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MOVIDA E SICUREZZA: MA E’ SOLO UN PROBLEMA DI ORARI?

Dalla videosorveglianza alla prevenzione: una riflessione che parte da lontano

La recente sparatoria avvenuta in via La Lumia ha riportato al centro dell’attenzione il tema della sicurezza nelle aree della movida palermitana. Da quel momento il dibattito si è progressivamente allargato, coinvolgendo amministrazioni locali, Parlamento nazionale e Commissione Antimafia dell’Assemblea Regionale Siciliana, che nei giorni scorsi ha dedicato una seduta pubblica alla questione a Sferracavallo.

La discussione si è concentrata soprattutto sulla possibile riduzione degli orari delle attività e sull’efficacia delle misure recentemente adottate. È un confronto legittimo e necessario. Tuttavia, la domanda che oggi Palermo si pone non nasce con la sparatoria di Via La Lumia. Quell’episodio ha semplicemente riportato al centro dell’attenzione un problema che da anni si manifesta con forme diverse e che continua a interrogare istituzioni, imprese e cittadini.

Non si tratta, infatti, di un episodio isolato. Negli ultimi anni Palermo ha assistito al susseguirsi di risse, accoltellamenti, sparatorie e fatti di sangue che hanno interessato le aree della movida o le loro immediate vicinanze. Episodi diversi tra loro per dinamiche e protagonisti, ma accomunati dall’avere alimentato una crescente domanda di sicurezza urbana.

Per questo motivo guardiamo al dibattito di queste settimane con particolare attenzione. Già nel gennaio del 2024, nel pieno del confronto sull’approvazione del regolamento contro la malamovida, avevamo sostenuto che quel provvedimento, pur importante, non avrebbe potuto rappresentare da solo la soluzione del problema. La riflessione che proponiamo oggi nasce dalla stessa convinzione: i fenomeni più complessi richiedono strumenti diversi e una strategia più ampia rispetto alla sola regolazione degli orari.

L’analisi delle cronache e degli sviluppi investigativi resi pubblici suggerisce alcune riflessioni.

Una prima considerazione riguarda gli orari. Molti degli episodi più gravi sembrano concentrarsi nelle ore più avanzate della notte, spesso dopo le due del mattino. Per questa ragione la discussione sulla rimodulazione degli orari non può essere liquidata come un falso problema. È ragionevole interrogarsi sull’efficacia di misure che mirano a ridurre le occasioni di aggregazione nelle fasce orarie maggiormente interessate dai fatti più gravi.

Esiste però un secondo elemento che merita attenzione.

In diversi episodi che hanno segnato il dibattito pubblico cittadino, gli sviluppi investigativi successivi hanno evidenziato che gli scontri non erano nati casualmente nel corso della serata, ma affondavano le proprie radici in contrasti precedenti, rivalità tra gruppi, tensioni maturate in altri contesti o rapporti conflittuali già esistenti.

Questo dato non riduce la gravità degli eventi e non esclude l’utilità delle misure sugli orari. Suggerisce però prudenza nell’attribuire automaticamente alla sola movida l’origine di fenomeni che, in alcuni casi, sembrano maturare altrove e manifestarsi successivamente nei luoghi di aggregazione.

Allo stesso tempo, appare opportuno approfondire quanto incidano, all’interno del fenomeno complessivo, gli episodi riconducibili esclusivamente alle dinamiche tipiche della movida – abuso di alcol, provocazioni occasionali, liti estemporanee e altri fattori di rischio connessi alla vita notturna – rispetto a quelli che sembrano invece avere origini differenti e trovare nei luoghi della movida soltanto il proprio punto di manifestazione.

Una valutazione di questo tipo potrebbe contribuire a comprendere meglio quali strumenti siano maggiormente efficaci e quale peso possano avere le limitazioni orarie all’interno di una strategia più ampia di prevenzione e sicurezza urbana.

Un ulteriore elemento che non possiamo trascurare riguarda la presenza delle armi. In numerosi casi le conseguenze più gravi sono state determinate proprio dalla disponibilità e dall’utilizzo di armi da fuoco o da taglio. Una lite, una provocazione o uno scontro tra gruppi assumono una dimensione completamente diversa quando entrano in gioco pistole, coltelli o altri strumenti offensivi.

Esiste poi un altro aspetto che raramente trova spazio nel dibattito pubblico. Le modalità di aggregazione giovanile sono profondamente cambiate e non si esauriscono all’interno dei pubblici esercizi. Parcheggi, piazzali, slarghi periferici e altri luoghi informali rappresentano sempre più spesso punti di ritrovo autonomi. Allo stesso modo, una parte significativa del consumo di alcol avviene prima dell’accesso ai locali o al di fuori degli stessi.

