Agricoltori in piazza con i trattori, pescatori pronti a mobilitarsi nello Stretto di Messina, cittadini alle prese con la carenza di carburante e famiglie preoccupate per il futuro. Il malcontento cresce e il Governo Meloni deve fare i conti con una crisi che investe il lavoro, l’economia e la fiducia nelle Istituzioni.
Lo sciopero annunciato dal 16 al 20 ottobre sta provocando pesanti disagi, con distributori che, secondo testimonianze dirette raccolte sul territorio, sono rimasti senza benzina e gasolio. La difficoltà di reperire carburante alimenta la preoccupazione dei cittadini, mentre i timori per i trasporti e il rifornimento delle merci rischiano di aggravare ulteriormente la situazione.
A protestare sono anche gli agricoltori, che denunciano costi insostenibili e difficoltà sempre maggiori nel mantenere in attività le proprie aziende. E ora a lanciare un allarme è anche il settore della pesca, attraverso il comunicato della Federazione Armatori Siciliani del 14 ottobre.Dopo l’incontro in Prefettura a Messina con il prefetto Cosima Di Stani, alla presenza del Questore e del dirigente della DIGOS, la Federazione ha confermato la partecipazione di cento motopescherecci siciliani e calabresi alla mobilitazione annunciata per il 22 ottobre, dalle 5 alle 17, nello Stretto di Messina. Il presidente Fabio Micalizzi ha chiesto la convocazione urgente a Roma degli Stati Generali della Pesca, con un tavolo nazionale aperto a tutte le rappresentanze del settore, comprese quelle autonome.
Gli armatori non chiedono privilegi, ma la possibilità di lavorare, pagare gli equipaggi e sostenere le proprie famiglie. Il caro gasolio rende sempre più difficile uscire in mare senza rischiare di lavorare in perdita. La Federazione ha dichiarato di essere disponibile a valutare la sospensione della protesta in presenza di un impegno governativo serio e verificabile. Il messaggio è chiaro: non si vuole bloccare lo Stretto, ma impedire che sia il costo del carburante a bloccare definitivamente la pesca italiana.
E mentre lavoratori e imprese lottano per sopravvivere, emerge una domanda politica che non può essere elusa: come può un Governo chiedere fiducia ai cittadini quando continuano a pesare le difficoltà della sanità pubblica, della scuola, delle pensioni e del potere d’acquisto delle famiglie, mentre le risorse per la difesa e gli armamenti restano una priorità della politica nazionale ed europea?
Per molti cittadini è una contraddizione inaccettabile. Si chiedono sacrifici alle famiglie, ma si pretende di mantenere un ruolo militare sempre più rilevante. Si parla di sicurezza, ma la sicurezza significa anche potersi curare, ricevere un’istruzione adeguata, percepire una pensione dignitosa e lavorare senza essere schiacciati dai costi.
La questione è particolarmente grave quando si parla di Israele e della tragedia di Gaza. Le accuse di genocidio rivolte a Israele sono al centro di un procedimento davanti alla Corte internazionale di giustizia, che non ha ancora pronunciato una sentenza definitiva sul merito. Resta però fondamentale interrogarsi sulle responsabilità politiche e morali degli Stati che intrattengono rapporti militari con Israele. Il Governo italiano ha dichiarato di aver sospeso le nuove autorizzazioni all’esportazione di armamenti verso Israele, mentre resta necessario garantire piena trasparenza sulle forniture riconducibili ad autorizzazioni precedenti e sul rispetto degli obblighi internazionali.
L’articolo 11 della Costituzione ripudia la guerra come strumento di offesa e di risoluzione delle controversie internazionali; la legge 185 del 1990 stabilisce inoltre limiti precisi all’esportazione di armamenti. Principi che non possono essere considerati semplici dichiarazioni formali.Le proteste nelle piazze, le difficoltà delle categorie produttive e la mobilitazione annunciata dei pescatori raccontano un Paese che chiede risposte concrete. Se il Governo non sarà in grado di affrontare queste emergenze e recuperare la fiducia dei cittadini, la richiesta di un cambiamento politico, fino alle dimissioni dell’esecutivo, potrebbe diventare sempre più forte.
Il 22 ottobre sarà un appuntamento importante per le marinerie siciliane e calabresi. Ma la questione riguarda tutti: quale futuro può avere un Paese che fatica a sostenere chi produce, chi lavora e chi vive con una pensione insufficiente, mentre le spese militari continuano a occupare uno spazio centrale nelle scelte politiche?
L’Italia ha bisogno di risposte, non di promesse. E soprattutto ha bisogno di rimettere al centro le persone, il lavoro, i diritti sociali e la pace.
Siciliana, socialista e imprenditrice, scrive per passione, fa giornalismo come ricerca della verità e porta avanti l’editoria come attività imprenditoriale.
La sua formazione comprende studi classici, giuridici, giornalistici, sociologici e musicali.
Ha fatto parte della Commissione Nazionale di Garanzia e del Consiglio Nazionale del PSI. Ha collaborato con diverse testate, tra cui Avanti! Online, I Nuovi Vespri, Il Faro sul Mondo, Il SudEst, PoliticaPrima, AKIS REGALE, La Giustizia, PensaLibero.it, Quotidiano dei Contribuenti.
Vive e lavora in Sicilia.



