back to top
HomeAnalisiFRODI E ABUSI NELLA SANITA': I DATI SICILIANI RESTANO INVISIBILI...

FRODI E ABUSI NELLA SANITA’: I DATI SICILIANI RESTANO INVISIBILI…

Il nuovo report dell’Osservatorio GIMBE su frodi e abusi in sanità va letto, per la Sicilia, con una precisazione preliminare che è anche la sua principale lezione politica. È un report nazionale, non una classifica regionale. Non contiene dati disaggregati sulla Sicilia, né una graduatoria delle Regioni più esposte a frodi, abusi, opacità amministrative o sprechi corruttivi. Chi cercasse nel documento un numero siciliano da usare come titolo troverebbe poco o nulla. Ma proprio questo vuoto informativo è il punto da cui partire: in sanità, ciò che non viene misurato resta invisibile; e ciò che resta invisibile può continuare a produrre danno senza assumere necessariamente la forma clamorosa dello scandalo giudiziario.

Il merito del rapporto GIMBE è infatti quello di spostare il discorso fuori dal folklore della mazzetta e dalla cronaca del singolo arresto. Frodi e abusi non sono soltanto reati, fatture false, appalti truccati o rimborsi indebiti. Sono anche comportamenti opportunistici, conflitti di interesse, scelte amministrative opache, decisioni distorte, controlli deboli, incentivi sbagliati. Tutto ciò che sottrae risorse al Servizio sanitario nazionale, riduce il valore delle cure, altera l’equità di accesso e incrina la fiducia dei cittadini entra in questo perimetro più ampio. È una definizione meno spettacolare, ma molto più utile per capire cosa accade nei sistemi sanitari reali.

In Sicilia questa chiave di lettura è particolarmente importante. Il cittadino non incontra quasi mai la frode sanitaria nella forma teatrale dell’inchiesta televisiva. La incontra, più spesso, come una porta chiusa. Una lista d’attesa senza data. Un’agenda pubblica che non offre disponibilità e una prestazione privata che compare miracolosamente il giorno dopo. Un esame rinviato fino a diventare clinicamente inutile. Un servizio territoriale annunciato ma non funzionante. Un pronto soccorso usato come surrogato di tutto ciò che manca prima. Un acquisto sanitario di cui è difficile capire se il prezzo sia congruo, se la fornitura sia necessaria, se il risultato sia stato verificato.

Questa non è sempre corruzione in senso penale. Sarebbe scorretto affermarlo e ingiusto generalizzarlo. Ma è certamente una zona di vulnerabilità sistemica, dove la cattiva organizzazione può diventare il terreno naturale dell’abuso. La frode più pericolosa, in un servizio sanitario fragile, non è soltanto quella che ruba denaro. È quella che ruba tempo, accesso, qualità, fiducia. Ogni euro speso male non produce solo un danno contabile: produce visite rinviate, diagnosi tardive, mobilità sanitaria, rinunce alle cure, diseguaglianze tra chi può pagare e chi deve aspettare.

La Sicilia è esposta a questi rischi non per una presunta tara antropologica, argomento pigro e spesso assolutorio per chi governa male, ma per ragioni strutturali: aziende sanitarie complesse, peso del privato accreditato, debolezza della medicina territoriale, frammentazione dei sistemi informativi, filiere decisionali lunghe, controlli spesso poco leggibili per il cittadino, scarsa cultura della valutazione pubblica degli esiti. In un ambiente così, l’abuso non ha bisogno di presentarsi sempre come crimine. Può diventare abitudine amministrativa, eccezione tollerata, favore, scorciatoia, rassegnazione.

Il PNRR sanitario aggiunge un ulteriore livello di responsabilità. Case della Comunità, Ospedali di Comunità, Centrali operative territoriali, digitalizzazione, telemedicina e grandi apparecchiature dovrebbero rappresentare il passaggio da una sanità dell’emergenza a una sanità della prossimità. Ma risorse così ingenti, concentrate in tempi brevi e gestite dentro procedure complesse, richiedono trasparenza assoluta: tracciabilità degli appalti, avanzamento verificabile delle opere, personale effettivamente disponibile, tecnologie funzionanti, indicatori di risultato. Altrimenti il PNRR rischia di diventare l’ennesima liturgia dell’annuncio, con cantieri amministrativi più visibili dei servizi reali.

La risposta, dunque, non può essere una generica invocazione moralistica. La moralizzazione, da sola, produce sermoni. Serve una politica dei dati. Tempi d’attesa pubblicati in modo leggibile per azienda e struttura. Confronto trasparente tra pubblico, intramoenia e privato accreditato. Appalti consultabili, prezzi comparabili, scostamenti motivati. Monitoraggio del PNRR comprensibile anche a chi non vive dentro gli uffici regionali. Audit sugli andamenti anomali. Indicatori di esito, non soltanto di spesa. Protezione effettiva per chi segnala irregolarità. Collegamento tra controlli amministrativi, dati sanitari, risultati clinici e responsabilità gestionali.

Per la Sicilia sarebbe già una piccola rivoluzione civile. Perché il cittadino non pretende una sanità angelicata. Pretende una sanità comprensibile, controllabile, responsabile. Vuole sapere perché deve aspettare, dove finiscono i fondi, chi decide, con quali criteri, con quali risultati. Il report GIMBE non ci dice quanta frode sanitaria ci sia in Sicilia. Ci dice però una cosa forse più scomoda: senza dati trasparenti e confrontabili, la frode diventa indistinguibile dall’inefficienza, l’abuso dalla consuetudine, lo spreco dalla fatalità. E una sanità che non sa rendere conto di sé stessa finisce sempre per chiedere ai cittadini l’atto di fede più costoso: fidarsi al buio.

ANTONIO CRAXI'
post

Già Professore ordinario di Gastroenterologia dell'Università di Palermo e Direttore dell'UOC di Gastroenterologia dell'AOUP Paolo Giaccone. Responsabile Sanità di Italia Viva Sicilia.

Correlati

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

I più letti

spot_img

Ultimi Commenti

Fabrizio Micari SU HA FALLITO, PRESIDENTE
Damiano Frittitta SU HA FALLITO, PRESIDENTE
Giandomenico Lo Pizzo SU HA FALLITO, PRESIDENTE