Per questa ragione è lecito chiedersi se la riduzione degli orari possa produrre soltanto una diminuzione del fenomeno oppure, almeno in parte, uno spostamento delle aggregazioni verso aree meno presidiate e meno controllate della città.

L’accavallarsi di episodi di violenza, fatti di sangue, attività di spaccio, azioni intimidatorie e altre forme di illegalità rischia spesso di sovrapporre fenomeni che, pur potendo presentare alcuni punti di contatto, hanno origini, caratteristiche e dinamiche profondamente diverse tra loro.

Mafia, racket, spaccio di stupefacenti, violenza giovanile, malamovida e sicurezza urbana non possono essere automaticamente assimilati né ricondotti ad un’unica lettura. Farlo rischierebbe di semplificare problemi complessi e di individuare risposte non sempre adeguate alla natura dei singoli fenomeni.

Esiste tuttavia un terreno sul quale queste realtà finiscono talvolta per incontrarsi: il controllo del territorio.

Che si tratti di estorsioni, spaccio, episodi di violenza nelle aree della movida o altre forme di illegalità, la questione di fondo riguarda sempre la capacità delle istituzioni di presidiare gli spazi urbani, garantire sicurezza e affermare regole condivise.

In molti dei fenomeni che alimentano il dibattito pubblico esiste infatti anche una componente simbolica che non può essere ignorata. Che si tratti di un atto intimidatorio, di un’estorsione, di episodi di violenza diffusa o di altre forme di illegalità, emerge spesso la volontà di affermare una presenza, ostentare forza o dimostrare chi è realmente in grado di imporre le proprie regole in un determinato contesto territoriale.

È proprio questa dimensione che rende il tema del controllo del territorio una chiave di lettura utile per comprendere fenomeni che restano tra loro diversi e che non devono essere confusi o sovrapposti.

È proprio da questa riflessione che nasce il parallelismo che Confimprese Palermo aveva proposto già nel gennaio del 2024. Non perché la malamovida possa essere assimilata al racket o ad altre forme di criminalità organizzata, ma perché entrambe pongono una domanda simile: quali strumenti servono per impedire che l’illegalità condizioni la vita delle persone, delle imprese e dei quartieri?

La storia della lotta al racket insegna che la repressione è indispensabile ma, da sola, non basta. Accanto alle attività investigative e giudiziarie furono costruiti strumenti di prevenzione, sostegno alle imprese, collaborazione tra istituzioni e associazioni e utilizzo delle nuove tecnologie disponibili.

Tra questi strumenti vi erano anche sistemi di videosorveglianza sostenuti attraverso specifiche misure pubbliche. Non è un caso che proprio in queste settimane, nel corso del dibattito sviluppatosi attorno alla sicurezza urbana, sia tornato d’attualità il tema dell’utilizzo di strumenti analoghi e delle opportunità offerte dalla normativa regionale nata per contrastare il racket e sostenere la sicurezza delle attività economiche.

La riduzione degli orari può rappresentare uno strumento utile e merita di essere valutata con serietà. Ma la sicurezza delle nostre città non può essere affidata ad una sola misura.

La vera sfida riguarda la capacità di costruire una strategia complessiva che affianchi alla repressione la prevenzione, il controllo del territorio, l’utilizzo delle tecnologie disponibili e il coinvolgimento di tutti i soggetti che, a diverso titolo, contribuiscono alla vita economica e sociale della città.

Le istituzioni hanno naturalmente il compito di assumere le decisioni, di individuare le misure ritenute più opportune e gli interlocutori che ritengono maggiormente rappresentativi. Tuttavia, di fronte a fenomeni complessi come quelli che interessano la sicurezza urbana, ogni contributo fondato sull’osservazione diretta del territorio può rappresentare un elemento utile per comprendere meglio i problemi e individuare le soluzioni più efficaci.

È anche attraverso questo confronto che Palermo può costruire risposte più efficaci, più condivise e più durature ai problemi della sicurezza urbana.

Giovanni Felice
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Dal 1984 al 2012 ha rivestito ruoli apicali in Confesercenti: Presidente provinciale e regionale, Vicepresidente nazionale. Nel 2012 ha fondato l’associazione Liberimpresa che poi ha aderito a Confimprese Italia. Attualmente è Presidente di Confimprese Palermo, Coordinatore Regionale per la Sicilia e vicepresidente vicario Nazionale. Ha ricoperto ruoli in diverse commissioni Comunali aventi per oggetto il Commercio. Ha fatto parte dell’osservatorio Regionale per il Commercio e della Giunta Camerale di Palermo ed Enna.

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