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UN ALTRO DISASTRO DI SCHIFANI & CO.: LA MEDICINA DI COMUNITA’ IN SICILIA

Le Case della Comunità e gli Ospedali di Comunità dovevano essere, secondo il DM 77/2022, la rivoluzione gentile del nostro Servizio Sanitario Nazionale: il ritorno alla prossimità, alla cura sotto casa, alla medicina “di comunità”. Un modello che avrebbe finalmente spostato l’asse della sanità italiana dall’ospedale alla presa in carico territoriale, integrata, multiprofessionale e digitale. In teoria.

In Sicilia, però, la riforma ha preso la forma dell’incompiuto: i numeri parlano da soli. Sono 161 le Case della Comunità programmate; appena 9 risultano con almeno un servizio attivo (5,6%) e solo 2 sono “complete” secondo lo standard DM 77. Gli Ospedali di Comunità attivi sono 4, per un totale di 52 posti letto, nessuno realmente nuovo, per lo più ricavati dalla riconversione di reparti interni. Traduzione operativa: la rete territoriale esiste quasi esclusivamente sulla carta.

Il confronto nazionale è impietoso. Regioni come Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto hanno attivato tra il 60% e il 75% delle CdC previste, con decine di Ospedali di Comunità a regime. In Sicilia, il 5,6% fotografa non un ritardo recuperabile con qualche delibera dell’ultimo minuto, ma un distante “modello culturale”: il territorio resta ancillare all’ospedale. E quando si tenta di “accendere” il territorio, lo si fa spesso dentro l’ospedale stesso, rietichettando piani e reparti: come a Marsala o Noto, dove la novità è amministrativa più che organizzativa, e il personale è lo stesso già insudiciente in corsia.

Ma la causa è politica, non tecnica. La governance regionale ha prodotto in rapida successione assessori ipocompetenti e manager di nomina politica privi di mandato operativo misurabile. Il risultato è un gioco dell’oca amministrativo: ogni assessore dice di inaugurare ciò che il precedente aveva annunciato, ogni Direzione Generale apre procedimenti che nessuno chiude, ogni ASP promette cantieri che si trasformano in varianti e proroghe.

L’ospedalocentrismo è la religione di Stato, la medicina territoriale il catechismo facoltativo. Nel frattempo, il PNRR viene rimodulato, i target si abbassano, e ciò che ieri era un obbligo oggi diventa “obiettivo sfidante”. È il gattopardismo sanitario nella sua versione più moderna: cambiare le scadenze per non cambiare i risultati.

Se la Regione vuole davvero la riforma, lo dimostri con atti semplici: target trimestrali pubblici e verificabili, nomine basate su competenze e risultati e non su appartenenze, clausole di rescissione per chi non rispetta cronoprogrammi e standard. Altrimenti continueremo a collezionare inaugurazioni senza servizi, cantieri senza personale, sigle senza contenuti.

Le Case e gli Ospedali di Comunità non sono un’opzione estetica del PNRR, ma il perno di un SSN sostenibile: senza di loro, l’ospedale esplode, il territorio evapora, e i cittadini restano nel mezzo, con liste d’attesa infinite e pronto soccorso intasati.

ANTONIO CRAXI'
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Già Professore ordinario di Gastroenterologia dell'Università di Palermo e Direttore dell'UOC di Gastroenterologia dell'AOUP Paolo Giaccone. Responsabile Sanità di Italia Viva Sicilia.

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