A San Cataldo si chiude per pensionamento. Non per decreto, non per taglio lineare, ma per semplice, placido, implacabile trascorrere del tempo.
Un dottore va in pensione a gennaio, nessuno lo sostituisce, e così chiude l’ambulatorio di riabilitazione respiratoria. Nel reparto di lungodegenza manca un medico da quattro anni. Entro il 2026 su nove ne resteranno tre: sei se ne andranno, e con loro i reparti, e poi l’ospedale tutto.
È la sanità all’italiana: crolla il numero dei medici, aumentano i reparti. Un paradosso da manuale. Qui, nei corridoi che odorano di vernice fresca e abbandono, nascerà, dicono, l’“ospedale della salute”. Stanno ristrutturando i locali, ci sono i cartelli, i rendering, le promesse. Solo un piccolo dettaglio manca: chi ci lavorerà. Quando chiedi quanti medici, quanti infermieri, ti rispondono con lo sguardo di chi sa ma non può dire, oppure non sa e preferisce non sapere.
La verità è che in tutta Italia stiamo costruendo ospedali senza medici. Le “case della salute” sono ormai come le “case al mare” di certi anni ’80: belle, nuove, deserte.
A San Cataldo, con tanto di taglio del nastro, fotografi e autorità, hanno inaugurato una sala operatoria poco più di un anno fa. Peccato che nella rete ospedaliera fosse già scritto che la chirurgia sarebbe stata trasferita altrove e quindi un minuto dopo l’inaugurazione è stata chiusa. Siamo allo sperpero del danaro pubblico in libertà e nessuno viene punito, nessuno paga, anzi spesso fa carriera. Non servono soltanto risorse aggiuntive, servirebbe anche spendere bene quelle che già ci sono.
Eppure basterebbe un po’ di logica: prima i medici, poi le mura. Perché un ospedale senza medici non è un ospedale. È un monumento all’inerzia.
Presidente Fondazione Italiana Autismo (FIA). Presidente del gruppo Italia Viva - Il Centro - Renew Europe alla Camera dei Deputati.



