Nella narrazione epica che la Ministra Anna Maria Bernini ha costruito attorno alla sua riforma, abolizione del test d’ingresso e semestre filtro incluso, c’è qualcosa di profondamente napoleonico. L’immagine è irresistibile: la Ministra attraversa il suo quartier generale al MIUR con passo risoluto, circondata da generali, strateghi, consulenti, mentre si prepara all’assalto del 20 novembre — il primo appello, la prova generale del nuovo ordine medico-educativo. Un clima da vigilia di Waterloo.
Possiamo quasi immaginare l’ultimo briefing: mappe aperte sul tavolo, i grafici degli iscritti e dei posti disponibili, i file sulle “fake news” da smentire, i report degli atenei che rassicurano sulla tenuta dell’operazione. Una notte insonne? Difficile non chiederselo: anche Napoleone, la notte prima della sua battaglia più celebre, dormì poco e male.
E quando, giorni dopo, la Ministra dichiara serafica che “nessuno ha copiato”, che “i ragazzi hanno studiato”, che le comunicazioni con l’esterno “sono casi isolati” e che tutto procede bene, si percepisce lo stesso tono fiducioso che precede le grandi disfatte storiche: ottimismo tronfio come preludio al disastro operativo.
Poi arrivano i numeri. Quelli veri, quelli che non chiedono permesso e rovinano la narrativa.
Al “semestre filtro” si sono iscritti 64.825 ragazzi e ragazze, poco più di 54.000 a Medicina, circa 4.500 ad Odontoiatria, poco più di 6.000 a Veterinaria. Concorrevano per 17.278 posti a Medicina, 1.774 ad Odontoiatria, 1.375 a Veterinaria, quasi 20.500 in tutto.
Una massa sterminata di aspiranti camici bianchi spinta verso un imbuto che nessuna retorica può allargare. Si potrebbe ancora accettarlo, se almeno la prova misurasse conoscenze reali. Invece la Waterloo della formazione medica comincia qui: non si possono insegnare — e dunque non si possono imparare — Biologia, Chimica e Fisica in due mesi di lezioni, in alcuni casi esclusivamente online, infilate a forza in un semestre-lampo durato, miracolo della semantica, 10 settimane. Lo sapevamo noi, lo sapevano i docenti, lo sapevano anche gli studenti. E certamente lo sapeva anche Bonaparte-Bernini, che però ha scelto di non ascoltare.
Dai dati disponibili, quasi l’87% degli iscritti al semestre filtro ha deciso di sostenere almeno uno dei test per le tre materie, Fisica, Chimica e Biologia. E I risultati sono stati disastrosi.
A Palermo solo il 13% ha superato Fisica, il 30% Chimica, il 45% Biologia. A Milano Statale 12%, 24%, 30%. A Catania, 9,4%, 20%, 34%. E così via… La linea di frattura è nazionale, non locale. Ogni università conferma lo stesso schema: Biologia tiene, Chimica arranca, Fisica crolla. Per una volta, gli Atenei del Nord e quelli del Sud marciano compatti e uniti verso il disastro.
La sostanziale omogeneità dei risultati ottenuti in sedi di esame in cui i modi e l’intensità della sorveglianza erano assai eterogenei, sembra dimostrare che non è stato l’inganno, ma piuttosto la mancanza di una formazione preliminare adeguata, a causare il disastro.
“Studiare due mesi” non equivale a “formarsi”. Nessuno impara una disciplina dura seguendo lezioni affollatissime, o addirittura online, con programmi compressi, senza il tempo necessario all’assimilazione. Si possono aggiustare orari, anticorpi, algoritmi di sorveglianza. Ma non si inventa una competenza. Non si fa un medico con un corso rapido. Non si sostituisce la profondità con la fretta.
A questo punto si apre la domanda che, nel quartier generale del MIUR, forse nessuno ha osato pronunciare: e adesso? Cosa fare se, come è assai probabile, la prossima sessione di test confermerà e rendere definitiva la disfatta del Sistema? Le strade sono tre, tutte impervie.
La prima è la più onesta e anche la più imbarazzante: dichiarare il fallimento della riforma. La riforma voluta dalla Bernini prevede che si possa accedere al secondo semester solo avendo superato tutti e tre I test, Fisica, Chimica e Biologia. Al momento è possible stimare che solo il 10-12% sia in queste condizioni, ma ancora c’è la seconda possibilità, il 10 dicembre.
Ammettiamo di arrivare al 25%: significherebbe che circa 14.000 ragazzi e ragazze sarebbero inseriti nelle graduatorie e più di 6000 POSTI DISPONIBILI NON SAREBBERO UTILIZZATI! INCREDIBILE, CONSIDERANDO LA CARENZA DI MEDICI CHE IL PAESE LAMENTA DA ANNI!
La seconda possibilità è quella di “neutralizzare” la soglia, dichiarando che tutto era una “sperimentazione”, che serve tempo per calibrare, che si può sempre migliorare. Una retromarcia elegante: “non era sbagliato, era solo acerbo”. Un classico indietro tutta della politica e della accademia italiane.
La possibile terza soluzione è la più inquietante e, per questo, forse la più realistica: pilotare i ricorsi, in una atmosfera già ammorbata da oltre 6000 istanze già presentate. Create le condizioni perché i tribunali amministrativi cancellino o riformulino le soglie, si permetterà a migliaia di partecipare “per via giudiziaria”. Tutti dentro per sentenza: todos caballeros. L’alibi perfetto: la responsabilità non sarà del MUR, ma dei giudici, dei ricorsi, della “pressione sociale”. E magari potrà starci anche bene una critica alla magistratura “rossa” che ha messo I bastoni fra le ruote alla attuazione pratica della riforma per contrastare le vie del progresso, indicate dal governo nazionale.
E poi? Cosa succederà alle iscrizioni per Medicina nel 2026-27, quando diventerà evidente che questo modello non funziona? Magari, in fondo alla pianura di Waterloo, possiamo sperare in un ultimo sussulto. Forse qualcuno al Ministero deciderà di guardare i numeri senza filtri retorici e ammettere che la realtà non cambia semplicemente dichiarando che “nessuno ha copiato” e che “i ragazzi hanno studiato”. La verità è più semplice e più dura: NULLA SOSTITUISCE LA PREPARAZIONE. E la preparazione richiede tempo, metodo, docenti, strutture adeguate. RICHIEDE PROGRAMMAZIONE, VERA.


