Inchiesta sul precariato di Stato
Ogni primo di luglio, l’Italia assiste a un rito burocratico di massa che le cronache tendono a ignorare: decine di migliaia di docenti si mettono in fila, digitale o reale, per chiedere all’INPS l’indennità di disoccupazione. Si spegne la lavagna multimediale, si accende la Naspi. È il lato oscuro e taciuto del sistema scolastico italiano, un meccanismo che si regge per nove mesi sulle spalle dei precari per poi scaricarli in estate.
Non è un’astrazione statistica. Lo scrivo da cronista abituato all’indagine storica e all’analisi sociale, ma soprattutto da chi questa trincea la vive in prima persona. Sono un docente precario da sei anni. Insegno materie letterarie, storiche e filosofiche saltando da un istituto all’altro della provincia di Agrigento, da Licata a Favara, da Canicattì a Bivona. Ho superato brillantemente sia la prova scritta che quella orale del concorso PNRR1. Eppure, il mio contratto scade inesorabilmente il 30 giugno.
Il cortocircuito del sussidio e l’umiliazione burocratica
L’opinione pubblica, anestetizzata dal falso mito dei “tre mesi di vacanza”, crede che il sussidio estivo garantisca una tranquilla transizione. L’inchiesta sui bilanci reali di questi lavoratori racconta un’altra storia. Tra la fine del contratto e l’arrivo del primo assegno passano settimane di vuoto economico; le somme, inoltre, sono drasticamente decurtate rispetto allo stipendio base. Mutui, affitti e bollette non vanno in ferie, innescando un logorante esercizio di sopravvivenza finanziaria.
Ma c’è una dimensione ancora più umiliante, che trasforma il disagio economico in una vera e propria mortificazione professionale. Prendiamo i dati reali, come quelli di Martina, docente di lettere e idonea non vincitrice del concorso PNRR. Finito il contratto, viene risucchiata dal tritacarne dei centri per l’impiego: profilazione, patti di servizio, colloqui obbligatori. Il paradosso raggiunge l’apice con i corsi di formazione digitale finanziati dallo stesso PNRR: lezioni elementari su come aprire un file Word o inviare una mail. Si chiede a professionisti laureati, che utilizzano quotidianamente registri elettronici e piattaforme didattiche complesse, di sedersi ai banchi dell’alfabetizzazione informatica di base.
Mentre lo Stato mi impone di conseguire a mie spese ulteriori 60 e 30 CFU per l’abilitazione scientifica sulle classi di concorso A11 e A12, d’estate mi tratta come un disoccupato senza qualifiche da reinserire nel mercato.
La frode morale: la macchina dei nuovi concorsi
È scavando dietro questo paradosso che emerge il vero scandalo politico e istituzionale della gestione scolastica. C’è una volontà perversa, e profondamente immorale, nel progettare e annunciare nuovi concorsi a cattedra quando il bacino degli idonei dei tre concorsi PNRR è ancora pieno e ignorato.
Noi docenti idonei abbiamo superato selezioni durissime, dimostrando sul campo e davanti alle commissioni statali il nostro valore. Scegliere di non assumerci, preferendo rimettere in moto la faraonica, lenta e costosissima macchina di nuovi bandi, non è solo uno sperpero inaccettabile di denaro pubblico. È una frode morale ai danni di chi lavora.
A chi giova trasformare la scuola in un eterno esamificio? Forse a giustificare le metriche europee? O a mantenere in vita un’industria della formazione a pagamento? Ignorare il merito già accertato, condannando decine di migliaia di insegnanti all’incertezza settembrina e all’elemosina estiva, significa tradire il patto fiduciario tra Stato e cittadini.
Possibile soluzione: un paradigma riformista per la continuità
Una vera forza riformista, che guardi al futuro del Paese con pragmatismo e giustizia sociale, deve smantellare questo sistema ipocrita. Non serve rammendare la Naspi, serve aggredire la radice del precariato attraverso tre azioni strutturali:
- Assunzione totale e immediata degli idonei PNRR: prima di stampare anche solo un foglio per un nuovo bando, le graduatorie degli idonei devono essere esaurite. Il merito già valutato e certificato dallo Stato deve trasformarsi automaticamente in contratti a tempo indeterminato.
- Abolizione dei contratti al 30 giugno: la docenza non è un lavoro stagionale. I contratti dei precari in attesa di ruolo devono essere estesi al 31 agosto, riconoscendo formalmente che la programmazione, lo studio e l’aggiornamento estivo sono parte integrante della professione.
- Riconversione intelligente delle risorse: i fondi europei attualmente sprecati per procedure concorsuali ridondanti e per corsi di riqualificazione inutili ai fini della docenza, devono essere dirottati sull’adeguamento salariale e sulla stabilizzazione del personale.
La scuola pubblica non può più permettersi di essere il più grande e cinico datore di lavoro precario d’Italia. Ripristinare la dignità economica e professionale degli insegnanti non è solo una rivendicazione sindacale: è il primo, ineludibile passo per salvare il sistema educativo del Paese.
Francesco Rizzo (1995) è docente di materie umanistiche, saggista promotore culturale. Presidente del centro "Hosàytos" e Direttore Editoriale di "Sorsi e morsi d'arte", ed editorialista per “TotaPulchraNews” collabora attivamente con atenei, riviste scientifiche e prestigiose istituzioni del territorio agrigentino (come la Valle dei Templi, la Lucchesiana e il MUDIA). È autore di numerose pubblicazioni storiche e filosofiche, tra cui la “Summa Sicana” e il saggio “Francesco Magno. Un pontificato sine glossa (2026)”




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Ciao Francesco, ho già inserito questa proposta ne leprimariedelleidee.it
Ottimo il tuo articolo.