La vicenda dei ricercatori reclutati con il PNRR si avvia a diventare la testimonianza palese della incapacità dello Stato italiano di trasformare una spesa straordinaria in patrimonio istituzionale. TANTO DA RENDERE QUELLA SPESA UNO SPRECO, MA SOPRATTUTTO UN’ILLUSIONE.
Mentre, naturalmente, la ministra Bernini insiste sulla retorica e la propaganda: non disperderemo le competenze reclutate con il PNRR, le accompagneremo verso percorsi più stabili. MA I NUMERI DEL PIANO POST-PNRR RACCONTANO UNA REALTA’ MOLTO DIVERSA.
Per quattro anni università ed enti pubblici di ricerca hanno vissuto una stagione eccezionale: partenariati estesi, centri nazionali, ecosistemi dell’innovazione, infrastrutture, programmi per giovani ricercatori, bandi di attrazione internazionale. In quella stagione sono entrati nel sistema migliaia di ricercatori, assegnisti, tecnologi. MA IL PNRR HA FINANZIATO PROGETTI DI RICERCA, NON CARRIERE, nè includeva le condizioni per trattenere STABILMENTE le competenze prodotte o richiamate. A quello doveva pensare la Politica, quella con la P maiuscola, quella che crede nei suoi Giovani e nel loro futuro.
NIENTE PAURA: ORA ARRIVA LA BERNINI CON LE SUE PROMESSE (FALSE). Il Ministero ha censito a fine 2024, nel pieno del PNRR, 7.402 ricercatori universitari con contratto triennale, di cui 3.256 finanziati con il PNRR. Adesso la Bernini vara un piano straordinario di reclutamento che assegna solo 1.694 posizioni per rendere “stabili” questi ricercatori: 847 in quota PNRR e 847 non PNRR. Per di più, il finanziamento copre fino al 50% del costo complessivo delle posizioni, lasciando agli Atenei l’altra metà. Particolare politico, non solo contabile: il piano è un incentivo condizionato alla capacità dei singoli Atenei di mettere risorse proprie.
SOLO UN QUARTO DEI RICERCATORI ASSUNTI CON IL PNRR AVRA’ LA POSSIBILITA’ DI CONTINUARE, IL RESTO SARA’ “ESPULSO” DAL SISTEMA.
Qui sta il cuore della questione. Il Governo e il Ministero possono rivendicare di avere previsto un intervento straordinario, ma la misura è inferiore alla scala del problema che pretende di affrontare. Stabilizza, o meglio avvia verso una tenure track, un QUARTO DEI RICERCATORI, mentre NEMMENO PRENDE IN CONSIDERAZIONE ASSEGNISTI, CONTRATTISTI, TECNOLOGI che pure hanno sostenuto materialmente la macchina del PNRR. UNO SPRECO. E TANTE ILLUSIONI.
Particolarmente delicata, poi, è la questione dei RICERCATORI RIENTRATI O ATTRATTI DALL’ESTERO. Il PNRR è stato accompagnato da una forte retorica pubblica: recuperare talenti, invertire la fuga dei cervelli, richiamare in Italia profili competitivi, rendere il Paese finalmente attrattivo. MA ADESSO?
Un giovane ricercatore ha lasciato un laboratorio straniero, ha trasferito reti professionali e umane, ha avviato un gruppo in Italia e dopo tre anni ha solo una possibilià su quattro di continuare. È stato solo ingaggiato a termine. ECCO, LA BERNINI HA CREATO UNA NUOVA FIGURA: I CERVELLI DI RIMBALZO. Dal punto di vista del sistema Paese, UN AUTENTICO DISASTRO.
La responsabilità politica della ministra Bernini e del governo sta proprio nella prevedibilità dell’esito. Non si può sostenere che la scadenza dei contratti PNRR sia una sorpresa amministrativa del 2026. Era iscritta nel disegno iniziale. Se si finanziano migliaia di rapporti di lavoro su progetti con data finale, senza un piano contestuale e sufficiente di assorbimento ordinario, la precarietà successiva non è un incidente: E’ LA DIMOSTRAZIONE DELL’INCAPACITA’.
Ingegnere, professore universitario, già rettore dell'Università di Palermo, nonno. E' stato candidato alla carica di governatore della Regione siciliana nel 2017 con la coalizione di centrosinistra.


