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HomeAnalisiSEPARAZIONE DELLE CARRIERE: UNA BATTAGLIA CHE DIMENTICA LA GIUSTIZIA.

SEPARAZIONE DELLE CARRIERE: UNA BATTAGLIA CHE DIMENTICA LA GIUSTIZIA.

Il varo della legge costituzionale sulla cosiddetta «separazione delle carriere» ha riportato alla ribalta ricorrenti ed estenuanti polemiche.

Su questo tema le discussioni sono accese e abbondano le reciproche delegittimazioni:

  • da un lato l’accusa di «vocazioni autoritarie» nei confronti di chi intende modellare l’ordinamento della Magistratura ispirandosi (a torto o a ragione) a modelli propri di altre democrazie o rivendicando (a torto) l’aprioristico primato sul potere giudiziario degli organi investiti di un mandato popolare;
  • dall’altro la simmetrica accusa di «giustizialismo» e di «strumentalizzazione politica della magistratura» nei confronti di chi (a torto o a ragione) intende mantenere l’attuale assetto.

Un tema troppo enfatizzato, e con toni accesi, con il principale effetto di trascurare nell’azione di governo i più gravi problemi della giustizia italiana: il cattivo funzionamento della macchina giudiziaria, l’arcaicità delle procedure e l’eccesso di garanzie formali, temi affrontabili con la normale attività legislativa.

E altrettanto enfatizzato, da quanti, con toni altrettanto accesi, nel tentativo di salvaguardare l’autonomia dei pubblici ministeri dal potere politico, non vogliono considerare che la separazione delle carriere fra organi giudicati e magistrature requirenti, pur se discutibile come attuata nella legge approvata dalle due Camere, non sconvolgerebbe le regole fissate dalla Costituzione del 1948. 

I caratteri rusticani che ha assunto la contesa politica hanno compromesso principi costituzionali che noi crediamo vadano sottolineati: 

a) l’autonomia del Parlamento, un organo sovrano ridotto al ruolo puramente notarile della volontà governativa nell’iter di approvazione della riforma (inibendosi ad esso il potere di emendamento);

b) l’indipendenza della Magistratura, vulnerata dall’ANM che fonda un Comitato per il No alla riforma costituzionale: siamo cioè al cospetto di alti funzionari dello Stato che si fanno parte e operano come potere di parte in vista di una votazione popolare.

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Felice Blando è ricercatore confermato di Istituzioni di diritto pubblico nel Dipartimento di giurisprudenza dell’Università Palermo. Insegna Istituzioni di diritto pubblico nei corsi di Scienze delle attività motorie e sportive e Scienze della formazione primaria dell’Università di Palermo e Tecniche alternative di risoluzione delle controversie nel corso di Consulente giuridico d’impresa del Polo di Trapani. Ha scritto più di 50 saggi, orientati soprattutto alle materie delle forme di governo e delle forme di Stato, dei partiti politici e del diritto sportivo. Come avvocato svolge il ruolo di curatore di eredità giacente presso il Tribunale di Palermo.

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