiana sotto il grande tetto di un riformismo moderno, europeo e coraggioso. Il PD veltroniano parlava agli ultimi, ai lavoratori e agli emarginati, ma dialogava con la stessa intensità con i ceti produttivi, con le imprese, con i professionisti e con la borghesia illuminata. Non si accontentava mai di una ridotta identitaria, di una riserva indiana per anime belle e rancorose, ma puntava a governare le complessità della globalizzazione. Oggi, invece, l’attuale dirigenza sembra aver smarrito del tutto quella spinta propulsiva.
Tuttavia, come ci ricorda implacabilmente la storia del nostro Paese, la politica non si nutre solo di rimpianti e di analisi sociologiche, ma si scontra con la dura e cruda realtà dei numeri parlamentari e delle urne. I giornalisti hanno passato il pomeriggio a cercare polemiche, ma la verità è che non c’è motivo di essere arrabbiati per l’esclusione da quella foto: l’assenza da quel tavolo è una medaglia al valore riformista. I riformisti sono orgogliosamente “un’altra cosa”.
L’obiettivo primario, però, resta uno solo: evitare che si consolidi, metta radici e rivinca il governo che rappresenta “la peggiore destra che l’Italia abbia mai avuto”, un esecutivo a trazione Meloni-Salvini-Vannacci. La vera preoccupazione, come sottolinea il leader di Italia Viva, non è la foto di Elly Schlein con Giuseppe Conte, ma lo spettro terrificante di vedere, un domani, un sovranista seduto al Quirinale. La storia recente parla chiaro e non ammette sconti: il centrosinistra ha rovinosamente perso le elezioni politiche del 2022 proprio perché si è presentato profondamente diviso alle urne, lacerato da veti incrociati. Solo una prospettiva unita in vista della scadenza del 2027 potrà ribaltare il risultato e sconfiggere le destre.
La grande e decisiva sfida dei prossimi mesi, dunque, non è rassegnarsi all’esclusione o al rancore, ma mettersi al lavoro per costruire una seria e rigorosa alleanza programmatica. Ci si proverà fino alla fine, lavorando sui contenuti. Ma un avvertimento categorico resta scolpito nella pietra: senza una solida, visibile e determinante componente riformista, la sinistra non vincerà mai. C’è una profonda richiesta di unità che sale dal popolo del centrosinistra e che non può essere lasciata cadere nel vuoto. Se qualcuno, ebbro di purezza ideologica, vorrà rompere questo percorso, dovrà assumersi la gravosa responsabilità di spiegarlo agli elettori. Nel frattempo, i riformisti saranno nelle piazze e in campagna elettorale a spiegare, punto per punto, perché un’alternativa di governo alla destra è non solo possibile, ma storicamente necessaria. Serve il coraggio del riformismo, non la sudditanza al trasformismo.

FRANCESCO RIZZO
Francesco Rizzo (1995) è docente di Filosofia, Storia, Materie Letterarie e Lingue Classiche. Laureato con lode in Scienze Filosofiche e Storiche all'Università di Palermo e in Letteratura, Lingua e Cultura Italiana, si è formato professionalmente e ha collaborato con la Redazione dell'Officina di Studi Medievali di Palermo. Attivissimo promotore culturale nel territorio agrigentino e non solo, è Presidente di "Hosàytos - Editore, Biblioteca, Centro Culturale", realtà con la quale ha ideato e condotto quasi trecento eventi tra rassegne letterarie, mostre d'arte, presentazioni e progetti di rigenerazione urbana. È inoltre Direttore Editoriale della testata "Sorsi e morsi d'arte" e membro del comitato scientifico dello storico Circolo dei Nobili di Agrigento, con deleghe alla Filosofia, al Mondo Classico e alla Geopolitica. Studioso poliedrico, collabora con diverse università, istituzioni culturali (tra cui il Parco Archeologico della Valle dei Templi, Casa Pirandello e la Biblioteca Lucchesiana) e riviste scientifiche di settore, come VRBS e Studi sull'Oriente Cristiano. È autore di numerose pubblicazioni, indagini storiche e saggi filosofici, tra cui spiccano la monumentale indagine in quattro volumi "Summa Sicana" e il saggio del 2026 "Francesco Magno. Un pontificato sine glossa", opera consegnata personalmente all'autore in udienza dal Pontefice Leone XIV


