C’è una domanda che dovremmo avere il coraggio di porci.
Perché un accoltellamento in una stazione di Milano diventa immediatamente un caso nazionale, apre telegiornali, occupa talk show, mobilita leader politici e commentatori per giorni, mentre raffiche di kalashnikov sparate per le strade di Palermo restano confinate nelle cronache locali?
Perché una violenza viene elevata a simbolo dell’emergenza italiana e un’altra viene trattata come un fatto periferico? Perché alcune paure meritano l’attenzione del Paese e altre sembrano riguardare soltanto chi le vive?
Non è una questione geografica. Non è antimeridionalismo. Non è nemmeno una questione di gravità dei fatti.
È una questione politica.
Negli ultimi anni la destra ha costruito gran parte della propria narrazione pubblica attorno a un’equazione tanto semplice quanto efficace: insicurezza uguale immigrazione. Una formula che funziona bene nelle campagne elettorali, nei titoli, nei social network. Una formula che consente di individuare immediatamente un nemico e di offrire una risposta apparentemente semplice a problemi complessi.
Ma tutte le narrazioni hanno bisogno di selezionare la realtà. Alcuni fatti vengono illuminati. Altri lasciati in ombra.
Così accade che un episodio che conferma quel racconto venga amplificato fino a diventare paradigma nazionale. E accade invece che fenomeni altrettanto gravi, se non più gravi, vengano relegati a questioni locali.
I colpi di kalashnikov sparati a Palermo non diventano materia di dibattito nazionale.
Le intimidazioni mafiose no.
Le estorsioni no.
Le organizzazioni criminali che rialzano la testa no.
Gli omicidi che si susseguono nelle aree della movida no.
Eppure stiamo parlando della stessa cosa: sicurezza.
O forse dovremmo dire insicurezza.
Perché per una madre che aspetta un figlio la sera non cambia nulla sapere se il pericolo arriva da un rapinatore immigrato, da un mafioso palermitano o da una baby gang. La paura è la stessa. L’assenza dello Stato è la stessa.
Giorgia Meloni è arrivata al governo promettendo una svolta proprio su questo terreno. Più controllo, più presenza, più sicurezza. Era uno degli argomenti centrali della sua proposta politica.
Dopo quasi quattro anni di governo sarebbe legittimo chiedere conto dei risultati.
Le cosiddette zone rosse nei quartieri di Palermo dovevano rappresentare la dimostrazione della nuova linea. Dovevano essere il simbolo della riconquista dello spazio pubblico. Sono rimaste soprattutto uno slogan amministrativo e una fotografia per i comunicati stampa.
Nel frattempo si continua a sparare.
La realtà racconta una città nella quale i controlli sono insufficienti. Una città dove è sempre più raro imbattersi in un posto di blocco. Ne avete visto uno? Sarò distratto, io mai.
Una città nella quale il sistema di videosorveglianza continua a mostrare lacune enormi.
Fateci caso. In gran parte delle città italiane, poche ore dopo un delitto, emergono immagini, filmati, tracciati video che consentono ricostruzioni immediate. A Palermo troppo spesso quelle immagini non esistono. Non perché manchino investigatori capaci. Al contrario. Ma perché mancano gli strumenti.
E allora il peso della sicurezza ricade quasi esclusivamente sulla professionalità e sul sacrificio quotidiano di poliziotti e carabinieri che continuano a lavorare in condizioni spesso difficili, cercando di compensare con l’impegno ciò che il governo non garantisce con gli investimenti.
La verità è che nel dibattito pubblico italiano esiste una sicurezza a corrente alternata.
Esistono crimini che diventano emergenze nazionali e altri che restano invisibili.
Esistono vittime che vengono trasformate in simboli e altre che scompaiono nel rumore di fondo.
Esistono luoghi che meritano attenzione e altri che sembrano condannati all’abitudine.
Dirlo può apparire scomodo, ma è difficile non pensare che se gli omicidi di Monreale fossero avvenuti a Rogoredo o a Segrate, e se i responsabili fossero stati immigrati di seconda generazione, il clamore politico e mediatico sarebbe stato enormemente diverso. Avremmo ascoltato dichiarazioni solenni, richieste di leggi speciali, maratone televisive.
Il paradosso è che nel dibattito pubblico un immigrato irregolare “vale” più di un mafioso, è più utile alla narrazione dominante.
Ed è questo il punto più preoccupante.
Quando la sicurezza diventa uno strumento di propaganda, smette di essere una priorità di governo.
La sufficienza con cui il ministro Piantedosi affronta la “questione palermo” è clamorosamente vergognosa.
Quando si scelgono i crimini da raccontare e quelli da ignorare, non si sta combattendo l’insicurezza. Si sta costruendo consenso.
Ma chi vive nei quartieri dove si spara non distingue tra le categorie della propaganda. Chi sente il rumore dei colpi sotto casa non si domanda se quel fatto sia coerente con il racconto politico di qualcuno.
Si domanda soltanto dove sia lo Stato.
Ed è questa la domanda alla quale il governo continua a non rispondere.
Perché oggi il problema non è la mancanza di parole sulla sicurezza.
Il problema è la mancanza della sicurezza stessa.
Presidente Fondazione Italiana Autismo (FIA). Presidente del gruppo Italia Viva - Il Centro - Renew Europe alla Camera dei Deputati.



