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EDUCAZIONE SESSUO-AFFETTIVA: LO STATO IMPONE IL SILENZIO.

Con l’approvazione al Senato del ddl Valditara sull’educazione sessuo-affettiva, lo Stato impone ai suoi docenti esattamente questo: il silenzio. Ci troviamo di fronte alla codifica istituzionale di una visione arretrata e oscurantista, che allontana l’Italia dalle democrazie europee più avanzate e tradisce la missione emancipatrice dell’istruzione. NOI RIFORMISTI crediamo in uno Stato laico che fornisca a tutti i cittadini, indipendentemente dal loro retroterra familiare, gli strumenti culturali per comprendere la complessità di sé stessi e del mondo. Invece, la nuova legge fissa un confine pesantissimo e insuperabile tra l’autonomia educativa dell’istituzione e il diritto di veto delle famiglie, abdicando in modo inaccettabile al ruolo pedagogico della Repubblica.

Il primo e più grave vulnus di questo provvedimento colpisce le fondamenta stesse del percorso di crescita, imponendo un divieto assoluto di affrontare i temi dell’affettività e della sessualità nella scuola dell’infanzia e primaria. Si tratta di una scelta profondamente antiscientifica che ignora decenni di progressi nella psicologia dello sviluppo e calpesta le raccomandazioni internazionali, come le linee guida dell’UNESCO citate e promosse in Italia dal Gruppo CRC, le quali suggeriscono l’urgenza di un approccio integrato fin dalla primissima infanzia. La consapevolezza del proprio corpo, il riconoscimento dei propri confini e la decodifica delle emozioni si costruiscono proprio nei primi anni di vita, offrendo alle bambine e ai bambini i primi anticorpi fondamentali per sapersi difendere e per prevenire forme di violenza e abusi. Vietare categoricamente agli insegnanti di pronunciare quella “parola” esplicativa e accogliente di fronte alle naturali domande dei più piccoli non protegge l’infanzia, ma la condanna a una drammatica vulnerabilità. Un riformismo maturo avrebbe invece investito in modo strutturale nella formazione dei docenti, per trasformare le aule in spazi sicuri di crescita emotiva fin dai banchi delle elementari.

Passando poi alle scuole medie e superiori, l’esecutivo ha scelto la strada della burocratizzazione della morale, introducendo l’obbligo del consenso scritto e preventivo dei genitori per qualsiasi attività o progetto legato a questi temi, aggravato dall’obbligo di fornire percorsi alternativi a chi non partecipa. Questa non è la tutela della libertà familiare, ma la disgregazione dell’alleanza educativa. La scuola viene declassata da comunità educante a erogatore di servizi “on demand”, in cui ogni proposta formativa deve superare il vaglio delle paure o dei pregiudizi privati. L’idea stessa di istituzionalizzare un “percorso alternativo” per l’alunno non autorizzato, allontanandolo fisicamente dai compagni mentre questi discutono di rispetto, di consenso e di relazioni sane, rappresenta un vero e proprio apartheid pedagogico. Invece di unire i ragazzi nella comprensione condivisa dei diritti e dei doveri relazionali, li separiamo, frammentando la classe e minando alla base la costruzione di una cittadinanza consapevole e solidale.

Dietro questo impianto normativo si cela un riduzionismo biologico tanto evidente quanto desolante. Relegare la sessualità esclusivamente all’ora di scienze o alla mera prevenzione sanitaria delle malattie veneree significa ridurre l’essere umano a un semplice aggregato anatomico. Il legislatore agita lo spauracchio inesistente della “propaganda gender” per giustificare una visione meccanicistica, ignorando deliberatamente che educare all’affettività e decostruire gli stereotipi radicati nella società è il passaggio essenziale e imprescindibile per contrastare alla radice la violenza di genere. Non si può insegnare il rispetto per l’altro se si vieta di indagare la complessità dei sentimenti, dei desideri e delle identità umane. In un’epoca segnata da sfide enormi come il cyberbullismo, l’esposizione precoce a contenuti inappropriati e una vita relazionale sempre più frammentata, imporre il silenzio di Stato e lasciare la scuola senza strumenti strutturati significa abbandonare i giovani a loro stessi. Se LE ISTITUZIONI CHIUDONO LE PORTE DELLA CONOSCENZA IN NOME DI UN PRESUNTO QUIETO VIVERE GENITORIALE, i nostri ragazzi continueranno inevitabilmente a cercare le loro risposte nell’unico luogo in cui non serve alcun consenso preventivo: il caos della rete e della PORNOGRAFIA. Questa legge non è una vittoria per le famiglie, ma certifica la tragica ritirata dello Stato. E chi ha paura di pronunciare la “parola”, chi ha paura di chiamare la vita con il suo nome, ha già rinunciato al domani.

FRANCESCO RIZZO
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Francesco Rizzo (1995) è docente di Filosofia, Storia, Materie Letterarie e Lingue Classiche. Laureato con lode in Scienze Filosofiche e Storiche all'Università di Palermo e in Letteratura, Lingua e Cultura Italiana, si è formato professionalmente e ha collaborato con la Redazione dell'Officina di Studi Medievali di Palermo. Attivissimo promotore culturale nel territorio agrigentino e non solo, è Presidente di "Hosàytos - Editore, Biblioteca, Centro Culturale", realtà con la quale ha ideato e condotto quasi trecento eventi tra rassegne letterarie, mostre d'arte, presentazioni e progetti di rigenerazione urbana. È inoltre Direttore Editoriale della testata "Sorsi e morsi d'arte" e membro del comitato scientifico dello storico Circolo dei Nobili di Agrigento, con deleghe alla Filosofia, al Mondo Classico e alla Geopolitica. Studioso poliedrico, collabora con diverse università, istituzioni culturali (tra cui il Parco Archeologico della Valle dei Templi, Casa Pirandello e la Biblioteca Lucchesiana) e riviste scientifiche di settore, come VRBS e Studi sull'Oriente Cristiano. È autore di numerose pubblicazioni, indagini storiche e saggi filosofici, tra cui spiccano la monumentale indagine in quattro volumi "Summa Sicana" e il saggio del 2026 "Francesco Magno. Un pontificato sine glossa", opera consegnata personalmente all'autore in udienza dal Pontefice Leone XIV

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