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CAOS NEI TEST DI MEDICINA: CHE CI SIA UNA STRATEGIA SOTTOSTANTE?

La prima sessione del nuovo test di accesso a Medicina si è svolta come spesso accade in Italia quando si tenta di coniugare grandi ambizioni riformatrici, retorica ministeriale, tempi stretti e logistica insufficiente: con una miscela quasi rituale di improvvisazione organizzativa, tensioni crescenti, studenti allo stremo, personale universitario piegato in ruoli non propri e istituzioni che, di fronte alla confusione, trovano conforto nella rassicurazione più abusata della pubblica amministrazione: “La macchina ha retto”.

Una frase che, a ben vedere, significa soltanto che il disastro non ha ancora assunto dimensione apocalittica, ma si limita a restare entro la sfera del tollerabile. 

Tollerabile da chi, poi, è questione aperta. La retorica ufficiale ci dice che siamo alla vigilia di un nuovo modello meritocratico, moderno, dinamico, più equo e più vicino all’Europa. Il semestre aperto, così definito benché duri meno di tre mesi effettivi, dovrebbe restituire dignità didattica ai primi insegnamenti di base e al tempo stesso misurare l’idoneità scientifica dei candidati in modo più ponderato del vecchio test unico.

Ma questo è il piano ideale, scritto sui decreti, presentato nelle conferenze stampa e celebrato nei comunicati del Ministero. Nel mondo reale, invece, abbiamo visto studenti stipati in aule sovraffollate, lezioni a distanza per mancanza di spazi, correzioni manuali affidate a docenti obbligati a convalidare centinaia di risposte a completamento entro pochi giorni, scannerizzazioni con margini di errore rilevanti, tempi incompatibili persino con la buona fede, figuriamoci con la qualità accademica.

E intorno a questo scenario, l’immancabile contorno di irregolarità: cellulari, fotografie, fughe di immagini durante la prova, scambio di informazioni via messaggi e gruppi Telegram, testimonianze discordi da sede a sede, vigilanza inesistente in alcuni atenei e rigidissima in altri. 

Un caos non uniforme, ma distribuito a macchia di leopardo, con la conseguenza che chi ha rispettato le regole potrebbe essere penalizzato rispetto a chi non l’ha fatto. Il problema non è l’esistenza di qualche studente che tenta di barare: la storia dell’istruzione, sin dall’invenzione dell’esame, si nutre di escamotage.

Il problema è che il sistema introdotto sembra quasi progettato per rendere la violazione delle regole più facile, più incostante, più incontrollabile, senza dotarsi degli strumenti tecnici, logistici e organizzativi per porvi rimedio. Si chiedono rigore, silenzio, trasparenza e correttezza, ma si offrono procedure arrangiate, tempi impossibili e responsabilità giuridiche scaricate sugli atenei, come se la macchina dello Stato avesse deciso di delegare i propri fallimenti ai suoi ingranaggi più fragili. 

Colpisce, in tutto questo, lo scarto tra i grandi numeri evocati nelle dichiarazioni ufficiali e la gestione minuta del processo. Non si può organizzare una selezione che coinvolge oltre cinquantamila persone come se fosse una sessione d’esame di un corso triennale. Non si possono affidare migliaia di compiti a piattaforme che restituiscono file illeggibili, pretendendo che docenti già oberati di carichi istituzionali passino le notti a verificare, disambiguare, correggere a mano e convalidare decine di migliaia di stringhe testuali, assumendosene la responsabilità individuale.

Non si può fingere che la valutazione di un aspirante medico debba dipendere dalla grafia, dallo spelling, dal sinonimo accettato o non previsto nel menu a tendina predisposto da una commissione centrale. Non si può soprattutto chiamare questo processo “più equo”, quando appare semmai più arbitrario e più ostile ai candidati provenienti dagli stessi contesti che la riforma dichiara di voler aiutare.

I ragazzi che si sono preparati seriamente, seguendo lezioni, studiando con disciplina, investendo tempo e risorse, si trovano ora in una paradossale condizione di svantaggio: il loro merito rischia di essere oscurato da un sistema che disperde l’impegno individuale in una lotteria di irregolarità, approssimazioni tecniche, disomogeneità territoriali e ritardi procedurali.

Nel frattempo, chi ha affrontato la prova come una gara di rapidità digitale, con l’aiuto di telefoni e connessioni, potrebbe trarne beneficio, almeno fino al momento in cui un ricorso collettivo non ribalterà intere graduatorie. Ricorsi che, come sempre accade, finiranno per giovare non alla giustizia sostanziale, ma solo alla massa di chi pretende l’ammissione “in sovrannumero”, trasformando il torto subito da alcuni in un vantaggio per tutti, anche per chi non ha subito alcuna violazione. L’effetto finale rischia di essere l’opposto della selezione: l’annullamento della selezione stessa. 

E qui nasce il sospetto, inevitabile: e se questa confusione non fosse un incidente, ma l’esito sistemico — magari non completamente intenzionale, ma perfettamente coerente — di una strategia politica? Se l’obiettivo non fosse filtrare, ma sfibrare? Se la strada per “aprire Medicina a tutti” non passasse da una scelta esplicita e programmatica, che sarebbe politicamente controversa, ma da una sorta di logoramento progressivo del sistema selettivo, reso talmente ingestibile, contestato, impugnabile e delegittimato da costringere il Paese a rinunciare al numero programmato per sfinimento?

È una dinamica che abbiamo già visto altrove: non si cambia una legge impopolare cancellandola, ma applicandola in modo così caotico da renderla insostenibile. Quando il danno diventa percezione collettiva, la richiesta di una soluzione radicale viene dalla società stessa, e la politica può limitarsi ad accogliere la domanda come risposta emergenziale: “non volevamo abolire il filtro, ce lo ha chiesto la realtà”.

In questo scenario, il vero obiettivo non sarebbe introdurre un modello europeo, bensì costruire un grande imbuto nazionale dalla cui estremità finale escano più iscritti possibili, con buona pace della qualità formativa, della capacità didattica e della tenuta del sistema sanitario. Una scelta che qualcuno potrà rivestire di buoni sentimenti — “dare un’opportunità a tutti” — ma che nella pratica rischia di produrre un esercito di studenti malformati, costretti a seguire percorsi ibridi, frammentati, compressi, spesso online, senza contatto reale con la clinica, senza una costruzione adeguata del bagaglio scientifico necessario a esercitare una professione che richiede anni di apprendimento strutturato.

La sanità, poi, pagherà il conto: ma sarà un altro governo, un altro ministro, un altro decennio. 

Si può espandere l’accesso a Medicina, e sarebbe anche giusto, ma serve un progetto nazionale: investimenti negli atenei, incremento del personale docente, accesso ai reparti per tutti, percorsi professionalizzanti reali, aumento delle borse di specializzazione. Il contrario, insomma, di ciò che stiamo facendo.

ANTONIO CRAXI'
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Già Professore ordinario di Gastroenterologia dell'Università di Palermo e Direttore dell'UOC di Gastroenterologia dell'AOUP Paolo Giaccone. Responsabile Sanità di Italia Viva Sicilia.

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